PHOTO
Bruno Contrada.
Della vicenda di Bruno Contrada, scomparso a Palermo all’età di 94 anni, si sarebbe certamente interessato Leonardo Sciascia. Lo fanno pensare il suo interesse per le vicende mafiose, l’attenzione agli sbirri siciliani, il suo garantismo militante unito alla capacità di rileggere sotto un’altra ottica le vicende legate a Cosa Nostra. Ma Sciascia è morto il 20 novembre 1989, tre anni prima dell’arresto del superpoliziotto allora numero due del Sisde, la vigilia di Natale del 1992, su ordine della Procura di Palermo.
Sulla sua storia pesa persino un sorriso. Dieci anni di indagini, migliaia di verbali di interrogatori, centinaia di udienze processuali. Tutto per quel sorriso, una piega delle labbra appena accennata. Ci fu? E soprattutto: che cosa significava?
Il sorriso è quello di Oliviero Tognoli, industriale bresciano sbarcato in Sicilia per riciclare narcolire. La mattina del 12 aprile 1984 Tognoli avrebbe dovuto essere arrestato, ma una telefonata lo fece fuggire dalla camera 212 dell’hotel Ponte di Palermo prima dell’arrivo della polizia. Verrà catturato a Lugano quasi cinque anni dopo, il 3 febbraio del 1989.
Quel giorno il giudice istruttore Falcone vola in Svizzera per interrogalo insieme alla procuratrice del Canton Ticino Carla Del Ponte. Alla fine dell’interrogatorio il giudice istruttore e l’imputato si appartano. «E’ stato Contrada a fare la soffiata e a permetterle di fuggire?», gli chiede Falcone. È allora che sul viso di Tognoli sarebbe comparsa quella piega agli angoli delle labbra. «Voi non siete palermitani e non capite», dirà Falcone ai magistrati Del Ponte, Lehman, Sica e ad alcuni ufficiali di sua fiducia. Quel sorriso, per il giudice nato nel quartiere della Kalsa di Palermo, diceva tutto. Ma quell’episodio si era perso nel solito gioco di specchi. Succede spesso per le vicende mafiose (e anche qui viene in mente Sciascia). Alcuni ufficiali smentirono l’interpretazione di Falcone. Dal canto suo Tognoli, che cambierà versione tre volte, scomparve da Cefalù il 4 aprile 1992, dove vive ancora la sua famiglia e – combinazioni della vita - dove è esposto il Ritratto d’uomo di Antonello da Messina, che ha quella smorfia irrisoria simile a quella che avrebbe fatto Tognoli a Falcone. Il tribunale di Palermo accolse la tesi dell’accusa: quel sorriso contribuì a far pendere il piatto della bilancia della giustizia verso la condanna di primo grado.


Oliviero Tognoli.
Nel suo processo l’ex dirigente del Sisde ha ripercorso trent’anni della sua vita e nel bene e nel male trent’anni di storia della lotta alla mafia. Anni ruggenti. Anni finiti sotto accusa.
La data ufficiale di arrivo a Palermo per Bruno Contrada è il 4 giugno 1960. Il primo incarico è quello di organizzare la sezione volanti: dodici “Giuliette” che pattugliano una città di quasi un milione di abitanti in cui, ha scritto Giuseppe Fava, «tutto sembra accadere con una sonnolenza faraonica, e dentro invece è sconvolta da un’inesauribile violenza».
Con gli anni Contrada diventa dirigente della sezione catturandi, poi dell’antimafia. Come capo della sezione investigativa collabora con il capo della mobile Boris Giuliano. I due ben presto formano un binomio da leggenda. Due duri, due sbirri d’eccezione.
L’investigatore diventa protagonista nelle prime grandi operazioni contro la mafia, a capo della squadra mobile. Come quando, insieme con il collega Vincenzo Speranza, riconosce per caso e insegue sparando in terra tra le bancarelle del mercato della Vucciria il superkiller dei corleonesi, Pino Greco detto “Scarpuzzedda”, l’assassino del generale Dalla Chiesa. Greco scappa con la sua 38 special in mezzo a quell’umanità variopinta che popola il mercato dipinto da Guttuso. Speranza aggira il killer e lo colpisce col calcio della Beretta. Greco si agita, fugge, ma ormai Contrada gli è addosso e lo afferra gridando «Sei in arresto», e lo trascina via tra due ali di folla.
La mattina del 30 marzo 1973 Leonardo Vitale, un piccolo mafioso coinvolto nel sequestro del figlio dell’imprenditore Cassina, entra nel palazzo della Questura e chiede di parlare con il commissario Bruno Contrada. Ha il viso paonazzo, gli occhi stralunati. Tanto stralunati che Contrada, per sicurezza, lo fa perquisire. «Voscenza benedica, devo confessarmi», esordisce Vitale fissando il crocifisso. Inizia così la confessione del primo pentito della storia della mafia.
Vitale parla, parla. È roba grossa, roba che scotta, che può far tremare le cosche. Ed è paradossale il fatto che colui che ricevette il primo pentito della storia rimarrà incastrato dal racconto convergente di una dozzina di “collaboranti”.


Da sinistra, il dirigente della sezione rapine Paolo Moscarelli, Bruno Contrada, il capo della squadra mobile Boris Giuliano e il capo della omicidi Toni De Luca.
Il 21 luglio del 1979 viene assassinato il capo della mobile Giuliano. È allora, secondo l’accusa, che i Contrada diventano due. Per i detrattori è un fantasma che finge di lottare contro la mafia e invece l’asseconda. Iniziano i primi veleni, che a Palermo si spandono veloci.
Con questa motivazione il questore Immordino lo esclude dal blitz della notte del 4 maggio del 1980, la prima grande retata antimafia della storia, che porterà alla scoperta della lista del verminaio della P2. Immordino fa suo un rapporto che aveva scritto Contrada (ma il questore depenna il nome di Michele Sindona). È un colpo durissimo per il superpoliziotto, che però è ancora considerato dai superiori un investigatore coraggioso e geniale e scala tutte le tappe della carriera: capo della Criminalpol, capo di gabinetto dell’Alto commissariato per la lotta alla mafia dopo l’assassinio di Dalla Chiesa, dirigente dei servizi segreti della Sicilia occidentale, alto dirigente del Sisde a Roma, dove si occupa di riorganizzare i servizi, fino a quel momento impegnati prevalentemente nell’antiterrorismo, in funzione di lotta alla criminalità organizzata.


Tommaso Buscetta.
Il primo a parlare di lui come «uno sbirro che mangia» fu Tommaso Buscetta, davanti al giudice Falcone, che archiviò l’inchiesta. Ma, riferiscono i suoi più stretti collaboratori, Falcone di Contrada non si fidava. E quando si parlava di lui, Falcone esibiva il suo inconfondibile sorriso sornione (e ancora una volta salta alla mente Antonello da Messina).
Piovono su Contrada le accuse di amicizia con il boss Riccobono, soprannominato “il terrorista” per la sua ferocia. Lo accusano un giovane funzionario e il capo della mobile Impallomeni, anche lui iscritto nelle liste P2.
Per tutta la vita Contrada si è sempre dichiarato innocente. Ho avuto occasione di frequentarlo nell’estate nel 1998, quando venne scarcerato temporaneamente dopo due anni e mezzo di detenzione cautelare nel carcere militare di Forte Boccea, durante le udienze del primo processo, per via di un progetto di un libro-intervista che non uscì mai a causa delle differenze di vedute con la mia coautrice che si ampliavano man mano che andava avanti. Mi riceveva nel suo studio ingombro di libri, tra cui una Treccani, cimeli e foitografie. Era dimagrito parecchio la cintura faceva fatica a tenere i pantaloni, aveva una cultura storica notevole. Fu come frequentare un master su Cosa Nostra, mi spiegò che gli investigatori in principio di un omicidio procedono analizzando il territorio e studiando gli alberi genealogici delle famiglie mafiose che controllano i vari mandamenti. Quanto al processo, inizialmente si pensava a una cosa rapida, un antipasto freddo del processo Andreotti, da consumarsi in fretta. Invece, fin dalle prime battute, si è rivelato un lungo e complesso processo-mostre, ricco di colpi di scena.


«Processo dei morti», lo ha definito lo stesso Contrada in una lettera alla moglie. Infatti il superpoliziotto non ha accusatori diretti. Tutti, tra protagonisti e comprimari, riferiscono le parole di gente scomparsa.
E così quell’aula, giorno dopo giorno, si popola di fantasmi: i mammassantissima che hanno sparso sangue in tutta Palermo e che sarebbero amici del superpoliziotto e i tanti eroi caduti sul campo in nome dello Stato: da Falcone a Borsellino, dal capo della Mobile Giuliano ai giudici Costa e Scaglione, dal generale Dalla Chiesa ai commissari Montana e Cassarà. Trent’anni di storia della mafia e dell’antimafia.
«Contrada era amico dei mafiosi», sostennero i pm Antonino Ingroia e Alfredo Morvillo (fratello di Francesca, anche lei magistrato, moglie di Falcone, uccisa nell’attentato di Capaci) due magistrati simbolo della lotta alla mafia, «era protettore di numerose e ventennali latitanze, da quella di Totò Riina a quella di altri boss di Cosa Nostra. Ha fornito patente e porto d’armi al capomafia Stefano Bontade e al principe palermitano accusato di frequentazioni mafiose Alessandro Vanni Calvello di San Vincenzo. Ha fatto, inoltre, telefonate di avvertimento per far scappare i capimafia prima delle perquisizioni della polizia, e sono parecchi i suoi strani interventi di sapore intimidatorio su giudici, vedove, magistrati, poliziotti».
Oltre ai pentiti c’è una folla di personaggi che mettono in dubbio la lealtà del poliziotto, ma c’è un piccolo particolare: sono tutti già morti, a cominciare da personaggi come Falcone e Cassarà che parlano attraverso rivelazioni postume di collaboratori, amici e familiari. Anche in questo caso si riferiscono parole di persone scomparse, tutti testimoniano de relato. Ci sono magistrati o funzionari di polizia che sostengono di aver appreso da questi testimoni diretti fatti o dubbi sull’operato di Contrada e ne riferiscono alla corte (come l’ex giudice Antonino Caponnetto, il pm svizzero Carla Del Ponte e il tenente dei carabinieri Canale).


Giovanni Falcone.
Ma oltre duecento testimoni, peraltro in gran parte portati dall’accusa, hanno sottolineato l’assoluta lealtà, il coraggio e la bravura del funzionario Contrada. Personaggi delle istituzioni di altissimo livello, dai capi della polizia Parisi e Masone, all’ex commissario per la lotta alla mafia Finocchiaro, dal generale Subranni, ex responsabile dei Ros, all’allora vicecomandante colonnello Mori, fino al ministro degli Interni Coronas, allora capo della polizia, citano gli encomi maturati durante una luminosa carriera di sbirro vero. E a questi dobbiamo aggiungere un esercito di sottufficiali, la vedova del procuratore Costa, le vedove Giuliano e Ambrosoli e tanti altri. Molte accuse dei pentiti vengono smontate (la patente al boss Bontade era stata favorita dall’onorevole Ventimiglia) e vengono messe in risalto numerose contraddizioni logiche. «Contrada avrebbe protetto o favorito contemporaneamente i boss Riina e Bontade, che si cercavano per ammazzarsi a vicenda. Di queste contraddizioni logiche è lastricato il processo: il mio assistito è stato accusato di aver ricevuto in dono un appartamento da un mafioso, Graziano, cui Contrada aveva fatto arrestare il padre e tutti i suoi fratelli. Ci sono episodi assolutamente di fantasia, come abbiamo provato: per esempio, la storia della cena tra Contrada e Riccobono in un ristorante di Sferracavallo», mi disse in un’intervista uno dei suoi legali, l’avvocato Pietro Milio.
Milio stigmatizzò anche l’incredibile rosario di pentiti (all’inizio erano quattro, poi salirono a dieci) «che si aggiungono di volta in volta, a processo in corso, quando l’accusa sembra in difficoltà. Sembrano pentiti terapeutici, mandati da un deus ex machina come nella tragedia greca: piombano al momento giusto e risolvono la situazione».
Anche la vicenda giudiziaria di Contrada, che si è sempre proclamato innocente, testimonia i contorni sfuggevoli di un reato assai poco circoscrivibile come quello di concorso esterno in associazione mafiosa oltre che la brutalità della macchina della giustizia e della lunghezza dei dibattimenti. E anche quanto il contesto sociale, politico e criminale possa influenzare l’iter dei processi. Condannato in primo grado (al tempo in cui Palermo era devastata dalle stragi di mafia, all’indomani di Capaci e Via D’Amelio) è stato assolto in appello e poi su ricorso della procura è stato condannato in via definitiva nel 2007 a 10 anni di carcere (e – pur nel rispetto delle sentenze – mi domando se è giusto che un imputato assolto dopo due processi interminabili debba subire il ricorso dell’accusa). Nel 2012 venne respinta la richiesta di revisione del processo per cui sempre nel 2012 Contrada finì di scontare la pena. Ma l’11 febbraio 2014 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato lo Stato italiano poiché ha ritenuto che la ripetuta mancata concessione degli arresti domiciliari, sino al luglio 2008, pur se gravemente malato e malgrado la palese incompatibilità del suo stato di salute col regime carcerario, fosse una violazione dell’art. 3 Cedu (divieto di trattamenti inumani o degradanti). Il 13 aprile 2015 la stessa Corte europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano stabilendo un risarcimento per danni morali da parte dello Stato italiano poiché l’imputato non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa dato che, all'epoca dei fatti (1979-1988), «il reato non era sufficientemente chiaro, né prevedibile da lui. Contrada non avrebbe potuto conoscere le pene in cui sarebbe incorso». In seguito a ciò, nel giugno 2015 è incominciata la revisione del processo, poi respinta. Gli avvocati di Contrada hanno presentato istanza di revoca della condanna, respinta dalla corte d'appello di Palermo, e infine accolta nel 2017 dalla corte di Cassazione, che ha dichiarato «ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna». La Cassazione ha chiuso quindi la vicenda perché il fatto non era previsto come reato all’epoca degli eventi contestati, in accoglimento della sentenza di Strasburgo. Il 14 ottobre 2017 il capo della Polizia Franco Gabrielli ha anche revocato il provvedimento di destituzione di Contrada, reintegrandolo come pensionato nella Polizia di Stato.
Contrada è stato paragonato a Dreyfus, l’ufficiale francese accusato di spionaggio che finì alla Cayenna, condannato e poi riabilitato dopo una mobilitazione di intellettuali, Emile Zola in testa. Il Dreyfus nostrano ha spaccato l’Italia tra colpevolisti e innocentisti. I primi accusano anche alcuni dei secondi di avere un altro fine: sfruttare il caso per creare un clima più adatto a favorire il nuovo disegno di legge sulla custodia cautelare, molto meno restrittivo dell’attuale.
E’ morto alla venerabile età di 94 anni. Come se il Padreterno avesse voluto risarcirlo degli anni passati ingiustamente in galera.







