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Giorno del Ricordo
 

Don Francesco Bonifacio, il martire delle foibe

10/02/2018  L’11 settembre 1946 fu trucidato dai comunisti, che non ne sopportavano l’impegno per i giovani. Nel 2008 Benedetto XVI ha promulgato il decreto della Congregazione per le Cause dei Santi, che lo dichiara assassinato in odium fidei.

Ciò che don Francesco Giovanni Bonifacio pensava del proprio compito sacerdotale nei difficili mesi dell’immediato dopoguerra, lo aveva espresso nel diario: «Siamo in tempi eroici. Siamo eroici per essere santi fino, se occorre, al martirio». E nel 2008 la Chiesa lo ha dichiarato beato come “martire delle foibe”. Aveva solo 34 anni quando fu ucciso. Era nato il 7 settembre 1912 a Pirano d’Istria, allora nella diocesi di Trieste, e a 12 anni era entrato nel seminario di Capodistria, seguendo tutto l’itinerario degli studi teologici fino a essere consacrato sacerdote nel 1936. Poco prima che cominciasse la Seconda guerra mondiale, il 1° luglio 1939, venne nominato parroco a Villa Gardossi, soltanto 1.300 abitanti, ma sparpagliati in piccole frazioni e casolari di un vasto territorio collinare. In Istria la situazione di quegli anni bellici fu drammatica, soprattutto dopo l’insurrezione popolare del 1943, con la guerriglia dei partigiani del movimento di liberazione slavo Osvobodilna Fronta contro le forze armate tedesche, il susseguirsi di rastrellamenti e deportazioni, le ritorsioni da ambedue le parti in lotta. E poi, alla fine del conflitto, l’occupazione comunista in Jugoslavia avviò una persecuzione religiosa che non risparmiava arresti, torture e assassinii.

Don Bonifacio, alla luce dell’esperienza educativa dell’Azione cattolica, aveva avviato un significativo percorso di formazione cristiana per i giovani del luogo. Con la parola e con l’esempio, aveva incarnato in prima persona gli ideali di “preghiera, azione, sacrificio” caratteristici dell’associazione. Anche per questo motivo, secondo diverse testimonianze rese nel processo canonico, i comunisti non lo sopportavano. Come spiegò il postulatore, il francescano padre Luca De Rosa, il sacerdote «fu fatto oggetto di sinistre attenzioni e di minacciosi segnali da parte delle autorità slavo-titine. Infatti il suo operato, benché trasparentemente super partes nelle contese etniche nazionali, venne giudicato pericoloso a motivo dei suoi rapporti con il vescovo di Trieste e per il suo ascendente sulla popolazione giovanile, verso la quale si rivolgeva l’indottrinamento del regime ateo».

Nel pomeriggio dell’11 settembre 1946 don Bonifacio stava rientrando in parrocchia quando venne fermato da tre attivisti della Difesa popolare, i miliziani di Tito. Dopo averlo denudato e percosso a sangue, i comunisti gli spaccarono il cranio con una pietra e gli tagliarono la gola. Quindi fecero sparire il cadavere, gettandolo in una foiba, forse quella di Martines. Un testimone oculare e coprotagonista del tragico evento, pentitosi, ha raccontato come si comportò il sacerdote: «Don Bonifacio affronta la situazione con calma, si oppone al denudamento, chiede perdono a Dio per le proprie colpe e per quelle dei persecutori, offre la fronte a chi vuole colpirlo, fa cenno di farsi la croce e muore».

Saverio Gaeta

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