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lunedì 22 aprile 2019
 
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Don Zerai: in arrivo altri barconi della morte

11/02/2015  "Le coste libiche sono disseminate di profughi rinchiusi in capannoni, in attesa dell’ordine per partire. Sono al 90% eritrei in fuga dalla dittatura, tra cui donne, bambini e ragazzini di 12 anni che viaggiano senza genitori. Non vogliono partire con il cattivo tempo, ma non decidono loro il momento".

“Siamo stati costretti a partire sotto la minaccia delle armi” hanno raccontato i superstiti dell’ultima strage del Mediterraneo. La conferma arriva da don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia: “Mi hanno chiamato anche ieri sera altri 600 profughi del Corno d’Africa, tenuti in un capannone abbandonato in una spiaggia vicino a Tripoli”. Da anni questo sacerdote cattolico, candidato al Nobel per la pace e coordinatore europeo dei cappellani per gli eritrei, dà voce ai profughi del Corno d’Africa in situazioni d’emergenza. “Sono nelle mani – continua – di trafficanti legati a uno dei gruppi che sta combattendo la guerra in Libia; sanno che il mare è mosso, non vogliono partire in questo momento, ma hanno paura della reazione dei miliziani”.
Ci sono nuovi barconi in partenza?
Sì, le coste libiche sono disseminate di profughi rinchiusi in capannoni, in attesa dell’ordine per partire. Io sono in contatto con un gruppo di 600 persone, al 90% eritrei in fuga dalla dittatura, tra cui donne, bambini e ragazzini di 12 anni che viaggiano senza genitori. Con un camion li hanno portati in questa struttura più di una settimana fa, non possono uscire neanche per fare i loro bisogni; hanno saputo dei naufragi e non vogliono partire con il cattivo tempo, ma non decidono loro il momento. Hanno pagato 4-5mila dollari per il tragitto dal Sudan all’Italia, di cui 1800 per la traversata in mare.
Chi controlla questi viaggi?
L’assenza di vie legali per l’ingresso in Europa rende il traffico di uomini un mercato redditizio, gestito da gruppi diversi a seconda dei luoghi, dal Sudan al deserto, dai barconi a chi dall’Italia va verso il Nord Europa. La traversata del Mediterraneo in questo momento è gestita da gruppi, talvolta in competizione tra di loro, legati alle diverse milizie: il traffico dei migranti, così come il petrolio, diventa una fonte di denaro per i diversi signori della guerra.  
Qual è la situazione in Libia oggi?
A oltre tre anni dalla cacciata di Gheddafi, è nel pieno della guerra civile, con combattimenti senza tregua da otto mesi. C’è uno scenario somalo, in cui hanno trovato terreno fertile anche gruppi islamisti legati al Califfato. Due parlamenti e due governi, troppe armi in circolazione, tante fazioni che si combattono con alleanze in continuo mutamento; la Libia, il primo Stato petrolifero, è a rischio fallimento economico. Già ad ottobre, Ali Zeidan, premier fino al marzo del 2014, aveva detto: “Dire che la Libia in questo momento sia governata da qualcuno è una barzelletta.  
Oltre a chi è nei capannoni in attesa di partire, qual è la situazione dei migranti subsahariani nel resto della Libia?
Quasi ovunque drammatica, sono stati travolti dalla guerra civile. Le varie fazioni utilizzano gli uomini per trasportare munizioni, armi e vettovagliamento, mentre le donne subiscono abusi; poi vengono rinchiusi in terribili centri di detenzione finché i parenti all’estero non pagano un riscatto. Per esempio, nell’ex scuola di Misurata trasformata in prigione, o nel carcere di Zawiya, ci sono uomini, donne e bambini piccoli, assetati e affamati. Alcune settimane fa, mi continuavano a chiamare per un ragazzo con schegge di proiettili nelle gambe che chiedeva almeno un antidolorifico.  
La situazione è precipitata a causa della guerra?
No, la guerra e la violenza hanno peggiorato una situazione già da tempo grave. Negli ultimi mesi, le partenze dalla Libia erano diminuite poiché erano aumentati i barconi dalle coste egiziane; dal momento che l’Egitto, per le pressioni europee, ha intensificato i controlli, ora si è tornati a salpare maggiormente dalla Libia. I flussi di gente in fuga si possono modificare, non fermare. Il problema è che l’Europa ha scelto di non governarli.
Cosa si potrebbe fare?
Questi disperati muoiono in mare perché non ci sono alternative ai barconi. Per chi fugge da guerre e persecuzioni, l’unica via è affidarsi ai trafficanti. Finché non ci saranno vie legali – canali umanitari e possibilità di fare domanda di asilo nelle ambasciate europee dei paesi di transito – continueranno a esserci i barconi, i trafficanti, i proventi per i signori della guerra e i morti in mare.

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