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lunedì 27 maggio 2019
 
Don Raffaele Busnelli
 
Credere

La scelta del “don”: diventare eremita

22/11/2018  Sacerdote nella diocesi di Milano, 46 anni, ha lavorato 13 anni in parrocchia. Poi ha sentito una nuova “vocazione nella vocazione” e ha scelto di vivere da eremita in Val Varrone

«Se  mi sento mai solo?  No, non ho motivi per sentirmi solo. La mia solitudine è abitata dalla preghiera». Mentre risponde a una delle domande probabilmente più banali che si possano fare  a un eremita (e che chissà quante volte avrà già sentito rivolgersi), don Raffaele Busnelli non dà segno di spazientirsi e, anzi, la sua voce si fa ancora più pacata, intrisa di serenità. Come se questa risposta contenesse tutto il suo essere eremita.

Don Raffaele, 46 anni, solo — anche fisicamente —  non lo è quasi mai, visto che ogni anno almeno 700 persone salgono fino all’eremo dove ora ha scelto di vivere, in Val Varrone, sulle montagne della sua Lombardia. Cercano soprattutto comprensione e un posto dove scaldare il cuore. E trovano l’una e l’altro, ma soprattutto “accoglienza” e un aiuto al “discernimento”, secondo i termini che don Busnelli ripeterà decine di volte durante la chiacchierata che inizia con qualche minuto di attesa («devo tirar su la spesa, ma ci metto poco») prima di iniziare il suo racconto, di sacerdote ed eremita diocesano.

TREDICI ANNI IN PARROCCHIA

«Come sacerdote della diocesi di Milano, ho lavorato tredici anni in parrocchia, prima a Cologno Monzese e negli ultimi tre anni a Treviglio. Stavo bene, facevo tante cose, ma sentivo in me sempre più forte il bisogno di silenzio, di dedicare uno spazio sempre maggiore alla preghiera. Iniziai a pensare alla vita eremitica ma il pericolo che percepivo, e che in effetti è sempre presente in chi ipotizza questa scelta, è quella di una fuga. Io però sentivo sempre più forte questa “vocazione nella vocazione”. Allora decisi di aprire il cuore con il cardinale Martini, che tra l’altro aveva scritto anche delle regole per questo tipo di discernimento. Ricordo che mi chiese cosa facevo in parrocchia e gli elencai le tante attività; allora comprese che non era una fuga, che quel mio desiderio era autentico».

E così, una dozzina di anni fa, don Raffaele si mette alla ricerca di un posto dove stare, dove incontrare il silenzio, e approda sulle montagne, a 40 chilometri da Lecco. «Una signora del posto mi ha subito regalato un paio di stalle che ho sistemato, un altro signore originario di qui (ma che ora vive a Cremona) mi ha poi donato un altro paio di stalle, ho sistemato pure quelle e un po’ alla volta ecco che ho messo in piedi il mio eremo. Da sei anni vivo qui».

Fuori dal mondo, almeno logisticamente, ma nel mondo: «Una delle prime cose che ho messo è stato il collegamento internet. Mi serviva per risolvere delle pratiche con il Comune. Sa, i permessi, le autorizzazioni… Ora lo uso sempre per queste faccende, ma anche per studiare e per scambiare esperienze».

E poi c’è il contatto con tanta gente che lo raggiunge «e che si aspetta magari di trovarsi davanti un eremita che vive in una grotta, con la barba lunga, vecchio, denutrito  e malandato. Ma non è così. Io ho anche qualche animale cui provvedere e per mantenermi faccio piccoli lavori di falegnameria e delle icone. E accolgo tutti quelli che me lo chiedono. Ho ricavato pure un’altra stanzetta per chi volesse fermarsi per la notte. Poi però, dalle 17 e fino alle 7 del mattino successivo, faccio silenzio assoluto e chiedo questo anche agli ospiti. La prima cosa che cerco di dar loro è l’accoglienza. Può sembrare paradossale, da parte di un eremita che in quel famoso immaginario sta sempre solo, ma è così e da sempre. Io non ho inventato mica niente: la vita eremitica è così da duemila anni».

Ma chi sono quelli che vengono fin quassù e cosa chiedono a un eremita? «Arrivano persone di tutti i generi, da ogni parte d’Italia e di ogni fascia di età. C’è anche l’ateo o il musulmano, il giovane come la coppia o il confratello sacerdote. Vengono quelli che non hanno un riferimento in parrocchia e negli ultimi anni sono in aumento proprio quei laici che appena si affacciano alla vita parrocchiale vengono fagocitati in mille cose da fare e allora scappano, perché non è quello che cercano. Vengono quelli che già vivono un’esperienza di fede molto forte, ma vogliono alimentarla, confrontarsi con qualcuno. E io questo faccio, cercando di accompagnarli in un’azione di discernimento. Che vuol dire proporre una lettura delle difficoltà o di quello che comunque stanno vivendo. E così rimettere in gioco il primato di Dio, dei sacramenti, anche del comunicare tra loro, come nel caso delle coppie. Chi sale qui, deve chiedersi: Dio cosa mi sta chiedendo? E io, cosa sto facendo? Partendo da un principio base: Dio sta già lavorando su di me. E qui inizia per l’appunto la fase del discernimento».

Questa è l’essenza dell’essere eremita, che è cosa diversa dall’essere solitario: «Il solitario», sottolinea don Raffaele, «è quello che vuole una vita primitiva, in mezzo alla natura, e questo può andar bene, ma non è un eremita. Ci sono poi quelli che fuggono dal mondo perché in rotta con la società, perché contestano questo o quello, per motivi anche politici, ma anche quelli sono solitari. L’eremita è un’altra cosa: è un uomo di preghiera. Se vogliamo, è anche un solitario, ma con una regola alle spalle, una tradizione che lo sostiene, una vita nella Chiesa. Io ricordo ancora l’insegnamento di Martini: bisogna vedere se è una fuga o piuttosto un bisogno di equilibrio. Perché nel primo caso scappi e basta. E dobbiamo stare attenti noi preti: perché la “fuga mundi” è anche un sottrarsi al proprio ministero. Mentre la nostra vocazione ci chiama a non sottrarci. Ecco allora il dovere dell’accoglienza. Però quando qualcuno mi dice, come se volesse consolarmi: “Oggi stai bene perché hai compagnia”, io rispondo che ho piuttosto degli ospiti».

A condividere per qualche ora la sua solitudine piena di tante cose. Una scelta che don Raffaele rifarebbe mille altre volte: «In genere si diventa eremiti dopo i 40 anni, quando c’è più stabilità nella vita, e non lo si sceglie per fare gli eroi. Non immagina quanta gente viene da me e dice: “Che bello vivere qui, vivere così, voglio farlo anche io” e dopo neanche una settimana spariscono e non li vedo più. E io già lo sapevo che sarebbe finita così», chiosa don Raffaele. Che fa un istante di pausa e poi torna alla sua solitudine, abitata da qualche squillo del cellulare, dalla pialla che scorre sui pezzi di legno, dallo scampanellìo delle mucche su all’alpeggio e, soprattutto, dal silenzio della preghiera.

Foto di Giovanni Panizza

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