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venerdì 24 novembre 2017
 
La strage
 

Dopo la strage di Las Vegas, cosa può fare un padre per cambiare il mondo

04/10/2017  L'autore della strage è figlio di un padre violento, cresciuto in una nazione in cui le armi sono un bene di consumo e vengono comprate in negozio belli come boutique; cittadino di una nazione la cui politica difende la lobby della armi.

Pensateci bene: tutte le stragi di cui ci parla la cronaca sono sempre agite per mani di uomini. Il codice della violenza è inscritto nel nostro cromosoma Y. La violenza appartiene alla nostra cultura di genere e in più occasioni noi “maschi” vi facciamo ricorso per “regolare” una situazione in cui si è attivata dentro di noi un’emozione che non sappiamo riconoscere bene e gestire altrettanto bene. E che di conseguenza trasformiamo in azione. Azione violenta.
A volte, tutto questo comincia già tra le pareti domestiche. «Quando torna a casa papà, sistemerà lui la faccenda». Bastava questa frase per rimanere in angoscia un intero pomeriggio: i nostri nonni sanno che cosa comportava l’intervento paterno. A volte schiaffi, a volte pugni. A volte anche frustate o colpi di cinghia. Per chi volesse averne un’immagine nitida, andate a rileggere il romanzo “Padre, padrone” di G.Ledda oppure riguardate il magnifico film realizzato dai Fratelli Taviani.

Dalle pareti domestiche, la violenza si sposta poi fuori di casa. Il bullo “maschio” – contrariamente alla bulla femmina che usa parole ed esclusione per far male alla sua vittima – appoggia sulla violenza il suo bisogno disfunzionale di potere. Picchia, scalcia, sputa.
Poi si passa alla rissa da bar e ora, sempre più frequente, a quella da stadio. Botte, insulti, bombe carta: tutto questo per affermare la propria potenza di fronte a qualcuno che non la pensa come te.

Guardiamo ora i potenti nei talk show: lì solo qualche volta si è arrivati alle mani. C’è ancora un conduttore e una sorta di “etica dell’immagine pubblica” che funziona da freno inibitore. Ma è indubbio che l’arroganza, la mancanza di ascolto, la prepotenza, la maleducazione, la volgarità sono “la misura” dei dialoghi e delle interazioni tra potenti, ovvero tra quelle persone che dovrebbero tutelare il popolo che servono e che dovrebbero essere l’esempio massimo al quale ispirarsi.

Veniamo ai grandi potenti della terra: il clima concitato che si è creato nel conflitto tra Corea del Nord e Stati Uniti ci ha spesso confrontato con frasi, espressioni, promesse e minacce basate sul concetto di «ti farò fuori» e «chi ti credi di essere?». Qui non ci si dà più le botte: qui si passa direttamente alla testata nucleare, di cui si è costruito un arsenale pronto a distruggere tutto e tutti.

Mai nessuno che usa parole di mediazione e di pace. Mai nessuno che chiede scusa. Mai nessuno che afferma che ciò che serve nelle relazioni affaticate non è la potenza, ma la competenza. Competenza del dialogo, dello sguardo, dell’accoglienza, dell’autoregolazione, del pensiero.
Tutti pronti solo a fare una cosa: basare la propria difesa sull’attacco diretto dell’altro. Per farlo fuori.

Nel frattempo, il mercato liberista ha trattato le armi come un qualsiasi bene di mercato. Anzi, in alcuni stati, oggi mi sembra che c’è più attenzione a fornire regole per la vendita di un detersivo piuttosto che per la vendita di un’arma.

Nel frattempo, mentre il mercato liberista trasformava le armi in un bene di consumo, la cultura della prepotenza ha cominciato ad affermare che tutti ne potrebbero (anzi ne dovrebbero) detenere una a casa propria, perché solo così ci si può difendere dagli attacchi dei malintenzionati che ci possono aggredire tra le pareti di casa. Nel frattempo, la povertà etica dilagante ha sostenuto due falsi principi che sono diventati imperativi morali: «Guai a chi si permette di interferire con i miei diritti» e «Chissenefrega se gli altri stanno male: a me basta che io sto bene»

Ecco perché il bullismo.
Ecco perché la prepotenza.
Ecco perché la violenza.

Ecco perché succedono cose terribili come quelle cui abbiamo assistito a Las Vegas. Messe in atto, guarda caso, da un uomo. Un uomo guarda caso figlio di un padre violento. Cresciuto guarda caso in una nazione in cui le armi sono un bene di consumo e vengono comprate in negozio belli come boutique di moda. Cittadino di una nazione la cui politica ha spesso difeso la lobby della armi incurante dei danni che questo ha portato alla gente che andava governando. Una nazione che, guarda caso, ha un leader che in ogni frase che lancia al mondo afferma sempre il principio della potenza e della supremazia del suo stato. E che spaventa non poco per una percepita incompetenza, da parte di molti di noi, relativamente alle tante altre variabili che dovrebbero essere messe in gioco per il bene di tutti. Della sua nazione, naturalmente. Ma anche del resto del mondo.

Perché ho scritto tutto questo? Perché come padre credo che la cultura della pace, del dialogo, della non violenza comincia proprio dal modo in cui noi la testimoniamo con i nostri gesti e le nostre parole all’interno delle pareti di casa e delle relazioni famigliari. E’ da lì che comincia tutto.
E’ nelle relazioni con un padre e nella competenza emotiva che si respira tra le pareti domestiche, che un figlio impara la pace.

Foto in alto: Las Vegas dopo la strage: veglia funebre sulla strip (Reuters)

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