Sabato pomeriggio, alle tre, piazza Duomo era soltanto un appuntamento lanciato su TikTok. A sera era un campo di sassi, transenne rovesciate e fumo. Domenica il copione è cambiato: niente corteo, ma piccole squadre di ragazzi incappucciati, vestiti di nero, che entravano nei negozi di via Torino e di Cordusio, afferravano ciò che potevano e sparivano per riapparire altrove. Vetrine sfondate, un supermercato assaltato, i marchi dello sport e dell’abbigliamento nel mirino. La polizia ha risposto con idranti e lacrimogeni, la Galleria è stata blindata, i bar storici hanno smontato i dehors. A notte, oltre duecento giovani in questura, l’80 per cento minorenni. I disordini ci sono stati anche a Torino e in altre città.

Simone Feder

Un gruppo senza bandiere

Non era un esercito. Nessuna bandiera, nessun portavoce, nessun legame con collettivi o centri sociali: ragazzi tra i tredici e i diciotto anni, in parte di famiglia italiana, in parte di seconda generazione, convocati da un passaparola digitale che ricalca le proteste giovanili partite da Parigi e rimbalzate a Bruxelles e Berlino. Non c’erano capi né regia: barricate, incendi e sassaiole nascevano sul momento, tra ragazzi che di scontri di piazza, si capiva, non avevano alcuna pratica. Chi conosce Milano ha riassunto così le due anime di quella folla: la rabbia di una città che non sa più accogliere e la noia di chi è convinto che provare a farsi ascoltare sia inutile.

Il corteo da cui tutto è cominciato, quello di «Italia in Piazza» contro il carovita, ha preso subito le distanze: il suo rappresentante milanese, studente universitario, ha detto che i «maranza» – ennesima etichetta che viene affibbiata ai giovani da chi non li hai mai ascoltati neanche un secondo – hanno intaccato un messaggio pacifico, con una rabbia e ferocia, non meno politiche. Sabato una pietra ha colpito un dirigente della polizia; sono scattati gli arresti e, tra San Vittore e il Beccaria, sono cominciati gli interrogatori. Palazzo Chigi ha convocato un vertice sull’ordine pubblico e si parla di un nuovo decreto sicurezza, mentre il sindaco Sala si è chiesto se gli agenti schierati sabato bastassero. È la risposta attesa, e in parte necessaria: nessuno può chiamare protesta un sasso lanciato contro un agente. Ma può bastare?

Chi li conosce davvero

Simone Feder ha una risposta scomoda. Psicologo ed educatore, coordina l’Area Giovani e dipendenze della Casa del Giovane di Pavia ed è stato giudice onorario al Tribunale per i minorenni di Milano. I ragazzi li conosce tutti: i più emarginati, che a Rogoredo cercano una dose da cinque euro, e quelli che arrivano in comunità quando il resto è già crollato. Da quella soglia guarda Milano e vede «una sofferenza che sembra rompere gli argini». Il suo rimprovero non è solo ai ragazzi. Le diagnosi abbondano, sappiamo discutere di cause e fenomeni; ci fermiamo quando si tratta di decidere che cosa fare. Perché agire è faticoso: bisogna uscire dai luoghi sicuri, lasciare le risposte confezionate, andare dove le fragilità si vedono. Chi frequenta quei luoghi sa che la fragilità non porta una divisa e non sempre fa rumore. Il nodo, per lui, è questo: non li stiamo nemmeno ascoltando.

Quei ragazzi, dice ancora Feder, «non volevano abbattere il sistema, volevano entrarci. Chi ha dato fuoco ai cestini e portato via merce dalle vetrine non cercava la rivoluzione, cercava un posto: essere riconosciuto, apparire, contare, in una società che misura le persone da ciò che possiedono. E se non si possiede, si prende. Molti saccheggi sono stati filmati con i telefonini: contare, oggi, passa anche da lì». Comprendere, ripete Feder, non significa giustificare. «La violenza va condannata e chi sbaglia risponde delle proprie azioni. Ma fermarsi alla condanna è la scorciatoia degli adulti: ci assolve in fretta, e ci dispensa dall’interrogarci sui modelli che proponiamo e sulle occasioni educative che non siamo stati capaci di offrire».

Non esiste una sola gioventù

C’è chi cerca riconoscimento attraverso la paura, la prevaricazione, il possesso. C’è chi protesta senza violenza, studia i fenomeni sociali, denuncia le disuguaglianze e le difficoltà delle famiglie, comprese quelle del Sud alle prese con il caro prezzi. E c’è chi dedica il proprio tempo agli altri, fa volontariato, si prende cura dei fragili e scopre di valere per ciò che sa donare. Confondere queste storie, avverte Feder, significa non riconoscere il valore della partecipazione democratica. Il guaio è che le ultime due fanno meno rumore, e il rumore è la sola moneta che l’attenzione pubblica accetta.

Resta la domanda più concreta: dove possono andare, oggi, questi ragazzi per esprimersi, mettersi alla prova e anche sbagliare senza essere subito etichettati? «Servono spazi di aggregazione, sport, cultura, educatori nei quartieri, occasioni vere di partecipazione: luoghi in cui la rabbia diventi parola e la protesta confronto. Le istituzioni non possono farsi vedere soltanto quando scoppia l’emergenza. I giovani non sono solo un problema di sicurezza: sono cittadini».

La responsabilità degli adulti

Poi c’è la parte che ci riguarda. Feder racconta di una dirigente scolastica e di alcuni studenti che, dopo aver aderito a uno sciopero, pretendevano di rientrare in classe dopo due ore. La scuola ha detto no, e certi genitori hanno contestato la decisione con durezza. Un episodio minuscolo, che contiene tutto: «quale idea di responsabilità trasmettiamo se chiediamo alla scuola di educare e poi la delegittimiamo quando mette un limite? Educare vuol dire insegnare che ai diritti si accompagnano i doveri e che la libertà ha delle conseguenze. E gli insegnanti non possono essere lasciati soli proprio mentre fanno il loro mestiere».

Per questo, scrive, servono «meno cattedre e più strada». Non per rinunciare allo studio o all’analisi, ma per metterli al servizio dell’incontro. Richiama, Feder, don Mimmo Battaglia: «Non basta vedere una persona, bisogna incontrarla. Non possiamo accorgerci dei ragazzi soltanto quando diventano un problema».

Di ascolto, in questi giorni, se n’è visto poco, e quasi tutto in forma di ordine pubblico: fermi, convalide, vertici. Strumenti dovuti, che nessuno chiede di abolire. Ma arrivano dopo, quando la vetrina è già a terra e il ragazzo, a tredici o a quindici anni, ha già davanti a sé un’aula di tribunale. Feder, che quei fascicoli li ha conosciuti da giudice onorario, lo sa bene: arrivare dopo costa a tutti, e costa soprattutto a loro.

Sicurezza o educazione? Feder rifiuta l’alternativa: servono entrambe, con regole chiare, relazioni autentiche, opportunità concrete e adulti capaci di ascoltare. Domenica sera, in piazza Duomo, si erano radunati almeno duemila giovanissimi. La domanda, alla fine, non è che cosa stia succedendo a loro, ma quale società stiamo costruendo insieme a loro: una che insegna a valere per ciò che si ha o una che riconosce il valore di ciò che si è. Educare non è soltanto indicare dove non andare. È avere il coraggio di raggiungerli e aiutarli a trovare un posto nel mondo dove sentano di contare davvero.