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Don Mimmo Zambito: «Accoglienza è vita, respingimento è morte»​

14/06/2017  L’ex parroco di Lampedusa racconta in un libro i tre anni vissuti sull’isola “porta d’ingresso” verso l’Europa per i migranti e sprona all’accoglienza: «In futuro saremo orgogliosi di sentirci dire: “Gli italiani ci hanno salvato”»

«Il mio pensiero sull’accoglienza nasce da due provocazioni. Da un lato, l’evento luttuoso, reiterato più e più volte e ancora attualmente in corso nel mare: nell’acqua gelida annegano persone, uomini e donne, dopo che magari hanno visto andare a fondo il proprio bambino. Dall’altro lato, c’è un pensiero che mi scuote in modo altrettanto dirompente: a naufragare con loro, siamo anche noi. E questa seconda sfida alla riflessione e al dialogo si basa sul fatto che proprio “il Papa che arriva dalla fine del mondo” costantemente ce lo ricorda e ci sprona: proviamo a salvarci insieme?».

Don Mimmo Zambito, sacerdote agrigentino che oggi lavora come giudice al Tribunale ecclesiastico diocesano, è stato parroco a Lampedusa fino al 2016 e il suo contributo al dibattito sui migranti che approdano, spesso con esiti drammatici, sulle nostre coste è carico di molteplici provocazioni. Si tratta di una riflessione su «accoglienza e vita, respingimento e morte», che parte da un’esperienza concreta e da un punto di vista davvero esiguo e remoto: Lampedusa. «Ma d’altra parte», spiega, «solo da questo lembo di terra completamente circondato dal mare si capisce veramente il tema della migrazione e ci si può fare un’idea adeguata delle motivazioni e del significato di questi approdi nella nostra patria. Lampedusa non può non accogliere. Qui la legge è una sola ed è applicata senza nessuna incertezza: chi è in mare e chiede aiuto viene soccorso».

NEGLI OCCHI I MORTI AFFOGATI

È molto importante la prospettiva da cui don Zambito vede le cose e le sue parole centrano profeticamente il grave problema delle reazioni collettive all’esodo dei migranti dai Paesi della guerra, della povertà, della disperazione.

«La mia è un’esperienza molto piccola: solo tre anni del mio ministero parrocchiale sull’isola. Non certo paragonabile a quella dei preti che mi hanno preceduto: don Leo Argento, per nove anni, e don Stefano Nastasi, che ha accolto papa Francesco l’8 luglio 2013, per sei. Né a loro né ad altri posso paragonare la mia esperienza di accoglienza: la gente della parrocchia, gli esponenti di altre confessioni cristiane presenti sull’isola, gli operatori medico professionali, gli uomini della Guardia costiera, della Marina militare e coloro che vanno per mare a pescare e numerose Ong che operano per il salvataggio dei migranti».

Don Mimmo è stato accolto come parroco a Lampedusa pochi giorni dopo la tragedia del 3 ottobre 2013, quando in un solo naufragio morirono 368 persone, tra cui donne e bambini. Quello che ha visto e condiviso quel giorno e nei mesi successivi sul molo della piccola isola lo porta ancora oggi ad essere uno dei più ascoltati testimoni sull’arrivo e la gestione dei profughi.

SPINTI DA UN PROGETTO DI VITA

  

«Certamente la collocazione di Lampedusa, che sta a cento miglia da qualsiasi terraferma, suggerisce un’interpretazione particolare del fenomeno: l’arrivo di queste persone che affrontano una sorte incerta per fuggire da una morte certa, come è quella dei loro luoghi di origine, e poi l’attraversamento del deserto, della Libia, dà una chiave di lettura che fa riferimento al bisogno di vita che esse manifestano. Al di là delle condizioni particolari del viaggio, della decisione di affrontare il mare su un barcone, dei vestiti che indossano, dell’odore che hanno, ciascuno di loro porta con sé un progetto di vita, come ognuno di noi. Quello che accade sull’isola è una continua nascita, di chi è salvato dal mare e di chi salva. Per questo non mi piace parlare di “sbarchi” ma di “approdi”: Lampedusa offre una interpretazione “pro-life” del viaggio di questi disperati. Null’altro se non un desiderio di vita, potrebbe mettere per mare madri con i loro bambini, donne incinte, minori senza genitori, affidati alle mani di altri migranti per rincorrere una speranza. Ma tutto questo si capisce solo da qui, guardando questo mare infinito. Ed è una visione che ci impegna a debellare tutte le situazioni di orrore, di violenza, di sopraffazione, di oppressione che ci sono nel mondo, anche vicino a noi, anche dentro di noi, fino ad arrivare alla profondità della vita di ciascuno».

UN’IDEA DI ACCOGLIENZA

Scrive don Mimmo nel libro Accoglienza, da poco edito con il marchio In dialogo (96 pagine, 7,50 euro): «L’accoglienza comporta uno scuotimento vitale, sconvolgente. Un’oscillazione fra l’esaltazione erotica e agapica dell’amore o la degenerazione omicida e distruttiva della morte di chi è differente. Accoglienza e vita, in opposizione a morte e respingimento, è pratica radicale, articolata, che richiede coinvolgimento educativo, presa in carico, ascolto, accompagnamento. L’accoglienza non si risolve a Lampedusa. Ma lì ha, per coloro che vi transitano, un momento di presa in carico, oltre che di semplice dichiarazione di esistenza in vita».

Come dire che accoglienza deve poi fare sempre il paio con integrazione. E su questo l’ex parroco di Lampedusa insiste molto e addita il “modello Milano” – con la firma del protocollo d’intesa della Prefettura con un gruppo di Comuni dell’hinterland per distribuire i richiedenti asilo sul territorio in piccoli gruppi – come strada da seguire per tutta l’Italia, proprio a partire dalle terre meridionali.

«Il gesto di accoglienza delle genti che approdano sulle nostre coste è un vanto per il nostro Paese: e in futuro, fra cinquanta, sessant’anni, saremo orgogliosi di quanto stiamo facendo e di sentire migliaia di nuovi cittadini europei dire: “gli Italiani ci hanno salvato”. Ma il vero nemico dell’accoglienza e dell’integrazione è la paura. E in questo c’è un colpevole ruolo dei media, sempre a caccia di “mostri” da sbattere in prima pagina, senza aiutare la comprensione: ieri erano le Ong, poi sono gli scafisti, poi ancora i clandestini… e via dicendo. Picchi di polemica gratuita, fondati su niente, mentre la realtà è quella di donne e uomini da salvare, a cui rispondere con la vita, per avere noi stessi vita piena e futuro».

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