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venerdì 15 dicembre 2017
 
 
Credere

Don Savino D’Amelio. Tra le macerie ricostruiamo la comunità

06/12/2017  Passato un anno e mezzo dal sisma, ad Amatrice è stato rimosso solo il 4% dei resti, le chiese sono tutte inagibili e le persone sono disperse nei villaggi di container. Ma attorno alla parrocchia si ricomincia a vivere

«Sono sessanta i bambini iscritti al catechismo quest’anno. Sono loro che daranno una mano a ricreare la comunità, che mi aiuteranno a guardare di nuovo in faccia i loro genitori, gli amatriciani che hanno scelto di restare dopo il terremoto». Anche don Savino D’Amelio ha deciso di non abbandonare la cittadina laziale distrutta dal terribile terremoto di magnitudo 6.0 che il 24 agosto 2016 ha devastato il Centro Italia. Di origine lucana, 70 anni, don Savino ha svolto il suo mandato prima a Gioia del Colle, in Puglia, e poi a Policoro, in provincia di Matera, in Basilicata. L’ultima tappa lo vede da nove anni ad Amatrice. «La mia giornata è sempre piena perché voglio continuare a essere il punto di riferimento di una comunità che sta vivendo nell’incertezza. La fede può aiutarli e le scosse non l’hanno fatta titubare».

LE SCOSSE E IL DRAMMA

Le scosse del sisma se le ricorda bene, don Savino. Alle 3,36 del mattino del 24 agosto 2016 lui si trovava nella casa di riposo “Padre Minozzi” e nei successivi trenta minuti è riuscito a mettere in salvo 27 anziani della struttura. Non può dimenticare neppure le violente repliche che sono avvenute il 26 e il 30 ottobre  e poi ancora il 18 gennaio 2017. Sono i numeri a non potersi cancellare dalla mente: 299 vittime e 388 feriti, mentre 238 persone sono state estratte vive dalle macerie. In quei giorni don Savino faceva la spola tra l’obitorio, le benedizioni dei corpi estratti morti dalle macerie e le tendopoli dove cercava di dare conforto e celebrare Messa tutte le domeniche.

È passato un anno e mezzo da quell’estate macchiata di sangue. L’anno pastorale è ripartito da pochi mesi e per il parroco di Amatrice i bambini iscritti alla catechesi sono il primo collegamento tangibile capace di ricreare un rapporto concreto e giornaliero con i suoi fedeli. «Poi, dovremo vedere se questi bambini riusciranno a frequentare regolarmente il catechismo», continua il prete, che fa parte della Congregazione della Famiglia dei Discepoli fondati da don Giovanni Minozzi, un religioso nato proprio in una piccola frazione di Amatrice, tra i fondatori dell’Opera nazionale per il Mezzogiorno a favore degli orfani dei soldati della Prima guerra mondiale.

Perché il macigno più ingombrante che ostacola il percorso di ricostruzione della comunità pastorale delle zone colpite dal sisma è fatto da problemi pratici e concreti. «Prima del terremoto il centro di Amatrice era abitato da 900 persone che vivevano in un raggio di 500 metri. Oggi, siamo circa 650 amatriciani disgregati su un territorio di tre chilometri e mezzo». Questo perché, dopo le scosse dello scorso anno, gli abitanti sono stati distribuiti in sei aree abitative lontane dal centro storico.

COMUNITÀ DISGREGATE

  

«La dispersione sul territorio è un problema centrale per la ricostruzione della comunità: fare due chilometri per portare tuo figlio a catechesi può essere un problema, così come – per chi vive nelle frazioni – percorrere anche 30 chilometri per venire a Messa ad Amatrice ed essere costretto ad affrontare strade dove la viabilità è ancora pericolosa». Anche nelle 70 frazioni del Comune laziale, a detta del parroco, si è passati da 2.300 abitanti a 1.700. «Nel 98% dei casi nei paesi vicini non si è salvata neppure una chiesa e non è iniziato alcun intervento di messa in sicurezza degli edifici sacri». Piccole frazioni e borghi in cui le chiese non sono solo un luogo di culto ma rappresentano l’identità stessa di molti luoghi e comunità. Così i fedeli di Villa San Lorenzo a Flaviano, Petra, Capricchia – per nominare solo alcune delle frazioni di Amatrice – se non vogliono interrompere la loro vita all’interno della comunità religiosa, sono costretti a raggiungere il centro di Amatrice. «Ma a che prezzo? Ovvero, che sforzo è richiesto loro quando le strade sono ancora difficili da percorrere e piene di macerie?».

Raggiungere Amatrice, infatti, per i fedeli che ancora vivono nell’area coinvolta nel terribile terremoto, significa guidare per ore su strade dissestate per poi attraversare a piedi il centro storico di una città fantasma. Ecco cosa resta di quella che era chiamata la città delle cento chiese: farsi il segno della croce di fronte a una cattedrale di Sant’Agostino, sventrata e irriconoscibile, ancora avvolta dalle macerie. Dati aggiornati, infatti, parlano di uno smaltimento delle macerie nelle zone terremotate pari a solo il 4%. A pochi passi dai resti della cattedrale, dal 24 novembre 2016 due moduli abitativi della Caritas sono diventati la chiesa di Amatrice e la residenza per due sacerdoti, tra cui don Savino, e due suore. «Se si esclude l’area cibo dove sono stati installati otto ristoranti, questo modulo-chiesa è uno dei pochi posti in cui socializzare, per questo credo che sarà da qui che rinascerà la comunità amatriciana». Nelle parole del parroco si sente la commozione e la forza di chi vuole andare avanti insieme ai suoi fedeli. «Certo che non è la stessa cosa: un conto è ritrovarsi in un modulo di lamiera, e un conto era una cattedrale capace di comunicare un richiamo forte della presenza di Cristo. Ma non possiamo lasciarci andare ai sentimenti, non dobbiamo trovare  scuse: possiamo solo andare avanti».

IN CHIESA, DI NUOVO INSIEME

Mentre don D’Amelio si racconta, ora le macerie a poco a poco vengono rimosse dalle strade. Ma il parroco non si inganna. «Lo chiedo per i miei fedeli: vorrei tanto sapere se la rimozione delle macerie è fatta solo perché siamo vicini alle elezioni e se tra qualche anno si metterà per davvero in moto la macchina della ricostruzione». Poi le riflessioni sul domani lasciano spazio alla vita di tutti i giorni, un lento andirivieni tra quanti vivono ancora in roulotte e i sei settori dedicati ai container. Fino a che arriva la domenica e Amatrice torna a essere tutta unita, sotto lo stesso tetto. «Il modulo di lamiera, la nostra chiesa, non è molto grande e ogni domenica si riempe. È allora che rivedo gli occhi fieri e caldi dei miei concittadini: perché gli amatriciani vogliono riscatto, vogliono ancora combattere».

Foto di Max Cavallari

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