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L'invasione che non c'è
 
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Don Giovanni De Robertis: «Ecco perché non dobbiamo aver paura dei migranti»

31/01/2019  Davanti al fenomeno epocale delle migrazioni è normale il disorientamento ma non esiste nessuna invasione. Dovere dei cristiani è salvare le vite

Hanno risposto all’appello di Francesco e aperto a migranti e rifugiati le porte di case, parrocchie, comunità. Dal 15 al 17 febbraio si ritroveranno a Sacrofano – Liberi dalla paura lo slogan – per un meeting organizzato da Migrantes, Caritas e Centro Astalli. Con la benedizione di papa Francesco. «Vogliamo incoraggiare e dare fiducia a queste realtà, perché oggi in Italia non solo lo straniero ma anche chi fa solidarietà è più probabile che incontri l’ostilità che l’approvazione», dice don Giovanni De Robertis, direttore della Fondazione Migrantes.

Nominato circa due anni fa, don Giovanni sa di cosa parla: parroco a Bari, con la sua comunità ha deciso di affittare una casa per ospitare dei neodiciottenni, «cioè quei minori non accompagnati arrivati in Italia che, una volta diventati maggiorenni, vengono dimessi dalle comunità senza sapere, spesso, cosa fare né dove andare». Dopo le prime resistenze del condominio, racconta, «nel giro di pochi mesi è cambiato l’atteggiamento, e i timori sono caduti grazie all’incontro ravvicinato».

L’icona del meeting è un san Pietro impaurito, che quasi annega e si aggrappa a Gesù. Perché questa scelta?

«Come diceva il Papa nell’omelia della Giornata del migrante e rifugiato, non è un peccato nutrire dubbi o paure; nel nostro Paese ci sono tanti timori legati ai migranti, però non possiamo lasciarci determinare dalla paura: per questo abbiamo scelto come icona biblica l’episodio in cui Gesù dice “Non abbiate paura”. Pietro affonda quando ha timore, ma quando si lascia sorreggere dalla fede cammina sulle acque. È la stessa esperienza che hanno fatto tanti di noi».

Nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani c’è stato un appello comune proprio sui migranti: cambiare linguaggio, salvare chi è in pericolo, ampliare i corridoi umanitari, aprire nuove vie di ingresso regolare. Partiamo dal linguaggio. Cosa significa?

«In un libro del sociologo Zygmunt Bauman, Stranieri alle porte, si analizza questo meccanismo: per poter volgere lo sguardo altrove, davanti ai disperati che bussano alle nostre porte, bisogna prima averli declassati dalla loro condizione di esseri umani: extracomunitari, terroristi, stupratori, approfittatori... Questa opera di stigmatizzazione permette di lasciar annegare ormai da anni migliaia di persone a pochi chilometri dalle nostre coste, senza che la cosa turbi la maggioranza del nostro Paese. Perciò è importante restituire il volto umano di queste persone, che non sono cose, numeri».

«Salvare vite» è l’altra richiesta, che vuol dire aprire porti, soccorrere i naufraghi. Un aiuto ai trafficanti?

«Nessuno contesta che vadano combattuti i trafficanti, che non è tollerabile il modo in cui attualmente i migranti arrivano nel nostro continente. Ma non si può condurre una battaglia sulla pelle degli infelici: gli essere umani vanno innanzitutto salvati. E poi ci sono altre sedi dove trovare un accordo, sia come Unione europea che come Nazioni Unite. Però fa riflettere che al Global Compact, dove per la prima volta le Nazioni Unite hanno affrontato il tema di migrazioni sicure, ordinate e regolari, non abbiano partecipato proprio alcuni di quegli Stati che dicono di voler combattere i trafficanti».

I corridoi umanitari sono una forma di ingresso legale. Oltre ad ampliarli, cosa altro occorrerebbe fare?

«In Libia ci sono 200 mila persone riconosciute come aventi diritto allo status di rifugiato, ne sono arrivate 200 lo scorso anno, vale a dire che i corridoi umanitari funzionano ma sono solo delle gocce. D’altra parte non deve spaventare la cifra di 200 mila persone, se pensiamo che l’Europa ha 550 milioni di abitanti e che nazioni più piccole e povere, come Giordania e Libano, ne ospitano da sole più di un milione. In Italia non abbiamo neanche il 3 per mille, sono il 2,6. I governi devono farsi carico della possibilità di entrare legalmente in Italia, oggi è quasi impossibile. Il vero problema in Italia non è l’“invasione”, ma il grande numero di persone allo sbando, di irregolari consegnati alla malavita e allo sfruttamento. Quando sei irregolare non puoi rivolgerti a nessuna autorità di polizia, non hai nessuna protezione. Spesso queste persone finiscono nello spaccio o nella prostituzione. E gli ultimi interventi legislativi aggravano la situazione. Inoltre dobbiamo prenderci cura dei motivi che spingono la gente a fuggire. Ci sono diseguaglianze economiche che gridano al cospetto di Dio. E poi le guerre, l’industria della armi, i disastri ambientali».

Sono appena stati pubblicati gli Orientamenti pastorali sulla tratta di persone. Qual è il rapporto tra migrazioni e tratta?

«I migranti che si rivolgono ai contrabbandieri spesso cadono vittime dei trafficanti che li sfruttano sia durante il tragitto, sia una volta arrivati. Comunque, del documento mi ha impressionato soprattutto l’attenzione alla domanda – in rapporto alla prostituzione e al lavoro schiavo –, senza la quale non ci sarebbe questo turpe commercio».

Luci sulle strade della speranza, la raccolta degli insegnamenti di Francesco su migranti, rifugiati e tratta, mostra che sin dall’inizio del pontificato Bergoglio ha avuto sempre a cuore questo tema. Perché secondo lei è così centrale nel magistero del Papa?

«È legato alla sua biografia: viene da una famiglia di emigranti. E poi conosce questa realtà; ha incrociato da vicino le storie e gli occhi di chi ha vissuto questo dramma, non parla per generalizzazione. Infine lui vede in queste migrazioni un segno dei tempi, il luogo dove Dio sta operando e ci sta parlando. E anche in mezzo a tante sofferenze sta generando un mondo nuovo».

DUE TESTI PER CAPIRE

La sezione Migranti e rifugiati del Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale – quella che papa Francesco ha voluto avocare direttamente sotto la sua responsabilità – il 17 gennaio ha presentato due testi. Il primo sono gli Orientamenti pastorali sulla tratta di persone, che offre una lettura del fenomeno, degli orientamenti per l’azione a lungo termine  e anche spunti per omelie e programmi formativi. Luci sulle strade della speranza è invece una raccolta degli insegnamenti di Francesco su migranti, rifugiati e tratta, dall’inizio del pontificato alla fine del 2017. I documenti si scaricano da https://migrants-refugees.va.

Foto Reuters

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