In Costituente entrarono donne di generazioni, ceti sociali ed esperienze diverse, cattoliche e comuniste, impegnate in associazioni di beneficenza e in parrocchia, apartitiche e sindacaliste. Alcune, nate alla fine dell’Ottocento o ai primi del Novecento, si erano opposte alla Marcia su Roma del 1922 e poi, con l’avvento al potere del fascismo, avevano dovuto lasciare l’impegno politico. Ma erano tornate a impegnarsi, assieme a chi aveva l’ardore dei vent’anni e l’insofferenza per le ingiustizie, con esperienza e determinazione per riconquistare la libertà al nostro Paese.

A votare, come le altre donne italiane, erano andate senza trucco per non rischiare di invalidare le schede con qualche macchia di troppo. «Siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell'umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po' di rossetto e in questo caso rendere nullo il loro voto. Dunque», raccomandava il Corriere della sera del 2 giugno 1946, «il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra fuori dal seggio». Un velo di cipria discreto, invece, le donne elette, lo avevano all’ingresso in Parlamento. E la stampa, più che ai loro curricula, si attardava a commentare acconciature e vestiti. I fari erano puntati soprattutto su Bianca Bianchi, la prima a varcare la soglia di Montecitorio, raccontano le cronache del Risorgimento liberale: «Vestiva un abito color vinaccia, i biondi, fluenti, lucenti capelli sciolti sulle spalle, le conferivano un aspetto d’angelo. Da allora fu detta «la biondissima».

Quel 25 giugno del 1946, alle tre e mezza del pomeriggio c’era il sole sui cieli di Roma. Cominciava la storia della nostra Repubblica. E le donne c’erano. Oltre tre decenni separavano le più anziane dalle più giovani, ma tutte portavano in sé la stessa emozione.

La copertina del libro San Paolo Le donne della Repubblica

Ange(Lina) Merlin

Era emozionata persino Lina Merlin, all’anagrafe Angelina, 60 anni non ancora compiuti, donna istruita e determinata, la maggiore delle 21. Nata a Pozzonuovo (Padova) il 15 ottobre 1887, era figlia di una insegnante, Giustina Poli, e del segretario comunale di Chioggia, Fruttuoso Merlin. I coniugi avevano avuto in tutto dieci figli. Troppi per seguirli tutti. Per questo Lina fu mandata dai nonni materni a Chioggia. Qui la nonna, colta e amante della musica, avviò la nipote allo studio del violino. Intelligente e creativa la bambina si diplomò presto alle magistrali frequentate nello stesso Istituto delle suore canossiane dove aveva studiato sua mamma. Preso il diploma si mise a insegnare subito a Padova, ma non limitò la sua attività alle ore scolastiche. Oltre che ai bambini, infatti, si dedicava anche alle lavoratrici, allora in larga misura analfabete, cui voleva insegnare non solo a leggere e a scrivere, ma a capire quali fossero i loro diritti. Di mente e cuore aperto si era poi recata a Grenoble (Francia) per un corso di studi che l’aveva abilitata anche all’insegnamento del francese. Con questa padronanza della lingua d’Oltralpe, nel 1914, si era iscritta all’università di Padova, nella Facoltà di Lingue e letterature straniere, come studentessa lavoratrice. Era riuscita a laurearsi nonostante il dolore che, in quegli anni, le si stava spalancando davanti. Era cominciato il conflitto mondiale del 1915-18. I suoi quattro fratelli maschi erano stati mandati al fronte. Tre non torneranno più. Si radica in questi anni e in questi lutti la sua totale contrarietà alla guerra tanto da essere poi affettuosamente chiamata in famiglia «pacefondaia». In quegli anni continua, sebbene con la laurea potesse insegnare alle scuole medie e superiori, a lavorare nelle elementari considerando quasi una missione avviare soprattutto le bambine all’alfabetizzazione. All’impegno scolastico e sindacale (amava frequentare le braccianti attorno a Chioggia e al Polesine) aggiunge, nel 1919, quello politico iscrivendosi al Partito socialista e cominciando la collaborazione con il periodico La difesa delle lavoratrici, rivista di cui, più tardi, assumerà la direzione, e con il settimanale padovano L’Eco dei lavoratori. Il suo impegno nel Partito non nasceva a caso. Negli anni precedenti al conflitto mondiale aveva condiviso con i socialisti la posizione contraria all’intervento armato dell’Italia in quello che lei avrebbe poi definito, a guerra conclusa, «il più mostruoso massacro di giovani europei che la storia ricordi».

Attivissima in ogni campo si guadagnò presto la fiducia di Giacomo Matteotti. Lo aveva conosciuto durante una riunione a Rovigo e gli aveva subito sottoposto il tema della condizione femminile nella provincia. Il politico, originario del Polesine e dunque molto sensibile a ciò che avveniva nelle sue terre natie, non era rimasto indifferente alle sue parole e, anzi, aveva condiviso il programma, pensato dalla Merlin, di emancipazione di quelle donne costrette a salari da fame e a lavori massacranti, imprigionate in una vita fatta solo di sopportazione dei pesi e dei sacrifici necessari a mantenere le famiglie. Per loro, invece, la Merlin sognava un futuro in cui fossero introdotte ad attività sociali e culturali, di svago e riposo, di realizzazione personale. La stima tra i due crebbe al punto che Matteotti, che nel 1922 aveva fondato con Filippo Turati, Giuseppe Emanuele Modigliani e Claudio Treves il Partito socialista unitario, affiderà alla Merlin il coordinamento della campagna elettorale del 1924.

Intanto il fascismo, salito al potere, aveva cominciato a tenerla d’occhio. Non era passata inosservata la sua adesione allo sciopero generale del 31 luglio 1922. La Polizia aveva annotato anche il suo nome tra le insegnanti che si erano astenute dal lavoro. Ma lei non si era lasciata intimidire. Nel portare avanti la regia della campagna elettorale aveva preso a stilare un rapporto dettagliato sulle violenze commesse dagli squadristi e sul loro livello di corruzione.

Matteotti attinge anche a quel documento scritto dalla Merlin per redigere il suo famoso discorso in Parlamento del 30 maggio 1924, quello con il quale accusa i fascisti di brogli elettorali e di clima intimidatorio e promette un nuovo intervento in cui avrebbe rivelato quanto sapeva di uno scandalo finanziario in cui era coinvolto, tra gli altri, il fratello minore di Mussolini, Arnaldo. Parole chiare e dure che determinano il destino del leader socialista. Matteotti, su mandato del duce, viene, infatti, rapito e ucciso il 10 giugno 1924 proprio mentre si recava a Montecitorio. Dopo l’assassinio le cose precipitano anche per Lina Merlin tanto che tra il 1924 e il 1926 viene arrestata cinque volte dalla polizia fascista. Nel 1925, dopo il fallito attentato a Mussolini da parte di Tito Zaniboni, il nome della futura costituente viene inserito negli elenchi dei «sovversivi pericolosi». I manifesti vengono affissi per le strade di Padova e la polizia fascista intima a sua madre di non ospitarla in casa, pena esserne considerata complice. Ma la donna ignora l’avvertimento e continua a sostenere sua figlia. La lentezza della burocrazia fa il resto e Lina riesce, fino al 1926, a continuare a insegnare. Il 4 novembre arriva, però, il licenziamento. «Attiva propagandista socialista, le viene impedito di esercitare l’insegnamento per rifiuto di giuramento di fedeltà al regime», si legge nella motivazione. Lasciata la casa della madre, per non metterla in difficoltà, e trasferitasi a Milano, comincia a collaborare con Filippo Turati. Il regime fascista non le dà tregua. Viene di nuovo arrestata. Dopo un periodo in carcere, prima a Milano e poi a Padova, nel 1926, viene condannata a cinque anni di confino in Sardegna. Arriva prima a Nuoro e poi, dopo tre giorni la portano in provincia, a Dorgali, e poi a Orune. Anche in quella condizione, però, non pensa a se stessa, ma a cosa può fare per migliorare le condizioni di vita di chi le sta accanto. E così non smette di occuparsi delle donne insegnando alle mogli dei pastori a leggere e far di conto. Grazie a un piccolo sconto di pena, nel 1929, rientra a Padova e poi, di nuovo, torna a Milano. Nel capoluogo lombardo riprende a collaborare con un altro compagno di partito, Dante Gallani, che aveva già aiutato nel 1922 quando un attentato incendiario aveva distrutto la sua casa e terrorizzato sua moglie. Il medico, al quale più nessuno voleva affittare casa e dal quale neppure i pazienti andavano più per paura di diventare anche loro invisi al regime, era stato arrestato nel 1926 e costretto al confine in Basilicata, a Marsico Nuovo. Nel 1929, con la stessa amnistia di cui aveva beneficiato la Merlin, Gallani, con la famiglia, si trasferisce a Milano. Uno dei figli, Alcide, era riuscito intanto a fuggire all’estero per non tornare più, gli altri due, Corrado e Mario, avevano invece seguito il padre. La collaborazione tra Lina e Dante, deputato al Parlamento e organizzatore di leghe tra braccianti, era stata immediata. E quando, nel 1932 l’uomo era rimasto vedovo, non c’era voluto molto a decidere di fidanzarsi e, nel 1933, a sposarsi. Solo tre anni di matrimonio, Dante morirà il 23 agosto 1936, ma una attività politica e antifascista intesa che condividono anche in famiglia tanto che quell’esempio porterà due figli di lui a combattere e morire, a «cadere per la libertà sull’esempio luminoso del padre», come recita la lapide che li ricorda.

Lina e Dante, insieme, nel 1934, sostengono lo sciopero delle tessitrici di Varano Borghi, nel varesotto, che contestano la riduzione dei salari, voluta dal regime, e che saranno presto imitate dalle tremila addette del cotonificio Valle Seriana di Gazzaniga (Bergamo) e del Biellese nonché dalle fiascaie di Empoli. Insieme danno ristoro e appoggio anche alle famiglie degli antifascisti finiti in carcere o costretti all’esilio. Quando Dante muore, per lei, sono giorni di lutto straziante. Solo Alcide de Gasperi ha il coraggio di andare fino a Milano a portarle le condoglianze degli antifascisti trentini. Un gesto che Lina non dimenticherà mai. A 49 anni si ritrova sola, senza lavoro, braccata dal regime fascista. Riesce a sopravvivere con le poche lezioni private che riesce a racimolare, vendendo, con rammarico, le medagliette d’oro che erano state regalate al marito per le sue due legislature. In quegli anni collabora con i comunisti, l’unica opposizione ancora attiva a Milano, e diffonde la stampa clandestina che riesce ad arrivare dall’estero.

Quando scoppia la guerra si rifugia in una casa, in via Catalani 63, dove Lelio Basso, Claudia Maffioli, Rodolfo Morandi e Sandro Pertini si ritrovano per organizzare l’insurrezione di Milano. Con altre donne della resistenza fonda i Gruppi di difesa della donna e l’Unione donne italiane. Le sue biografie la raccontano coraggiosa e dall’aspetto dimesso. Doti che la aiutano, più di una volta, a sfuggire ai controlli. Capita un giorno in treno, quando la polizia scende dal vagone senza dare un’occhiata all’innocua signora che siede nello scompartimento con un pacco dinamitardo sulle ginocchia, o un altro quando bussano alla sua porta per una ispezione e lei riesce a distogliere l’attenzione dell’agente dalla stanza dove sono pronti i vestiti da portare ai partigiani.

Con l’insurrezione del 25 aprile 1945 le viene affidato il compito di occupare, guidando la Brigata Rosselli, il Provveditorato agli studi di Milano. Sarà lei, a nome del Comitato di liberazione nazionale, a insediarsi come vicecommissaria straordinaria della Lombardia per l’Istruzione. Dovrà riorganizzare le scuole, richiamare gli insegnanti antifascisti, valutare quelli compromessi con il regime. In agosto lascia Milano per Roma: la chiamano alla direzione del Partito socialista con il compito, soprattutto, di rintracciare i vecchi socialisti e formare le nuove leve per ricostruire il Partito. Pur abitando nella capitale non dimentica mai il Polesine. Vi si reca in treno, in corriera, in macchina. E intanto batte l’Italia palmo a palmo per conoscere le condizioni delle donne, per lavorare alla loro emancipazione, per invitarle al voto.

Nelle elezioni del 1946 viene eletta all’Assemblea costituente nel collegio unico nazionale per il Psiup (Partito socialista italiano di unità proletaria).

Muore a Padova il 16 agosto 1979

Rita Togliatti Montagnana

Seconda per età, ma non certo per esperienza, era Rita Togliatti Montagnana. Nata a Torino il 5 gennaio 1895, quinta di otto figli, era stata fortemente forgiata dalle sue origini ebraiche. La madre, Consolina Segre, figlia di un orefice, leggeva regolarmente il giornale Israel e aveva iscritto i figli alla Comunità israelitica di Torino. Il padre, invece, Moise Montagnana, era figlio di un macellaio rituale e dipendente della sartoria ebraica Bellom, famosa perché forniva la famiglia reale. Rita era cresciuta nel quartiere San Paolo dove, alla cultura ebraica, si mescolavano quelle socialista e comunista. Pur potendo condurre una vita relativamente agiata era stata avviata subito al lavoro, a 14 anni, come apprendista nella sartoria Sacerdote. Ha inizio qui, sul campo, anche la sua formazione politica. Partecipa agli scioperi delle operaie tessili, con le quali si identifica fortemente, e si iscrive al Partito socialista insieme con i fratelli e le sorelle. Diventa segretaria, nel 1914, del Circolo femminile socialista La Difesa e si batte contro la guerra. Nel 1917 partecipa alla rivolta torinese per il pane, i cosiddetti moti di Torino, e nel 1919 prende parte alle occupazioni delle fabbriche e al movimento dei Consigli operai, questi ultimi fortemente appoggiati dal periodico, fondato da Antonio Gramsci, L’Ordine nuovo. Nel 1921, quando Gramsci, con Palmito Togliatti e Umberto Terracini, fonda il Partito comunista, Rita Montagnana contribuisce ai primi passi della nuova formazione politica. La sua casa di famiglia diventa un centro di riunioni e dibattiti, di militanza attiva. Nascono allora grandi legami tra le famiglie comuniste del quartiere e ferve la propaganda. Rita collabora con Camilla Ravera. Insieme gettano le basi per il movimento femminile comunista. Partecipa alla II Conferenza femminile internazionale e al III Congresso del Komintern, in Russia, e collabora, dal 1922, al periodico La compagna di cui condivide la direzione con la stessa Ravera e con Rina Picolato. Intanto cresce l’affiatamento con Palmiro Togliatti tanto che i due, nel 1924, decidono di sposarsi. Rita, incaricata di organizzare per corrispondenza la scuola di partito diretta da Gramsci, si trasferisce a Roma con il marito. Qui, il 29 luglio 1925, nasce Aldo, il figlio “sfortunato” cui solo da grande sarà diagnosticata una «schizofrenia con spunti autistici». Da bambino Aldino, come viene chiamato, segue i genitori in giro per l’Europa. Dopo l’omicidio Matteotti, infatti, i due, a rischio arresto, si danno alla clandestinità, insieme con il bambino, spostandosi tra Svizzera, Francia, Spagna e Unione Sovietica. Qui Rita frequenta, una delle pochissime donne, la Scuola leninista di formazione dei dirigenti comunisti e Togliatti diventa uno dei “capi” del Komintern, l’internazionale dei partiti comunisti attiva tra il 1919 e il 1943. Quando i genitori, nel 1936, lasciano la Russia il ragazzo viene affidato all’Istituto di Ivanovo, dove sono educati i rampolli delle famiglie comuniste. Vi resta fino al 1941 quando, in seguito all’avanzata nazista e all’antisemitismo diffuso nella popolazione russa viene evacuato, insieme con la madre tornata a Mosca, nelle retrovie della città di Kujbysev. Rita Montagnana collabora, in quel periodo, con una radio antifascista in lingua italiana. Solo nel maggio del 1944, ancora in piena guerra, Rita tornerà in Italia. Suo figlio Aldo, invece, rientrerà nel 1945 grazie a un volo organizzato per riportare in patria i figli di genitori comunisti.

Durante le ultime fasi della guerra, dopo aver già partecipato a quella civile spagnola, assume il nome in codice di “Fenicottero” e compie diverse azioni di resistenza. Come sempre si dà da fare per organizzare le donne all’interno del partito. Con diverse altre compagne (ricordiamo tra le altre Marisa Cinciari Rodano, Luigia Cobau, Egle Gualdi, Bastianina Musu Martini, Giuliana Nenni, Maria Romita, Emilia Siracusa Cabrini) fonda, il 15 settembre 1944, l’Udi (Unione donne italiane). L’obiettivo è quello di far riconoscere il contributo che le donne stanno dando alla resistenza e di incidere, successivamente, per l’estensione del voto. «Largo dunque fin da oggi alle donne nei posti di Governo, largo alle donne nell’Assemblea Costituente, largo alle donne nelle Amministrazioni comunali; giusta retribuzione del lavoro femminile; tutte le vie del lavoro e del sapere aperte alle giovani», scriverà, dopo la Liberazione, il 9 maggio del 1945, sulle colonne dell’Unità.

Nello stesso anno l’Udi si fonde con i Gdd (Gruppi di difesa della donna) e Rita Montagnana comincia a stabilire relazioni forti con tutti i movimenti femminili del Comitato di liberazione nazionale. Fonda il Comitato pro voto e, insieme con Teresa Mattei e Teresa Noce, si fa promotrice del simbolo della mimosa da abbinare alla giornata internazionale della donna.

Quando finalmente si aprono le urne, quel 2 giungo 1946, l’elettorato femminile (e non solo quello) la premia con 68.722 voti, prima eletta nelle fila del Partito comunista.

Muore a Roma il 18 luglio 1979

Elisabetta Conci

Prima di cinque sorelle, Elisabetta (Elsa) Conci nasce a Trento il 23 marzo 1895. Dalla madre Maria Sandri, insegnante di musica, eredita la passione per il pianoforte. Dal padre Enrico, invece, quella politica. Di orientamento clericale conservatore, avvocato e notaio, eletto nel 1886 alla Dieta di Innsbruck e poi deputato alla Camera nel 1897, il papà di Elsa, allo scoppio del Primo conflitto mondiale viene internato a Linz fino al 1917. È lì che Elsa lo raggiunge nel 1915, dopo aver conseguito la licenza liceale presso le Orsoline di Innsbruck. Contro di lei era stato avviato, in quegli anni, un processo per irredentismo, ma quando, nel 1916 muore l'imperatore Francesco Giuseppe il processo viene archiviato. Si iscrive all’università a Vienna, nella facoltà di Filosofia, e poi, dopo il 1918, completa gli studi a Roma con una tesi su "Il Mefistofele di Arrigo Boito come espressione del romanticismo milanese". Cattolicissima, frequenta la parrocchia e l’Azione cattolica e, durante l’università, si iscrive alla Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) divenendo presidente della sezione romana.

Dopo la laurea torna in Trentino rifiutando la cattedra di tedesco che aveva vinto in un liceo di Pavia. Preferisce, infatti, rimanere nella sua città natale dove era impegnata nell’organizzazione della gioventù femminile. Per quindici anni insegnerà tedesco presso l'Istituto tecnico «Leonardo da Vinci» e si dedicherà al doposcuola e alla formazione e assistenza degli studenti più poveri. Laica, ma consacrata, segue i principi di fede e carità dell'Istituto "Figlie della Regina degli Apostoli", fondato negli anni Venti dalla scrittrice e giornalista Elena da Persico per promuovere opere sociali in favore delle donne. Con l’avvento del fascismo si iscrive al Fascio femminile di Trento, ma resta sempre critica verso il Governo. Si schiera subito contro le leggi razziali e contesta l’entrata in guerra dell’Italia. In particolare sul quaderno Cronache 1938-1940 scrive, senza paura di esprimere le sue opinioni: «2 settembre 1938. Tutti gli ebrei immigrati in Italia – anche quelli cui è stata concessa la cittadinanza italiana!! – devono lasciare il nostro paese entro sei mesi. È inumano, ingiusto, davvero indegno della nostra tanto vantata civiltà!».

Durante la guerra si dedica ad attività assistenziali e contribuisce a gettare le basi di quella che poi diventerà la Democrazia cristiana. Parteciperà, infatti, al primo Comitato provinciale provvisorio della Dc trentina e, in seguito, sarà la prima donna a parlare al Congresso provinciale del partito. Sobria e morigerata nel vestire, a fine guerra, criticherà aspramente i balli pubblici che avevano preso a diffondersi nel clima di entusiasmo seguito alla liberazione. Li riteneva non solo immorali, ma anche oltraggiosi nei confronti di chi conduceva una vita di miseria. Preferiva invece dedicarsi, con tutta se stessa, per promuovere l’ingresso delle donne in politica e la loro affermazione nelle istituzioni. Si dà da fare anche per assicurare protezione ai minori e istruzione. Per questo contribuisce a riattivare l’Onairc (Opera nazionale di assistenza all'infanzia delle regioni di confine), l’Istituto professionale femminile e la Scuola superiore di servizio sociale. In quegli anni scrive anche per Il Popolo Trentino, che in seguito diventerà L’Adige. Partecipa con entusiasmo alla campagna elettorale e ne raccoglie i frutti: con le sue 4.881 preferenze è la più votata, dopo Alcide De Gasperi, nel collegio di Trento. Quando fu il momento di partire per Roma le sue amiche decisero, suo malgrado. di rifarle il guardaroba. Una gara di solidarietà perché in Parlamento facesse il suo ingresso senza sfigurare nei confronti delle altre.

Muore a Trento il primo novembre 1965

Angela Maria Guidi

«Colleghi consultori, nel vostro applauso ravviso un saluto per la donna che per la prima volta parla in quest'aula. Non un applauso dunque per la mia persona, ma per me quale rappresentante delle donne italiane che ora, per la prima volta, partecipano alla vita politica del Paese». Angela Maria Guidi esordisce con queste parole, il pomeriggio del primo ottobre 1945, quando, prima donna in assoluto, parla alla Consulta nazionale. All’organismo legislativo provvisorio, istituito dopo la fine della seconda guerra mondiale per sostituire, fino alle nuove elezioni, il Parlamento del Regno d’Italia, erano state chiamate 13 donne su 440 membri. Uno sparuto gruppo tanto che la Guidi sottolinea in aula che, «parole gentili, molte ne abbiamo intese nei nostri riguardi, ma le prove concrete di fiducia in pubblici uffici non sono molte in verità» anche se «nel campo del lavoro, della previdenza, della maternità e infanzia, della assistenza in genere e in quella post-bellica in specie, ci sarebbe stato modo di provare la nostra maturità e capacità di realizzatrici». In quel discorso invita i colleghi maschi «a considerarci non come rappresentanti del solito sesso debole e gentile, oggetto di formali galanterie e di cavalleria di altri tempi, ma pregandovi di valutarci come espressione rappresentativa di quella metà del popolo italiano che ha pur qualcosa da dire, che ha lavorato con voi, con voi ha sofferto, ha resistito, ha combattuto, con voi ha vinto e ora con voi lotta per una democrazia che sia libertà politica, giustizia sociale, elevazione morale». Parole, le sue, che ricordano quanto le donne vogliano stare «in prima linea nell’opera di resurrezione a favore del popolo nostro». Angela ripercorre, nel suo intervento, gli anni del fascismo che «ha tentato di abbrutirci con la cosiddetta politica demografica considerandoci unicamente come fattrici di servi e di sgherri, sicché un nauseante sentore di stalla avrebbe dovuto dominare la vita familiare italiana. La nostra lotta contro la tirannide tramontata nel fango e nel sangue, ha avuto un movente eminentemente morale, poiché la malavita politica che faceva mostra di sé nelle adunate oceaniche, fatalmente sboccava nella malavita privata». Il ruolo delle donne, per la Guidi, è fondamentale per un futuro senza guerre. «È l’istinto che ci fa essere tutrici della pace», dice convinta, «È anzitutto pace serena delle coscienze [da cui] deriva la pace feconda delle famiglie, infine, pace operosa del lavoro. Questa triplice finalità della pace l’Italia di domani la raggiungerà se noi sapremo essere l’anima, la poesia, la sorgente della vita nuova del risorto popolo italiano». Infine cita Caterina da Siena per spronare le donne italiane «a una intrepida operosità, fonte di illuminato ottimismo: “traete fuori il capo e uscite in campo a combattere per la libertà. Venite, venite e non andate ad aspettare il tempo, che il tempo non aspetta noi”».

Non è un caso che citi proprio la Santa toscana. Angela Maria Guidi è impregnata di cultura cattolica. Nata a Roma il 31 ottobre 1896 da Anna Casini e da Eugenio, terza di quattro figlie femmine, aveva studiato presso l’istituto delle suore dorotee al Gianicolo dove venivano iscritte le ragazze della borghesia cattolica della capitale. Rimasta orfana di madre ancora piccola, si dedica, con profitto, agli studi. Negli anni di scuola – si diploma nel 1917 – conosce Maria Cristina Giustiniani Bandini, figlia del principe Sigismondo e di Maria Sofia Massoni. La donna, dopo un periodo in convento dal quale era uscita per motivi di salute, si era dedicata alla formazione della coscienza femminista cattolica con al centro la tutela della famiglia e del lavoro femminile. L’incontro con Angela Maria avviene quando Maria Cristina è presidente dell’Unione fra le donne cattoliche. La Guidi ne resta affascinata. Quando scoppia la Prima guerra mondiale, proprio sull’esempio di quanto aveva appreso dalle sue frequentazioni si dà da fare nell’assistenza, in particolare attraverso il Circolo San Pietro. Un impegno civile che le vale la medaglia di bronzo del Comune di Roma e la partecipazione al primo corso propagandistico dell’Udc. Nel 1918 si scrive alla Gioventù femminile di Azione cattolica, appena fondata da Armida Barelli, e raggiunge, a Caltagirone, don Luigi Sturzo per lavorare con lui all’Opera nazionale per gli orfani di guerra. Quando il sacerdote, nel 1919, fonda il Partito popolare la Guidi vi si iscrive subito. È la prima tessera, di quella compagine politica, data a una donna. La Guidi prende sul serio questo impegno al punto che ritarderà l’iscrizione all’università per continuare la sua battaglia politica. Si dedica, in particolare, al ruolo del lavoro femminile nella cooperazione, promuove la nascita di cooperative di lavoratrici soprattutto in Veneto e, nel 1921 fonda, legato all’Azione cattolica, il Comitato centrale per la cooperazione e il lavoro femminile. Grazie a questo organismo riesce a far partire oltre 500 scuole di avviamento al lavoro, soprattutto per le orfane di guerra. Si interessa anche delle “lavoratrici dell’ago” e delle cooperative legate all’allevamento dei bachi da seta. Per seguire le donne e per approfondire i modi migliori per sollevare le sorti delle donne si sposta tra Caserta, il Friuli, il Veneto. Ma anche all’estero. Nel 1922 viene chiamata a rappresentare l’Italia al Congresso internazionale della cooperazione a Innsbruck. Il suo eloquio e la sua preparazione la fanno scegliere anche come inviata al Congresso di Azione sociale cattolica, che si svolge in Baviera, sempre nel 1922, e a quello delle opere sociali che si tiene a Gand nel 1924. Intanto collabora a diverse testate giornalistiche: Il Corriere d'Italia, Il Popolo, l'Avvenire d'Italia, L’Ago, settimanale della Federazione tra le lavoratrici dell’ago, Il Solco. Nel 1924 assume la direzione del settimanale Il Lavoro femminile. Direzione che durerà appena un anno, fino al 3 gennaio 1925 quando Mussolini, con i decreti speciali, trasformerà il suo Governo in una dittatura. Ancora nel 1924 vince il concorso all’Ispettorato del lavoro di Roma. È l’unica donna a partecipare al bando. Appena ottenuto l’impiego, penserà subito a dare assistenza alle mondine e a quanti sono impegnati nella lavorazione dei tabacchi e negli impieghi stagionali. Contribuisce a fondare, nel 1929, la Federazione nazionale donne professioniste e artiste. Ma lascerà l’organizzazione nel 1931 quando questa verrà assorbita nelle organizzazioni fasciste e le verrà chiesto di tesserarsi obbligatoriamente con il fascio. I tempi si fanno più difficili. Una ricerca sul lavoro femminile, che le era stata affidata dal ministero delle Corporazioni, non viene pubblicata perché i risultati sono diversi da quelli attesi dal regime e la Guidi di rifiuta di modificarli. Angela Maria, a questo punto, decide di trasferirsi a Ginevra. Continua, però, a frequentare, clandestinamente, le riunioni del Partito Popolare. In una di queste riunioni conosce Mario Cingolani, ex parlamentare del Ppi, vedovo di Maria Antonietta Spinola e con tre figli, Carlo, Giacomino e Carolina. I due si sposano quando i ragazzi hanno rispettivamente 20, 17 e 15 anni. Tre anni dopo nascerà il suo unico figlio.

La coppia Guidi Cingolani diventa punto di riferimento degli antifascisti di Roma. Fanno parte della direzione clandestina della Democrazia cristiana e ospitano nella loro abitazione il Comitato di liberazione nazionale. In quegli anni riprende anche gli studi universitari iscrivendosi all’Istituto orientale di Napoli. Qui si laurea in lingue e letterature slave. Non smette, neppure in quel momento, a occuparsi delle donne lavoratrici, in particolare di quelle impegnate a Cinecittà come comparse o operaie.

Il 30 luglio 1944 viene eletta, unica donna, consigliera nazionale della Dc e, il 19 agosto dello stesso anno delegata nazionale del movimento femminile. Da quel primo Consiglio nazionale che si era tenuto a Napoli, prende a organizzare corsi e seminari di formazione per preparare le donne all’ingresso in politica. Si batte anche per l’estensione del diritto elettorale con la costituzione del Comitato pro voto. La sua visione del ruolo delle donne in politica è molto chiara. La esprime soprattutto con un editoriale pubblicato il 25 dicembre 1944 su Azione femminile, supplemento de Il Popolo. Il quel primo numero, nel quale De Gasperi si rivolge alle donne per spronarle a fare politica «non per uscire dalla famiglia, ma per difenderla, assicurare il suo avvenire», Angela Maria Guidi scrive che «la donna è la casa», ma «la casa è il mondo». Chiede alle donne di essere riformatrici, competenti, responsabili e spiega che, proprio partendo dalla famiglia, sono loro le più adatte a occuparsi di salario familiare, previdenza, lavoro femminile e minorile, sviluppo delle piccole imprese.

Il 25 settembre 1945 il suo partito la designa a far parte della Consulta nazionale e, nel 1946, viene eletta alla Costituente.

Muore a Roma l’11 agosto 1991.

Vittoria Titomanlio

La raccontano come una donna dalle poche parole e dai molti fatti. Nata a Barletta il 22 aprile del 1899 da Sabino Titomanlio e Carolina De Boffe, Vittoria cresce in un ambiente molto cattolico, anche se il suo impegno nell’associazionismo ecclesiale non è precoce. Padre ispettore doganale e madre casalinga, frequenta le scuole pubbliche e si diploma alle magistrali. È durante gli anni scolastici che, anche a seguito delle rivolte agrarie frequenti nella zona tra la sua città natale e Cerignola, comincia a interessarsi della condizione dei lavoratori. Una attenzione che conserverà nel tempo, sia durante i suoi lunghi anni di insegnamento nelle scuole elementari, dove bada a curare soprattutto la capacità dei bambini e delle bambine di comprendere il loro ruolo sociale, sia più tardi quando si dà da fare, in particolare per gli artigiani. È poco prima di compiere i 30 anni, nel 1928, che entra a far parte della Gioventù femminile dell’Azione cattolica e del consiglio diocesano di Napoli. Sono gli anni in cui il regime comincia a controllare sempre più strettamente le associazioni cattoliche, a limitarne le attività. Diventa sempre più duro l’ostracismo, prima contro i circoli degli scout e poi, dopo ripetute violenze squadriste, anche contro l’Azione cattolica. Quando, nel 1931, il fascismo decreta la chiusura dei circoli cattolici, tra le vivaci proteste di Pio XI, l’Azione cattolica si organizza per una capillare campagna di diffusione delle sue idee. Nascono così i «propagandisti». Vittoria diventa una di loro, nel 1932. L’incarico nazionale la porta a viaggiare molto per l’Italia. La politica è ancora lontana, ma la maestra forgia in quel periodo, ancor più che negli anni precedenti, il suo pensiero sociale e democratico. La sua scuola itinerante la porterà a confrontarsi concretamente con il tessuto sociale di una Italia sempre più stretta dalla crisi economica. Girando per l’Italia cerca di capire in particolare le condizioni della piccola impresa e di quei lavoratori che impiegano più manualità e creatività. Non è dunque un caso se, alla caduta del regime fascista, nel 1943, diventa delegata del Movimento femminile per l’artigianato italiano e membro del comitato consultivo ministeriale per l’artigianato e le piccole industrie. Intanto era entrata a far parte del Consiglio superiore dell’Azione cattolica ed era stata nominata incaricata regionale per la Campania. In quegli stessi anni aveva cominciato a interessarsi di politica diventando consigliera nazionale dell’Associazione italiana maestri cattolici e segretaria provinciale delle Acli. Con la caduta del fascismo entra a far parte del Consiglio nazionale del Movimento Femminile della Democrazia Cristiana e, nel 1947, del suo Comitato centrale, diretto da Maria De Unterrichter Jervolino. Viene eletta alla Costituente, nel collegio XXIII di Napoli Aversa, con 20.861 voti.

Muore a Napoli il 28 dicembre 1988.

Maria Agamben Federici

La più giovane tra le nate dell’Ottocento ha origini armene. Nata a L’Aquila, prima di sei figli, il 19 settembre 1899, viene registrata all’anagrafe come Anna Maria, anche se poi accantonerà il suo primo nome. La famiglia, cattolica e benestante, la avviò agli studi classici e all’università dove si laureò in Lettere filosofia. Prese subito a insegnare italiano e storia nelle scuole superiori senza smettere di frequentare le organizzazioni femminili cattoliche cui si era iscritta fin da giovanissima. Anzi, fino al 1931, in virtù dei Patti Lateranensi del 1929, questa sua frequentazione le lascia la libertà di non aderire alle organizzazioni fasciste della capitale. Particolarmente brillante nella scrittura e nell’oratoria fa tesoro delle idee di maestri come Emmanuel Mounier e Jacques Maritain. Nella capitale conosce Mario Federici, anche lui abruzzese, con il quale si sposa nel 1926. Il marito, intellettuale e regista teatrale, si muove tra la capitale e Milano per mettere in scena, pur senza iniziale successo, i suoi lavori. Quando, però, il fascismo inasprisce le sue posizioni soprattutto contro la cultura la coppia decide di trasferirsi, per sei anni, all’estero. Di impostazione montessoriana, Maria Agamben continua a insegnare negli Istituti italiani di cultura all’estero. I due sono a Barcellona e poi a Sofia. Si spostano in Egitto, a Il Cario, e, infine, approdano a Parigi. In Francia Maria entra in contatto con gli esuli italiani che fuggono dalla dittatura fascista e matura la volontà di un impegno nel campo sociale e per la promozione della donna. Rientrati in Italia nel 1937 cominciano a stringere rapporti con gli oppositori politici al regime fascista che sono in clandestinità. In particolare si impegnano nell’Associazione piazza Bologna che sostiene i perseguitati politici, gli sfollati, le donne in difficoltà. In particolare si occupa di quelle che hanno perso il lavoro organizzando, come delegate dell’Unione donne dell’Azione cattolica italiana (Udaci) un piano di assistenza a favore delle impiegate statali che il regime ha mandato a casa. In virtù di questo suo interesse per il mondo del lavoro, nell’agosto del 1944, viene eletta, come prima donna, delegata al Congresso costitutivo delle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani). Nel 1945 organizza il Convegno nazionale dell’associazione sul tema delle condizioni del lavoro femminile. Nello stesso periodo partecipa alla fondazione del Centro italiano femminile (Cif) per raccogliere le donne cattoliche fuori dall’Udi. L’Unione donne italiane, di ispirazione comunista e socialista, aveva fino a quel momento tenuto insieme laiche e cattoliche in funzione antifascista. Con la caduta del regime, però, le differenze ideologiche si erano fatte sempre più pesanti fino alla inevitabile frattura. «Se stiamo alle parole, ai discorsi e a taluni fatti si potrebbe dire che non c’è differenza», aveva commentato alla costituzione del Centro di cui fu presidente fino al 1950, «ma noi del Cif siamo per l’accresciuta autorità della famiglia, siamo di conseguenza contro il divorzio, siamo contro il materialismo». Il Cif si impegna subito nella costituzione di asili, scuole primarie e refettori per assistere i ragazzi, soprattutto gli orfani di guerra, e nell’aiuto ai reduci, agli emigranti, agli sfollati. Avvicinatasi alla politica, il 2 giugno, si presenta nel collegio di Perugia-Terni-Rieti e in quello nazionale nelle fila della Democrazia cristiana. Eletta alla Costituente fu una delle cinque donne che partecipò alla Commissione die 75 incaricata di redigere materialmente il progetto di Costituzione da sottoporre al voto parlamentare.

Muore a Roma il 28 luglio 1984.

Teresa Noce

Nata a Torino il 29 luglio del 1900 in una famiglia poverissima, Teresa Noce fu costretta subito a lasciare la scuola per andare a lavorare. Il suo quartiere, Ca’ Nere, le case nere, era tristemente famoso per il fumo delle ciminiere delle vicine fonderie che si depositava sui palazzi di quell’estremo lembo di periferia dove vivevano gli operai più miseri. Il padre, Pietro, abbandona presto la famiglia lasciando la moglie, Rosa Biletta, a crescere da sola la bambina e l’altro figlio Piero. Teresa e suo fratello riescono a frequentare le scuole elementari, ma poi il più grande comincia a lavorare in fabbrica mentre la futura costituente va di casa in casa con la gerla del pane a distribuire i prodotti del fornaio. In cambio, come scriverà lei stessa nella sua autobiografia, Gioventù senza sole, riceve «due soldi al giorno e i ritagli del pane avanzato». Una benedizione per quella famiglia che deve trasferirsi frequentemente da uno scantinato all’altro sempre inseguita da sfratti e creditori. Lasciata la scuola Teresa continua a studiare da autodidatta. Legge tutto quello che le capita a tiro, soprattutto le pagine del Gazzettino di Torino, mentre il sabato, con la mancia supplementare che riceve, compra Il Novellino, il settimanale di fiabe diretto da Guido Loggiani.

Intanto la mamma le trova un lavoro da sarta e lei riesce a metter via i primi soldi per acquistare libri. Legge quelli di Emilio Salgari, la Tigre di Mompracem e Il corsaro nero, Guerra e pace di Tolstoj, Umiliati e offesi di Dostoevskij. E di umiliazioni ne riceve molte tanto che è spesso costretta a cambiare laboratori. Con suo fratello Piero, che, lavorando alla Società piemontese automobili, si era iscritto al movimento operaio e socialista, condivide le idee di riscatto sociale. E quando, il 2 giugno 1911, le “sartine” o “caterinette” (da Santa Caterina da Siena), come venivano chiamate, organizzano il loro primo sciopero contro lo sfruttamento, Teresa, non ancora undicenne, è in prima fila. Le ragazzine e le donne impiegate nel settore tessile erano complessivamente, a Torino, circa trentamila, un quinto della forza lavoro della città. Nei circa 800 laboratori sartoriali, invece, lavoravano oltre cinquemila ragazze. Giornate di lavoro durissime che arrivavano a sfiorare a volte anche le venti ore giornaliere. Strette l’una all’altra per risparmiare gli spazi, con una media di 30 lavoranti ogni 25 metri quadrati, le ragazze spesso si ammalavano proprio per mancanza di ossigeno. Considerate “ragazze facili” da sedurre e abbandonare dagli universitari torinesi, spesso oggetto di offese, le sartine incrociano le braccia per otto giorni. Tanti ce n’erano voluti per strappare non ancora un contratto di settore, che arriverà solo qualche decennio dopo, ma condizioni migliori di lavoro. Per impedire le manifestazioni alcune di loro erano state chiuse a chiave nei rispettivi atelier tanto che, in seguito alle grida delle recluse, era dovuta intervenire la polizia, Dopo i primi quattro giorni di sciopero a loro si erano uniti anche i panettieri. La loro ribellione ha successo, ma per Teresa non si aprono giorni facili. Trovata a leggere un libro durante le ore di lavoro viene licenziata su due piedi con l’accusa di «perdere tempo». Nessun altro laboratorio sarà disposto ad assumerla. Troverà impiego, invece, come stiratrice prima e biscottaia dopo. Quando si avvicinano i venti di guerra partecipa, con gli altri lavoratori torinesi, allo sciopero del 17 e 18 maggio 1915 contro l’entrata del nostro Paese nel conflitto. Invano. Suo fratello Piero è chiamato alle armi prima come fante e poi, grazie alle sue nozioni di meccanica, alla scuola aviatori. Perde la vita proprio il giorno in cui si celebra la fine della Prima guerra mondiale, il 4 novembre 1918 cadendo con il suo aereo. Teresa, che ha perso anche la madre per via della febbre spagnola, si trova sola. Accanto a lei si stringono gli altri operai della Fiat Brevetti, dove aveva preso a lavorare durante la guerra, e il partito socialista. Nel 1921 è tra le fondatrici del partito comunista, scrive per La voce della gioventù, il settimanale dei giovani comunisti e conosce Luigi Longo, militante del partito e di famiglia benestante. Resta incinta, ma le nozze si celebreranno soltanto nel 1926 per l’opposizione della famiglia di lui che la considera «brutta, povera e comunista». Il giovane, però, è innamorato di questa ragazza che si è fatta strada con le sue sole forze. Innamorato della sua scrittura e delle sue idee. Insieme lavorano nella redazione di Avanguardia e progettano Voci della libertà, periodico che uscirà solo per pochi numeri. I due, infatti, vengono arrestati come sovversivi. Longo viene trasferito a Regina Coeli, processato e poi assolto. Teresa, invece, viene fermata solo per pochi giorni. Rimessa in libertà partorisce il suo primo figlio Luigi Libero. Prima del matrimonio nascerà anche Pier Giuseppe che, però, muore a pochi mesi per una meningite. Perseguitati dal fascismo, nel 1926 si sposano e, lasciato il figlio ai nonni paterni, partono per Mosca. Qui Teresa Noce frequenta la scuola per dirigenti politici mentre a lui vengono affidati incarichi di partito. Si spostano a Basilea, a Parigi, dove Teresa partecipa alla fondazione del giornale Noi donne, con rientri clandestini in Italia. La Noce, con il nome di battaglia “Estella”, datole da Togliatti, si muove da Biella a Pordenone, da Novara fino alle provincie emiliane, entra nelle fabbriche, diffonde la stampa clandestina. Torna a Mosca, dove però entra in urto con il comunismo di Stalin, e poi emigra in Spagna dove imperversa la guerra civile. Intanto, nel 1930, era nato Putisc, nome derivato, come spiega lei stessa, dall’iniziale Giuseppe (Giuseppuccio, Puccio, Putisc). Passano pochi anni, il primogenito Libero si trova ancora con i nonni e il nuovo piccolo, di sei anni appena, viene affidato a una famiglia di amici per permettere ai genitori di unirsi, nel 1936, alle Brigate Garibaldine che danno manforte per difendere la repubblica dal generale Franco. Il suo contributo, come al solito, è soprattutto quello delle idee. Cura la redazione de Il volontario della libertà, diretto proprio agli italiani che combattono a fianco degli spagnoli contro la dittatura. I Longo rientrano in Francia, a Marsiglia, ma, nel 1940, vengono arrestati. Teresa viene internata a Rieucros dove incontra un’altra detenuta, Elettra Pollastrini, anche lei, in seguito, eletta alla Costituente. Liberata entra nella resistenza francese. Si schiarisce i capelli, ma viene lo stesso riconosciuta e arrestata nuovamente nel 1941. Tradotta nel carcere della Roquette, nel 1943, viene consegnata ai tedeschi dalla polizia del Governo di Vichy. Deportata in Germania passa da un campo di concentramento all’altro. Viene mandata a Ravensbruck, vicino Berlino, poi a Flossenburg, in Baviera e infine in Cecoslovacchia nel campo di Holleischen. Qui viene assegnata al lavoro forzato in una fabbrica di munizioni fino alla liberazione a opera dei partigiani polacchi. L’esperienza brutale subita nei campi Teresa la racconterà nel suo libro "Ma domani farà giorno". Al rientro in Italia si ricongiunge con i suoi figli mentre il marito, sfuggito alla cattura, si era invece consolato con altre donne. Ma lei non perde tempo nei rimpianti anche se rimarrà molto ferita quando, nel 1953, Luigi Longo chiede e ottiene l’annullamento del matrimonio da un tribunale di San Marino presentando documenti con una falsa firma della stessa Teresa. Lei però è intenta alla ricostruzione del nostro Paese devastato dalla guerra e in piena povertà. Si dedica ai senza tetto e, memore della sua infanzia, ai bambini poveri e senza genitori. Con i Gruppi di difesa della donna lancia una campagna per procurare ai più piccoli «un pasto sicuro, un abitino decente, un letto pulito, un libro e una maestra». Al suo appello rispondono moltissime famiglie, soprattutto in Emilia, che si dicono disponibili ad accogliere migliaia di bambini. Nel 1945 il partito la designa a far parte della Consulta nazionale dove chiede di essere assegnata alla commissione lavoro. Qui si batte soprattutto in favore di operai e operaie e per la parità di salario. Rileva che per lo stesso lavoro le donne percepivano dal 20 al 40 per cento in meno di stipendio rispetto agli uomini e, anche quando svolgevano le stesse mansioni, erano inquadrate nelle categorie inferiori, persino quando lavoravano come maestre. Per i lavoratori tessili si batte perché ottengano il primo contratto collettivo di lavoro che contempli sia la mensa che gli asili nido aziendali per permettere alle madri di lavorare. Per i reduci disoccupati chiede che ci sia una precedenza nelle assunzioni e un contributo che non venga definito «sussidio», per lei parola umiliante, ma «provvidenza». Quando il partito le comunica di volerla candidare come Costituente chiede e ottiene di presentarsi capolista nei due collegi emiliani di Modena-Reggio e Parma-Piacenza. La campagna elettorale faticosa, sempre in macchina, parlando con tutti e tutte, la premia. La voltano persino le suore, come dimostra l’altissima percentuale che prende proprio nella circoscrizione dove votano le religiose. Sarà una delle cinque donne che parteciparanno alla Commissione dei 75.

Muore a Bologna il 22 gennaio 1980.

Maria De Unterrichter Jervolino

Di famiglia benestante Maria era nata a Osanna, in provincia di Trento, il 20 agosto 1902. Il padre Arturo era ufficiale della Guardia di finanza asburgica e la madre Santa Belli parlava correntemente il tedesco. Forte proprio del suo bilinguismo la famiglia, allo scoppio della Prima guerra mondiale, riesce a trasferirsi a Innsbruck. L’accoglienza in città, però, come avveniva in quel periodo per tutti i profughi italiani, non era stata delle migliori. A differenze delle norme trentine, che consentivano gli studi nella lingua materna (italiano o tedesco che fosse), in Austria le lezioni vengono impartite nella sola lingua nazionale. In classe Maria incontra Emma Mittempergher, che sarà poi traduttrice di Marx, di Engels, del Manifesto del Partito comunista e convertirà dal fascismo all’antifascismo e poi al comunismo il futuro marito Delio Cantimori. Con Emma, il cui cognome sarà poi italianizzato dalle leggi fasciste in Mezzomonti e che il marito scherzosamente definiva «di razza degasperiana», nasce in quegli anni una amicizia che si protrarrà per tutta la vita. Alla fine della guerra, rientrati in Italia, per Maria proseguono gli studi. Grazie a una speciale deroga riesce a iscriversi al liceo classico Giovanni Prati di Trento. Una eccezione visto che le leggi di allora impedivano alle donne di studiare nei licei.

Nel 1922, dopo gli esami di maturità, si iscrive, a Roma, alla facoltà di Lettere. È qui che continua il suo impegno nell’associazionismo cattolico venendo eletta, già dal suo primo anno di università, presidente delle universitarie cattoliche dell’ateneo. L’anno dopo è presidente nazionale della sezione femminile della Fuci. È qui che conosce don Giovanni Montini, il futuro Paolo VI, che è assistente ecclesiastico della federazione. Dopo la laurea, che consegue nel 1927, entra nel gruppo direttivo dell’Unione donne cattoliche e del Cif. Intanto entra a far parte anche di Pax romana, una organizzazione europea degli universitari cattolici che si battono per difendere valori di fratellanza e di pacifica convivenza tra i popoli. Vince anche due concorsi per l’insegnamento della letteratura tedesca nei ginnasi e nei licei scientifici. Viene assegnata a un liceo di Benevento e a un ginnasio di Santa Maria Capua Vetere. Ma rinuncerà all’insegnamento in seguito al matrimonio, nel 1930, con Angelo Raffaele Jervolino. Di dodici anni più grande di lei, Angelo Raffaele, avvocato napoletano cresciuto nell’Azione cattolica, aveva aderito all’appello di don Luigi Sturzo. Con il sacerdote era stato tra i fondatori del Partito popolare italiano e poi sarà tra quelli della Democrazia cristiana. Dal loro matrimonio nasceranno due figli, Rosa, che seguirà le orme politiche dei genitori, e Domenico.

I due condividono idee, impegno politico e sociale, antifascismo. La incoraggia quando, il 16 settembre 1928, era salita sul treno che portava a Roma Alcide De Gasperi per un interrogatorio. Scortato dalla Polizia fascista perché considerato «potenzialmente sovversivo» in quanto esponente del disciolto Partito popolare, De Gasperi l’aveva vista entrare nel suo scompartimento e sedersi il più possibile vicino a lui. Era il segno della vicinanza della diocesi di Trento che aveva scelto la De Unterrichter per questo messaggio silenzioso. Due anni dopo, trasferitasi a Napoli con il marito, Maria approfondisce i problemi del Meridione, in particolare quelli delle donne e del loro ruolo all’interno di quel contesto sociale. A Napoli dà vita alla Settimana della madre che univa ai temi dell’istruzione e dell’accesso al lavoro delle donne anche quello del recupero della centralità della famiglia. Quando un bombardamento alleato, il 4 dicembre 1942, distrugge l’edificio vicino a quello in cui vive la famiglia Jervolino, i coniugi decidono di lasciare via Duomo e trasferirsi a Ottaviano in una proprietà della famiglia. La loro casa diventa fucina di idee e incontri e dopo l’8 settembre 1943, punto di riferimento per la nascente Democrazia cristiana. Si impegna per il voto alle donne facendo nascere la sezione di Napoli del Cif. Sono mesi di dibattiti per sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti politici che spettano al genere femminile e sulla necessità di che siano protagoniste nelle elezioni. Il 15 marzo 1945 pubblica un articolo sul periodico Il Domani d’Italia intitolato La donna nella vita politica. Partendo dalle teorie di Maritain Maria sostiene che le donne hanno una innata capacità di comprendere le necessità altrui e di aiutare i più bisognosi e dunque sono maggiormente portate a lavorare per il bene comune. Cita, come esempi, i vari ordini religiosi femminile che, nei secoli, si sono impegnate in difesa del prossimo e figure come Matilde di Canossa, Caterina da Siena, Maria Montessori.

La democrazia cristiana la candidata all’assemblea costituente nel collegio di Potenza-Matera, mentre il marito viene candidato nella circoscrizione di Napoli. Risulteranno eletti entrambi. Muore a Roma il 27 dicembre 1975.

Laura Bianchini

Nata in una famiglia povera di Castenedolo (Brescia) il 23 agosto 1903, Laura Bianchini mostra subito una innata propensione agli studi. Il padre Domenico e la madre, Caterina Ariccia, fanno tutti i sacrifici possibili per permetterle di andare a scuola. Lei stessa, quando le ristrettezze economiche non le consentiranno più di frequentare in classe si troverà un lavoro e continuerà da autodidatta. Si diploma comunque alle scuole magistrali e comincia a insegnare. Dopo la laurea, che consegue in Lettere e filosofia alla Cattolica di Milano, diventa prima docente di storia e filosofia e poi preside dell’Istituto magistrale di Brescia. Intanto collabora con la casa editrice cattolica La Scuola realizzando alcuni libri scolastici. Negli stessi anni pubblica anche saggi ed editoriali su riviste di pedagogia. Entra nella Fuci e nel Movimento laureati. Formatasi nell’oratorio dei Padri della pace, dove ha coltivato le sue radici gran parte della resistenza bresciana e lombarda, si nutre allo spirito di padre Manziana, che sarà detenuto a Dachau e poi diventerà vescovo di Cremona, del cardinale Giulio Bevilacqua, grande anticipatore del Concilio, di don Giacomo Vender, di padre Luigi Rinaldini, che riceve dal suo vescovo il mandato di accompagnare giovani e studenti come cappellano delle Fiamme Verdi, i partigiani cattolici. in quel cattolicesimo democratico cui aveva contribuito anche don Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, Laura Bianchini affina il suo carattere e il suo intelletto. Diventa per sette anni presidente del ramo femminile della Fuci. È il periodo in cui, a livello nazionale, ci sono Igino Righetti e Maria de Unterrichter, oltre che Montini come assistente. La sua casa, dopo l’8 settembre 1943, diventa sede delle prime riunioni dell’antifascismo anche militare bresciano. Non solo, la Bianchini vi fa installare anche una tipografia artigianale per il giornale Brescia libera e si occupa di coordinare la stampa clandestina de Il Ribelle. Dalle colonne di Non solo esorta gli insegnanti a non prestare giuramento per la Repubblica sociale italiana. «Se giurate», scriveva, «non siete educatori di anime, siete corruttori del costume». La polizia fascista si insospettisce, ma, quando decide di arrestarla, Laura si è già trasferita a Milano in un istituto religioso femminile. Da lì presta il suo aiuto alle Fiamme verdi, diventando, sotto la guida di Enrico Mattei, staffetta partigiana, con il grado di maggiore, delle formazioni bianche. Si occupa di molte cose, dall’assistenza alle famiglie dei caduti in guerra alla fuga degli ebrei verso la Svizzera. Li accompagna lei stessa per raggiungere i confini. E intanto continua a scrivere. Usa vari pseudonimi, Penelope, Don Chisciotte, Battista per continuare, sulla stampa clandestina, a incoraggiare la resistenza e a diffondere le sue idee di una società in cui al centro deve essere posta la persona, come insegnava il filosofo Jacques Maritain. Quando finisce la Seconda guerra mondiale la Bianchini partecipa ai gruppi vicini a Giuseppe Dossetti e viene nominata, dalla Democrazia cristiana, membro della Consulta nazionale dove svolge il ruolo di segretaria della Commissione dell’Istruzione e Belle Arti. Nel 1946, eletta alla Costituente con oltre 30 mila voti, si trasferisce a Roma a casa delle sorelle Portoghesi dove, assieme allo stesso Dossetti, ad Angela Gotelli, a Giorgio La Pira, ad Amintore Fanfani, dà vita alla “comunità del porcellino”, nella casa sita in via della Chiesa nuova. «Questa casa», scrisse Ermanno Dossetti, fratello di Giuseppe, «non fu soltanto la fisica abitazione di Laura Bianchini, Giuseppe Dossetti, Amintore Fanfani, Angela Gotelli, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, ma fu soprattutto il luogo in cui queste persone dettero vita a una comunità fraterna e operosa, che costituì il crogiuolo dello spirito e delle idee che essi portarono nell’Assemblea Costituente. Si può anzi dire che alla Chiesa Nuova presero forma e acquistarono vigore molti dei principi fondanti della convivenza della nazione che stava risorgendo, e che furono poi trasfusi nella nostra Carta costituzionale, attraverso il lavoro assiduo e paziente di ciascuno dei membri di quella piccola comunità, e il confronto aperto e leale con chi, nell’Assemblea costituente, era portatore di altre idee e altri valori. La memoria di quel gruppo di persone e della loro opera deve essere, per noi oggi e per le generazioni che verranno, occasione di rinnovata e convinta adesione ai principi fondamentali della Costituzione, che essi contribuirono a formulare e che tuttora esprimono i valori irrinunciabili del nostro popolo».

Muore a Roma il 27 dicembre 1983

Adele Bei

Terza di undici figli, Adele era nata a Cantiano (oggi provincia di Pesaro Urbino) il 4 maggio 1904 da Angela Broccoli e Davide Bei. Il padre, boscaiolo, era già molto impegnato in politica e Angela cresce coltivando idee socialiste e di riscatto sociale. Nonostante il basso ceto sociale riesce a frequentare fino alla terza elementare per andare poi a lavorare in un opificio. Ha da poco compiuto 15 anni quando partecipa al cosiddetto “biennio rosso”, quei due anni tra il 1919 e il 1920 in cui, soprattutto nell’Italia settentrionale, si moltiplicano gli scioperi e le manifestazioni di contadini, operai, lavoratori sfruttati. Nel 1921 comincia a frequentare Domenico Ciufoli, anche lui boscaiolo e di Cantiano. Di idee socialiste era uscito dal partito per fondare, insieme con Antonio Gramsci, Pietro Secchia, Umberto Terracini, Amedeo Bordiga, il Partito comunista. Alla fine del 1923, per sfuggire alle persecuzioni fasciste, i due fuggono all’estero. Vivranno tra Belgio, Lussemburgo e Francia. Durante il periodo dell’espatrio nascono i loro due figli, Angelina (1924) e Ferrero (1926). Adele, a Parigi, lavora come commessa, ma torna più volte in segreto in Italia. Nel 1931, pensando di essere stati ormai dimenticati dal fascismo, i due coniugi fanno rientro a Roma lasciando però i figli all’estero. Per due anni riescono a sfuggire ai controlli e a continuare la loro lotta antifascista. Nel 1933, però, Adele viene arrestata e condannata dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, creato da Mussolini, a 18 anni di carcere. Per evitare la pena, durante il processo, le viene chiesto di denunciare i compagni facendo leva anche sui suoi sentimenti di madre. Ma quando le chiedono se non abbia voglia di rivedere i suoi figli rimasti in Francia Adele risponde: «Non pensate alla mia famiglia, qualcuno provvederà; pensate invece ai milioni di bambini che, per colpa vostra, stanno soffrendo la fame in Italia». Dopo aver scontato i primi otto anni di carcere alle Mantellate di Roma e nel penitenziario di Perugia e poi viene inviata, per due anni, al confino nell’isola di Ventotene. Qui divide la fame e i pensieri politici con altri perseguitati politici, in primis proprio Terracini e Secchia. I compagni la ricordano anche per la premura che dimostrava a ciascuno di loro. Tra una discussione e l’altra rammendava loro i vestiti laceri, li incoraggiava, li spronava a non lasciarsi andare. Intanto, nel 1939, viene arrestato, a Parigi, anche suo marito. Dopo essere stato rinchiuso nel carcere della Santé a Parigi e poi in quello di Bourges, viene spostato a Clairvaux (Auze), a Chalon sur Seine, internato nel campo di concentramento di Compiègne e, infine, dal gennaio 1944 deportato nel lager di Buchenwald. Qui organizza la resistenza clandestina all’interno del campo e l'insurrezione armata dei deportati superstiti che riescono a liberarsi prima dell’arrivo delle truppe anglo americane. Esce dalla deportazione estremamente debilitato. Pesa 37 chili e perde la memoria della sua famiglia cui non vorrà più tornare.

Adele, però, non si lascia travolgere dai drammi familiari. Liberata nell'agosto del 1943, dopo l’8 settembre partecipa alla lotta partigiana. Il suo compito è quello di mobilitare le masse femminili. Organizza, insieme con altre esponenti del Partito comunista, le rivolte del pane a Roma. Tristemente famoso resta l’assalto al forno Tesei, il 7 aprile 1944, che si conclude con la fucilazione, da parte dei fascisti, di dieci donne i cui nomi sono tuttora ricordati presso il cosiddetto “ponte di ferro”, il Ponte dell’Industria, a Roma. Si tratta di Clorinda Falsetti, Italia Ferracci, Esperia Pellegrini, Elvira Ferrante, Eulalia Fiorentino, Elettra Maria Giardini, Concetta Piazza, Assunta Maria Izzi, Arialda Pistolesi, Silvia Loggreolo.

Con la liberazione, su designazione della Cgil, entra a far parte della Consulta nazionale. Si batte, come farà poi al primo Congresso della Cgil che si terrà a Firenze, nel giugno del 1947, per la parità di salario delle donne. Il fascismo aveva tagliato del 50 per cento il loro stipendio e l’organizzazione sindacale chiedeva un aumento. La proposta era di un 70 per cento rispetto al guadagno di un uomo. La Bei, invece, vuole che a parità di mansioni corrisponda parità di retribuzione. Sono le stesse idee che aveva portato in Consulta e poi, dal 2 giugno 1946, alla Costituente cui era stata eletta, nel collegio di Ancona, tra le fila del Partito comunista.

È morta a Roma il 15 ottobre 1976.

Angela Gotelli

Nata nella frazione San Quirico di Albareto (provincia di Parma, il 28 febbraio 1905, Angela è figlia di Tullia Fattori e di Domenico, medico condotto del paesino. Portata agli studi si iscrive ad appena undici anni al liceo classico di La Spezia avendo anticipato di un anno l’ingresso alle scuole elementari e di un altro anno gli esami per la licenza. A Genova, alla facoltà di Lettere e filosofia consegue la laurea con il massimo dei voti con una tesi su San Bernardino da Siena. Intanto si impegna nelle organizzazioni ecclesiali e diventa delegata della Fuci per il Nordest. Vince il concorso per l’insegnamento e prende servizio, come insegnante di materie classiche prima a Pontremoli e poi al ginnasio di Trieste. Intanto, dopo sei anni di frequentazione, rompe il suo fidanzamento per impegnarsi ancora di più nel sociale e nella politica. Diventa presidente nazionale della Fuci dal 1929 al 1933. In quegli anni è a stretto contatto con Igino Righetti e con Giovanni Battista Montini. Collabora alla fondazione del Movimento laureati di Azione cattolica di cui, nel 1934, diventa vice presidente. Allo scoppio della guerra entra nelle crocerossine dando assistenza prima a La Spezia e poi nella base navale di Brindisi. Torna in Liguria durante i bombardamenti della Raf britannica per dare soccorso ai feriti e ai mutilati. Nel 1943 partecipa alla stesura del Codice di Camaldoli, il documento elaborato da un gruppo di intellettuali cattolici riunitisi dal 18 al 24 luglio nel monastero in provincia di Arezzo su iniziativa di Sergio Paronetto. Documento che farà poi da base all’azione politica dei cattolici e che sarà pubblicato nell’aprile 1945 con il titolo Per la comunità cristiana. Principii dell'ordinamento sociale a cura di un gruppo di studiosi amici di Camaldoli.

Dopo l’8 settembre Angela torna ad Albareto e mette a disposizione la sua casa che diventa sede del locale comando partigiano e rifugio per clandestini e persone sfuggite all’arruolamento nella Repubblica di Salò. Intanto, dal gennaio 1944, è attiva nel Partito cristiano sociale, in Liguria, sorto sulla scia del Partito popolare di don Luigi Sturzo.

A Casa fronteggia, senza scomporsi, una perquisizione del X Mas, il famigerato organismo ai comandi di Junio Valerio Borghese che dava la caccia ai partigiani, e, pochi giorni dopo si reca nel bosco di Montegroppo per trattare uno scambio di prigionieri con gli ufficiali tedeschi. Lo scambio riesce come dimostra un documento firmato il 18 luglio 1944 e, almeno in quelle settimane, si evitano le rappresaglie già annunciate sulla popolazione civile delle vallate del Taro. Nel 1945 chiede l’aspettativa a scuola per trasferirsi a Roma e mettersi a servizio del rinato Movimento dei laureati cattolici e della Democrazia cristiana. Alloggia, anche lei, nella casa delle signorine Portoghesi e partecipa alla “comunità del porcellino”. Si schiera per la Repubblica al referendum (la democrazia cristiana aveva lasciato libertà di coscienza ai suoi iscritti) e viene eletta alla Costituente nella circoscrizione Genova-Imperia-La Spezia-Savona con 20.257 voti. Della elezione delle 21 donne dirà: «Eravamo tutte donne con esperienze e sofferenze proprie, eravamo balzate un po' in fretta, un po' di colpo all'elettorato attivo e all'elettorato passivo, unite nel desiderio di ricostruire la patria devastata e nella fondazione consapevole e coraggiosa di un nuovo ordinamento». In seguito alle dimissioni di Carmelo Caristia, il 6 febbraio 1947 entra a far parte della Commissione dei 75 e, con Nilde Iotti, prende parte alla prima sottocommissione per i diritti e i doveri dei cittadini.

Muore ad Albareto il 21 novembre 1996.

Maria Maddalena Rossi

Era di famiglia benestante, Maria Maddalena Rossi. Il papà Antonio era segretario comunale e ispettore dell’irrigazione della zona pavese dove abitavano, Codevilla, in provincia di Pavia. Qui la bambina era nata il 29 settembre 1906. La mamma, Agostina Bianchi, aveva il suo bel da fare con i suoi otto figli, ma, amica di Antonio Gramsci, riusciva a unire le attività pratiche per la famiglia con la coltivazione dei suoi interessi intellettuali. Attratta da subito dalle materie scientifiche, Mari Maddalena si iscrive a Chimica e Farmacia, all’università di Pavia, e consegue la laurea il 28 giugno 1929. Comincia a lavorare subito, in una farmacia di Voghera di cui assume la direzione alla morte del titolare. Poco dopo, nel 1931, si trasferisce a Sanremo alla Farmacia Internazionale e poi a Milano dove lavora nello stabilimento chimico dell’industria farmaceutica Zambelletti. È qui che conosce Antonio Semproni, anche lui chimico e appassionato d’arte. Si sposano subito. Oltre alla chimica li accomuna l’impegno antifascista tanto che, nel 1937, si iscrivono al Pci clandestino e collaborano con Soccorso rosso internazionale, l’organizzazione che aiuta le famiglie dei perseguitati dal regime fascista. Nel 1942, dopo che la loro casa era stata bombardata, la coppia si trasferisce a Bergamo, in un hotel. È qui che viene arrestata il 30 novembre di quell’anno dopo che aveva duramente criticato il regime. Confinata a Sant’Angelo in Vado, nell’appennino marchigiano fino al 25 luglio 1943, una volta libera si trasferisce in Svizzera. Lavora all’università di Zurigo, ma non dismette la lotta politica. Anzi promuove seminari per diffondere le idee antifasciste e si occupa di reperire fondi per la lotta armata. Collabora, inoltre, con alcuni periodi italiani destinati agli esuli italiani, in particolare con “Fronte della gioventù per l’Indipendenza e la Libertà” e “L’Italia Libera”. Forte di quell’esperienza da giornalista, rientrata a Milano nel 1944, entra nella redazione clandestina dell’Unità. Uno dei suoi compiti è quello di consegnare le bozze in tipografia

Nel 1944 tornò a Milano e entrò a far parte della redazione clandestina de L’Unità. Tra i suoi compiti anche quello di consegnare il menabò in tipografia. Con il suo aspetto borghese sembra la più adatta a ingannare i controlli. Dopo la liberazione il Pci la inserisce nella Commissione stampa e propaganda Alta Italia del Partito. Nelle elezioni del 2 giugno viene eletta nel collegio Verona-Padova-Vicenza-Rovigo con 11.842 voti.

Muore a Milano il 19 settembre 1995.

Ottavia Penna

Di famiglia nobile, Ottavia Penna nasce a Caltagirone il 12 aprile 1907, terza di cinque figlie. Il padre è il barone di Portosalvo, Francesco Penna, la madre la duchessa di Albafiorita, Ignazia (Ines) Crescimanno Maggiore. Riceve la prima istruzione a casa, come era consuetudine delle famiglie aristocratiche, e poi continua gli studi nel prestigioso collegio delle principesse, l’Istituto femminile di Poggio Imperiale, in Toscana. È la scuola frequentata da Maria José di Savoia e dai reali di Belgio. I suoi vorrebbero che si iscrivesse all’università a Roma e, in previsione di questo la iscrivono, per gli ultimi anni del liceo, all’Istituto delle suore francesi del Sacro cuore a Trinità dei Monti, nel cuore della Capitale. Conseguita la maturità, però, Ottavia non vuole conseguire la laurea che considera «un semplice pezzo di carta». Sposa, nel 1933, il medico Filippo Buscemi Galasso. Originario di Niscemi, direttore sanitario del convalescenziario di Santo Pietro, si sposta a lavorare nell’ospedale di Caltagirone, dove diventerà primario di ostetricia e ginecologia. Dalla loro unione nascono tre figli: Maricò, Ines e Cristina. Di idee monarchiche, che non rinnegherà mai, Ottavia si appassiona alla sorte delle persone più indigenti e, soprattutto di quella degli orfani di guerra. Dopo l’agosto del 1943 fonda, in Sicilia, la Città dei ragazzi e distribuisce loro le proprie riserve di farina. Allestisce dormitori per i senza tetto e trasforma gli immobili che erano stati abbandonati dalla forze armate in case per i reduci e per chi aveva perso tutto. Nel referendum per la Repubblica vota a favore della monarchia e si candida poi alla Costituente nella lista del Fronte dell’Uomo Qualunque. Nel comizio che tiene a Caltagirone nel 1946, non senza tensioni vista la sua propensione per i monarchi, sottolinea che «È una donna italiana e qualunque che oggi ha la gioia di poter far giungere la sua parola a tutte le sue sorelle, la sua parola di fede, di fratellanza, di pace, d’amore cristiano. Donne, da voi non poco la Patria aspetta [...]. Alla già grande responsabilità della famiglia e dei figli si aggiunge oggi quella del voto per la costituente, responsabilità tanto più grande perché si tratta di rifare le leggi che dovranno governarci per anni e forse per secoli».

E aggiunge: «Anche a noi donne è stato riconosciuto il diritto di collaborare per la rinascita della nostra Patria, penso che per noi sia invece un dovere, un grande dovere di coscienza, dal quale nessuno può esimersi e che ognuno deve compiere nel campo delle proprie possibilità. Il campo d’azione è vasto e c’è lavoro per tutte». Parla di «leggi giuste, lealtà di principi, onestà di azione, ecco ciò che ognuno di noi deve fortemente desiderare per sé e per gli altri, ecco quale deve essere il proposito d’ogni buon Qualunquista per il bene della nostra Patria».

Risulta eletta con 11.700 voti. È un successo personale, ma alla Costituente non viene accolta con calore. Anzi, non farà mai gruppo con le altre al punto che non viene neppure invitata, sola tra le ventuno, al ricevimento che l’Unione donne italiane organizza in onore delle elette. Il partito di Guglielmo Giannini, però, la apprezza al punto che il 28 giugno la candida come Capo provvisorio dello Stato. Ottiene 32 voti, mentre 396 vanno a Enrico De Nicola e 42 al repubblicano Cipriano Facchinetti. Per pochi giorni fa parte anche della Commissione dei 75. Ma Ottavia, che di se stessa aveva scritto «non sono laureata, non ho titoli accademici, né onorificenze», non si sente all’altezza del compito. Di quei pochi giorni, dal 19 al 24 luglio 1946, non resta di lei alcuna traccia se non l’annuncio delle dimissioni dato dal presidente Saragat. Rimane invece alla costituente, pur avendo lasciato il Fronte dell’Uomo qualunque, fino alla fine dei lavori, il 31 gennaio 1948.

Muore a Caltagirone il 2 dicembre 1986.

Elettra Pollastrini

L’infanzia di Elettra non è facile. Nata a Rieti il 15 luglio 1908 da Guido, impiegato dell’ufficio ipoteche e da Giuseppa Arceri, finisce presto in orfanotrofio. La bambina è fragile e, dopo il trasferimento del padre ad Ancona, ha bisogno di cure costanti. In istituto, però, non resta molto. Appena la famiglia si rimette in sesto la riprende con sé e si trasferisce a La Spezia. Qui può frequentare le scuole con una certa regolarità e, cosa rara per una donna, tanto più di un ceto sociale medio basso come il suo, consegue il diploma della Scuola tecnica. Non c’è il tempo di gioire perché il padre si ammala e muore in poco tempo. Suo fratello maggiore, Olindo, prende le redini della famiglia. Preso di mira dagli squadroni fascisti per il suo impegno in difesa dei lavoratori, nel 1923 è costretto a emigrare in Francia dove trova lavoro presso la Renault, Nel 1924 anche Elettra, che lo ha raggiunto insieme con la mamma, entra nello stesso stabilimento con la qualifica di perforatrice. L’impiego dura appena due anni perché nel 1926, in seguito allo sciopero indetto dalla Confédération générale du travail unitaire (Cgtu) in cui si era particolarmente esposta, viene licenziata. Dopo alcuni lavori precari, nel 1930, viene assunta come correttrice di compiti di italiano all’Ecole universelle par correspondance. Un posto su cui potrà sempre contare anche quando, per diversi periodi, prende a dedicarsi ad altro. Si iscrive alla Lega internazionale di donne per la pace e la libertà e, nel 1933 al Partito comunista francese. Intanto da un anno convive con Virginio Marchetto, un socialista massimalista con cui rimarrà fino al 1939. Partecipa, nel 1934, al Congresso mondiale contro la guerra e il fascismo che si tiene a Parigi e, nello stesso anno, si iscrive anche al Partito comunista italiano. Collabora a organizzare i comitati dell’Unione donne italiane e diventa redattrice di Noi donne. Usa lo pseudonimo di Myriam per la sua attività di propaganda delle idee comuniste in Francia. La polizia segreta fascista si interessa sia a lei che al suo compagno finché, nel 1937, dopo l’incauta pubblicazione di una sua fotografia su un giornale comunista, viene identificata dall’Ovra (Opera Volontaria di Repressione Antifascista) e interrogata. Rilasciata dopo essere stata ammonita fugge in Spagna dove combatte, nella guerra civile contro il franchismo, nelle Brigate internazionali. Tornata in Francia, nel settembre 1939 viene arrestata e rinchiusa nel carcere femminile della Roquette. Trasferita nel campo di concentramento di Rieucros, dove incontra, come abbiamo già detto, Teresa Noce, viene rilasciata nel 1941. Costretta al confino nella sua città natale, riesce a riprendere le attività politiche in modo clandestino. Si deve a lei, nel giugno dello stesso anno, la nascita del primo nucleo del Partito comunista a Rieti. Dopo l’8 settembre 1943 entra nella resistenza. Poco dopo, però, viene sorpresa da un gruppo di soldati tedeschi con un sacchetto pieno di chiodi anticarro. Arrestata immediatamente viene condotta nel carcere di Regina Coeli. Processata e condannata viene deportata in Germania nel gennaio 1944 e destinata ai lavori forzati nel durissimo carcere femminile di Aichach. Vi resterà fino all’otto aprile 1945 quando il campo viene liberato dall’armata rossa.

Il partito comunista la designa alla Consulta nazionale e poi la mette in lista nel seggio di Perugia. Viene eletta alla Costituente con oltre 5.000 voti.

Muore a Rieti il 2 febbraio 1990.

Maria Nicotra Fiorini

Nata a Catania il 6 luglio 1913, dalla famiglia aristocratica siracusana eredita il doppio cognome, quello del padre, Sebastiano Nicotra, e quello della madre, Irene Fiorini. Pur potendoselo permettere non si iscrive mai all’università, né svolge alcun lavoro retribuito. Anzi, nei suoi documenti viene indicata come “casalinga”. Eppure Maria si dà da fare fin da piccolissima nel sociale e in attività di promozione della donna. Ben presto entra nell’associazionismo cattolico e, a 27 anni, diventa presidente diocesana della Gioventù femminile dell’Azione cattolica di Catania. Nella città natale realizza la casa del lavoratore e quella dello studente, avvia laboratori e scuole artigiane. Ed è proprio alle artigiane che rivolgerà il suo impegno quando, qualche anno più tardi, entrerà nella Commissione nazionale femminile delle Acli. Viene inserita, inoltre, nella Confederazione cooperativa e spinge per far nascere, a Catania, l’associazione dei donatori di sangue (Avis). Allo scoppio della Seconda guerra mondiale si arruola come crocerossina e ottiene, per il suo impegno, la medaglia d’oro al valor nazionale. In prossimità delle elezioni del 2 giugno l’Azione cattolica la segnala alla democrazia cristiana insieme con undici «elementi di Gioventù femminile idonei a entrare nella lista per la Costituente». Viene candidata nel collegio di Catania-Messina-Siracusa-Ragusa-Enna e ottiene 22.838 voti. Quando entra in Parlamento non è ancora sposata. Lo farà qualche anno dopo con il padovano Graziano Verzotto, personaggio ambiguo coinvolto sia nella morte di Enrico Mattei (fu l’ultimo a salire a bordo dell’aereo del presidente dell’Eni il giorno prima dell’incidente in cui perse la vita) che in quella di Mauro De Mauro, il giornalista che stava seguendo una inchiesta sulla morte di Mattei. Maria lo segue a Padova, ma non all’estero dove il marito fugge quando viene coinvolto nello scandalo finanziario di Michele Sindona.

Maria Nicotra muore a Padova il 14 luglio 2007.

Bianca Bianchi

«In una breve stagione mio padre mi aveva regalato secoli di amore». Bianca Bianchi ricorda così la morte di suo padre, Adolfo, quando lei aveva appena sei anni. La “biondissima”, come la descriveranno le cronache al suo ingresso in Costituente, cresce con le idee socialiste del nonno materno. Nata a Vicchio (Firenze) il 31 luglio 1914, si era infatti trasferita con la madre, Amante Capaggi, nella casa dei nonni materni a Rufina. Di quel padre, fabbro e anche lui di idee socialiste, conserverà sempre un ricordo indelebile, così come dle nonno Angelo che supplisce alla depressione della madre della bambina. È con l’aiuto dei nonni che Bianca riesce a studiare e, nonostante la contrarietà di sua madre, a laurearsi, nel 1939, in Filosofia e pedagogia. La tesi, che discute nell’ateneo di Firenze con il professor Ernesto Codignola, è sul problema religioso in Giovanni Gentile. Dopo la laurea insegna a Genova Sestri e a Bolzaneto. Segnalata alle autorità antifasciste perché continuava a includere nell’insegnamento lezioni sulla civiltà ebraica, fu dapprima trasferita a Cremona e, successivamente, invitata a scegliere una cattedra all’estero. Bianca si trasferì, dunque, nel 1941, a Sofia, in Bulgaria per rientrare in Italia alla caduta del fascismo e aderire clandestinamente, dopo l’8 settembre, al Partito d’Azione. Si impegnò nella resistenza prestando soccorso, particolarmente, agli ebrei braccati dai nazifascisti e rendendosi disponibile a trasportare armi da una sede clandestina all’altra. Finalmente, nel 1945, con Lina Merlin, può dedicarsi alla politica in forma libera. Entrambe aderiscono al Psiup, il Partito nato dalla fusione del primo nucleo del Partito socialista italiano con il Movimento di Unità proletaria. Scrive per diversi giornali e quando, il 2 giugno, i fiorentini si recano al voto, nel XV collegio ottiene 15.384 preferenze, il doppio del capolista che si chiama Sandro Pertini.

Muore a Firenze il 9 luglio del 2000.

Nadia Gallico Spano

È l’unica, tra le costituenti a essere nata fuori dai confini italiani. Il padre, Renato, si era trasferito a Tunisi, allora protettorato francese, all’età di 16 anni. La madre, Ketty Sinigallia, aveva frequentato lì il liceo italiano e si era poi iscritta, a Roma, alla facoltà di Farmacia. Tornata in Africa si era ritrovata a essere la prima donna con quel titolo di studio. Innamoratasi di Renato lo aveva spinto a riprendere gli studi fino alla laurea in giurisprudenza conseguita ad Aix-en-Provence. Tornati entrambi a Tunisi danno alla luce, il 2 giugno 1916, Nadia. La sua famiglia diventa un punto di riferimento per gli antifascisti italiani mentre lei, nonostante la salute cagionevole che l’aveva tenuta lontana dagli studi per tre anni, riprende a frequentare prima il liceo italiano in città per poi trasferirsi a Roma all’università. Anche lei come la madre, sceglie la facoltà di farmacia. Sono anni duri per una ragazza vissuta in un contesto antifascista e che adesso si trova, invece, faccia a faccia con il regime. Per uscire da quel contesto di oppressione Nadia decide di cambiare università e di iscriversi in Francia. Torna a Tunisi per prepararsi all’esame richiesto per il passaggio. È in quell’autunno del 1938 che conosce Velio Spano, un funzionario del Partito comunista inviato a Tunisi, dopo l’esperienza della guerra civile spagnola, per rafforzare l’azione antifascista nell’Africa settentrionale. Lo sposa nel 1939 anche se il consolato italiano si rifiuta di registrare l’unione. Quando, nel 1942, il tribunale speciale di Tunisi, intanto passata dopo la resa della Francia alla Germania sotto Hitler, la condanna per il suo antifascismo sta allattando la seconda figlia. Per questo viene rimessa in libertà e usata come esca per catturare suo marito che, invece, ha subito la seconda condanna alla pena di morte. Il piano non riesce e i due, scampati alla cattura, nel 1943 riescono a rientrare in Italia. E due bambine, Paola e Chiara, rimangono con i nonni in Tunisia. Nadia viene mandata in Sardegna per organizzare le donne del Pci nella regione. Si impegna nella promozione delle classi più disagiate pensando alla casa e al lavoro, alle questioni legate alla maternità e all’infanzia abbandonata o orfana. Nel 1944, finalmente, riesce a ricongiungersi con le due figlie e con il marito. Tra le fondatrici di Noi donne, che ha diretto fino al 1945, Nadia Gallico aveva partecipato anche alla fondazione dell’Unione donne italiane. Entra alla Costituente nel giorno del suo trentesimo compleanno, dopo essersi battuta per il voto alle donne, al posto di Palmiro Togliatti eletto nel collegio unico nazionale.

È morta a Roma il 19 gennaio 2006.

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Filomena Delli Castelli

Per gli amici Memena, Filomena Delli Castelli era nata a Città di Castello (Pescara) il 28 settembre 1916. La famiglia, modestissima, viveva con i soldi inviati dal padre Giovanni emigrato in America. Con la madre, Pasqualina Di Stefano, e con il fratello minore cresce nella cittadina natale fino al conseguimento, nel 1933, del diploma magistrale presso l’Istituto Bertrando Spaventa. Comincia subito a insegnare nelle scuole elementari per mantenersi all’università. Si era infatti iscritta alla Cattolica di Milano alla facoltà di Magistero. Con il suo piccolo stipendio, ottenuto l’incarico in un istituto di Sesto Calende, in provincia di Varese, porta con sé anche la madre. Intanto prosegue il suo impegno in Azione cattolica, che aveva cominciato nel suo paese natale divenendo, a soli 17 anni, delegata regionale dell’Ac dell’Abruzzo. A Milano, sotto la guida di Giuseppe Spataro, entra nella Fuci. Ottenuta prima la laurea, nel 1940, e dopo l’abilitazione lascia le scuole elementari per insegnare Filosofia e pedagogia nello stesso istituto magistrale che aveva frequentato da ragazza. Allo scoppio della guerra, però, si trasferisce a Roma con la madre e da qui, per sfuggire ai bombardamenti, si sposta a Montesilvano. Prende parte alla resistenza durante l’occupazione tedesca come crocerossina e dando supporto ai partigiani. Organizza il sostegno agli sfollati giunti in massa nella provincia di Pescara e, finita la guerra, sotto la spinta del parroco del suo paese, don Nicola De Luca, e del preside dell’Istituto in cui insegnava, Giovanni Jannuci, dà vita alla locale sezione della Democrazia cristiana. Diventa segretaria provinciale del partito e, tornata a Roma, segue il Movimento femminile nazionale su sollecitazione di Mario Cingolani. Lavora nell’ufficio stampa della presidenza del Consiglio e, quando si avvicinano le urne, viene indicata dalla moglie di Cingolani, Angela Maria Guidi, come la candidata ideale per la Costituente. La campagna elettorale è sfiancante in una regione dove comunisti e socialisti sono nettamente in maggioranza. Filomena però non si scoraggia. Grazie al passaparola, all’appoggio delle parrocchie, al suo andare casa per casa per spiegare l’importanza del voto, al suo linguaggio volutamente non polemico ottiene la fiducia della gente e viene eletta con oltre 27 mila preferenze.

Muore a Pescara il 22 dicembre 2010.

Angiola Minella

Si firmava Lola e così la chiamavano amici e conoscenti. Nata a Torino il 3 febbraio 1920 aveva vissuto, ad appena 12 anni, la tragedia della morte del padre, Mario, ucciso sul pianerottolo di casa con tre colpi di pistola da un collega di lavoro. Ingegnere, direttore delle miniere di Cogne e poi, a Torino, della società Reale mutua, aveva conosciuto la moglie Emilia Cabitto a Noli, un comune della riviera ligure dove la sua famiglia benestante passava le vacanze estive. Nonostante la morte del marito Emilia, casalinga e rimasta sola con due bambine, non ha particolari problemi economici. Anche lei di famiglia ricca non ha problemi a far frequentare alle figlie le migliori scuole di Torino. Angiola si trova così sui banchi del liceo classico "Massimo d'Azeglio", lo stesso frequentato anche da Gianni e Susanna Agnelli. Pur volendosi iscrivere a Medicina, su pressione della madre, frequenta la facoltà di Lettere e filosofia. La passione trasmessala dai nonni materni, però, non si spegne e, allo scoppio della guerra frequenta il primo anno del Corso per infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana. Presta servizio nel reparto militare dell’ospedale provvisorio di Bra (Cuneo) e, entrata in contatto con gruppi di partigiani entra, dal primo novembre 1944, nella resistenza. Il suo nome di battaglia è Zoo mentre sua sorella più piccola viene battezzata Esperia. Intanto la sua casa di Torino viene rasa al suolo dai bombardamenti. Con la madre e la sorella si trasferiscono a Desenzano e poi a Noli. Angiola fa la spola fino all’ospedale di Bra per continuare a fare la crocerossina mentre, da staffetta partigiana, cura i collegamenti tra i partigiani garibaldini che sono in montagna e i Gap (Gruppi di azione partigiana) che invece operano in città. che operavano in città. Dal primo gennaio 1945 entra nella divisione Sap (Squadre di azione partigiana) “Antonio Gramsci”, nella brigata che prende il nome di un caduto, Vincenzo Pes. La militanza le vale, finita la guerra, il riconoscimento di “partigiana combattente” e della “croce di guerra”. Dopo la liberazione, frequentando la sezione di Savona del Partito comunista, conosce Piero Molinari, nome di battaglia Vela, del quale si innamora subito. La madre si oppone al matrimonio per l’origine umile della famiglia di lui. Angiola, però, non le bada e, pochi mesi dopo averlo incontrato, lo sposa, con rito civile, il 24 dicembre 1945. Collaboratrice della rivista Noi donne si dedica all’organizzazione dell’Udi, non più clandestina. Con l’Unione delle donne partecipa, fin dall’ottobre del 1945 a organizzare il Movimento di ospitalità per dare accoglienza ai bambini in difficoltà economiche e sanitarie a causa dei bombardamenti. Partendo da otto bambini orfani di un quartiere milanese il Movimento, grazie all’aiuto di famiglie lavoratrici di alcune regioni italiane – sono in prima fila l’Emilia, la Toscana e la Liguria – predispongono alloggi nelle città più distrutte: la stessa Milano, Torino, Roma, Cassino, Napoli, alcune città siciliane. L’iniziativa coinvolge anche il Partito, i sindacati, le cooperative, ed è coordinata dal “gruppo della stufa rossa” con a capo Teresa Noce.

Quando, il 29 marzo 1946, si vota per le amministrative, la prima vera consultazione cui partecipano anche le donne, viene candidata nelle liste del Pci a Savona. Diventa prima consigliera comunale e poi Assessore supplente alla Beneficienza, che si occupa anche di sanità e servizi sociali. Il 2 giugno dello stesso anno, candidata nel collegio di Genova riceve 27.394 e diventa Costituente.

Muore a Genova il 12 marzo 1988.

Nilde Jotti

All'anagrafe Leonilde Jotti nasce a Reggio Emilia il 10 aprile 1920. La sua famiglia è di modeste condizioni economiche e quando il padre, Egidio, viene licenziato da ferroviere per il suo impegno politico la situazione diventa ancora più precaria. Nilde ha tre anni e i suoi hanno già vissuto il dramma della perdita di altri tre figli nati prima di lei. Riesce comunque a frequentare le scuole. Il padre, fortemente antifascista, riesce a iscriverla all’Istituto privato Principessa di Napoli. Quando, nel 1934, il padre muore la madre Alberta, donna cattolicissima e autodidatta, riesce a mantenerla agli studi facendo la lavandaia. Nilde consegue il diploma nel 1938 e la madre, sebbene il padre sia stato licenziato, riesce a farla partecipare al concorso per la borsa di studio universitario destinato agli orfani di ferrovieri. Con quei soldi Nilde vuole iscriversi all’università cattolica di Milano, facoltà di Lettere. La sua prima domanda viene respinta perché figlia di genitori che non si erano sposati in chiesa. La seconda volta, invece, è Agostino Gemelli che, visti i suoi precedenti studi in un istituto religioso, la ammette con una speciale dispensa. Frequenta le lezioni facendo la pendolare da Reggio Emilia a Milano. Ha tra i professori Giuseppe Dossetti. Si laurea in piena guerra, nel 1942. Deve subito iscriversi al Partito nazionale fascista presso la Federazione dei fasci femminili per poter insegnare, cosa che fa fino al 1946. Ma è dopo l’8 settembre che si interessa alla politica avvicinandosi al Pci pur senza iscriversi al partito e diventando staffetta partigiana. Aderisce ai Gruppi difesa della donna e diventa segretaria dell’Unione donne italiane di Reggio Emilia. Nelle amministrative del 1946 viene eletta nel consiglio comunale della sua città come indipendente nelle file del Pci e, il 2 giugno, entra alla Costituente con quasi 16 mila voti. Solo allora si iscrive regolarmente al partito. Il 25 giugno incontra per la prima volta, in ascensore, Palmiro Togliatti. Un colpo di fulmine che li unirà, nonostante lui fosse sposato con la Montagnani e avesse 27 anni più di lei, fino alla morte. Che per Nilde arriva, a Poli, il 4 dicembre 1999, 35 anni dopo quella del suo compagno.

Teresa Mattei

Nata a Genova il primo febbraio 1921, Teresa, detta Teresita, cresce in una famiglia di attivisti pacifisti. Il padre, Ugo, è impiegato in un’azienda telefonica e avvocato, la madre, Clara Friedmann, di origini lituane, è linguista. La più giovane tra le costituenti, chiamata «la ragazza di Montecitorio» per la sua età, aveva da subito mostrato la sua indole facendosi espellere da «tutte le scuole del Regno». Nel 1938, infatti, quando nel liceo classico Michelangelo, di Firenze, aveva fatto il suo intervento il professor Santarelli inviato nelle scuole da Mussolini a fare propaganda anti ebraica, Teresa era uscita dalla classe esclamando di non poter «assistere a queste vergogne». Immediatamente cacciata dalla scuola riesce comunque a diplomarsi da privatista grazie a una norma scovata dal giurista Piero Calamandrei, amico di famiglia. Grazie a un altro articolo lo stesso Calamandrei la fa iscrivere all’università, alla facoltà di Lettere. Anche lei, come il padre, militante di Giustizia e libertà viene incaricata di portare dei soldi a Nizza per i fuoriusciti italiani. Intercettata dalla polizia fascista viene arrestata. Riconquista la libertà e torna in Italia, ma viene nuovamente fermata mentre va a trovare don Primo Mazzolari e rinchiusa nel duro carcere di Mantova. È di nuovo libera nel giugno del 1940 quando, a soli 19 anni, va a protestare in piazza, a Firenze contro la guerra. Nel 1942 si iscrive al Pci clandestino e, nel 1943, entra nella resistenza. Il suo nome di battaglia è Chicchi. Intanto suo fratello Gianfranco viene sorpreso dai fascisti nel laboratorio di ordigni esplosivi destinato al Pci che aveva messo in piedi a Roma dopo aver lasciato Milano considerata più pericolosa. Per non fare il nome dei compagni, sottoposto a durissime torture, si uccide nel carcere di via Tasso la notte tra il 6 e il 7 febbraio del 1944. Tornata di fretta a Roma dai genitori anche Teresa viene fermata e condotta a Perugia. Senza processo viene accusata di essere antifascista e condannata a morte. Ripetutamente violentata, quando entra in servizio una camicia nera che ha una figlia della sua età viene fatta fuggire con un sotterfugio. Si rifugia in un convento di suore. Qualche mese dopo, il 3 giugno del 1944 fa saltare un convoglio di 12 vagoni carichi di esplosivo che i tedeschi avevano messo al sicuro in un tunnel lungo l’Arno. La polizia la insegue fin dentro le aule universitarie dove si è nascosta. È il professore Eugenio Garin, suo relatore di tesi a salvarla. Capita al volo la situazione, con gli altri colleghi con cui era riunito, forma immediatamente una commissione di laurea e comincia a interrogare la studentessa. Quando la polizia entra ascolta alcune risposte e chiede scusa per il disturbo. La laurenda non può essere la ragazza che stavano inseguendo. La simulazione della seduta di laurea era andata così bene che i professori decidono di convalidare la discussione. E così la Mattei ha la sua laurea. A Firenze ritrova anche Bruno Sanguinetti, padre già di tre bambini, ma separato dalla moglie. Vivono insieme la passione politica e, insieme preparano l’attentato al filosofo Giovanni Gentile, di cui Teresa è stata allieva. È lei a indicarlo al compagno e ai due gappisti che porteranno a termine l’assassinio. Intanto le azioni si moltiplicano e Teresa diventa comandante della Brigata intitolata a suo fratello. Il due giugno viene eletta alla Costituente nel collegio di Firenze e Pistoia. Diventa segretaria dell’ufficio di presidenza. Qualche mese prima, l’8 marzo, con Teresa Noce e Rita Montagnani aveva suggerito a Luigi Longo di adottare la mimosa come simbolo della festa della donna: «Scegliamo un fiore povero, facile da trovare nelle campagne», aveva detto. Quando muore, a Usigliano (Pisa) il 12 marzo 2013, è l’ultima delle 21 che era rimasta ancora in vita.