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Enrico Calamai, lo Schindler dell'Argentina

25/03/2016  I documenti e le testimonianze dei sopravvissuti, parlano di oltre 300 persone salvate tra il 1972 e il 1977, durante la dittatura. Ecco la storia di un diplomatico italiano che no è stato a guardare.

“Nel centro di Buenos Aires in effetti tutto sembrava continuare nella più assoluta normalità, il traffico era quello di sempre, le stesse erano le file davanti ai cinema, ai teatri, ai concerti, la città conservava la sua vivacità anche se non più la sua effervescenza culturale. Tra i tanti segnali multicolori di un’immutata scenografia urbana, soltanto l’improvviso apparire delle Ford Falcon senza targa richiamava, come la pinna di un pescecane, una realtà sommersa di tortura e sterminio”.

(Dal discorso pronunciato da Enrico Calamai dopo aver ricevuto l’onoreficenza argentina  Orden del Libertado General San Martín- 10 dicembre 2004)

Enrico Calamai.
Enrico Calamai.

Nato a Roma nel 1945, un'infanzia segnata dalla povertà, dovuta alle conseguenze della guerra, Enrico Calamai, grazie alla sua vivace intelligenza presto eccelle negli studi. Prima il liceo e poi la laurea a pieni voti in economia e commercio e da lì il via alla carriera diplomatica. In Spagna, e poi, nel 1972, ancora giovanissimo, viene inviato dal Ministero degli affari esteri in Argentina con la carica di viceconsole.

A Buenos Aires sembra di essere in Italia o in Spagna. Oltre metà della popolazione è di origine spagnola e l'altra metà italiana. La comunità italo-argentina è ben integrata. Molte anche le associazioni italiane legate a vario titolo ai partiti di destra, di sinistra e alle sigle sindacali. L'Argentina versa però in una pesante recessione economica, il clima politico è teso, la presidente Isabelita Peron in evidente difficoltà, molti i giovani impegnati. Nel frattempo i militari stanno alla finestra, in attesa.

Scomparsi.
Scomparsi.

Poco dopo il golpe cileno, nel 1974, Calamai viene spedito a Santiago del Cile. La nostra ambasciata è piena di rifugiati di origine italiana. Sono oltre 450 le persone che chiedono asilo politico. Ma il governo italiano non ne vuole sapere per non urtare la "sensibilità" dell'esercito cileno e degli americani, loro “alleati”. Ma Calamai aiuta i rifugiati, e con un po’ strategia li fa scappare in Italia. Questa esperienza passata a Santiago sarà fondamentale per il giovane console italiano.

È il 1976, i generali argentini prendono il potere, il governo italiano, in piena epoca P2 e guerra fredda ha le sue fonti di informazione. L'ambasciata ha rafforzato i dispositivi di sicurezza per impedire agli italo-argentini in cerca d'asilo di entrare. Nel frattempo Calamai è tornato a Buenos Aires. Inizia la repressione dei colonnelli. I militari argentini sono molto più duri e spietati dei cileni.

Calamai non si perde d'animo e riesce ad aiutare molte persone. Crea, insieme al fratello, una sua piccola rete di informatori, l'inviato del ‟Corriere della Sera” Gian Giacomo Foà, il sindacalista Filippo Di Benedetto, un frate e alcuni volontari dell'ambasciata. In maniera discreta salva molte persone, in alcuni casi prendendo molti rischi, accompagnandole fino al confine.


I documenti e le testimonianze dei sopravvissuti, parlano di oltre 300 persone salvate tra il 1972 e il 1977. Per questo motivo è stato definito lo "Schindler argentino". Lui, parlando del proprio operato, ha sempre dato per scontato che se non vi fosse stato lui, al momento del golpe, ci sarebbe stato qualcun altro che si sarebbe comportato nello stesso modo.

Lo fece mettendo a repentaglio la propria vita, visto che ai tempi della dura rappresaglia da parte del regime argentino, la maggior parte di coloro che si opponevano alla politica di Videla e del governo militare, entravano a far parte della lunga e triste schiera dei desaparecidos: sequestrati, torturati e lanciati vivi nel mar del Plata.

Il libro di Calamai: "Niente asilo politico".
Il libro di Calamai: "Niente asilo politico".

Enrico Calamai, durante il suo lavoro da diplomatico in Argentina, ha sempre e solo fatto ciò che riteneva giusto, spesso scontrandosi con le logiche burocratiche del Consolato e con la mancata presa di posizione da parte del Governo Italiano di allora, che preferì una politica di comodo con le istituzioni argentine lasciando solo colui che si impegnò a salvare centinaia di innocenti.

Nel 1977 viene richiamato in Italia e promosso console. Inviato prima in Nepal e poi in Afghanistan. Calamai si è sempre adoperato per far conoscere al mondo i regimi violenti e oppressori delle libertà, forse per questo è stato anche considerato un personaggio scomodo.

Ha anche contribuito a far  condannare otto militari argentini, testimoniando nel processo contro di loro. Nel 2004 gli è stata conferita la massima onorificenza argentina, Commendatore dell'Ordine del Liberatore di San Martin.

Ha raccontato gli anni vissuti da console in Sud America nel libro "Niente asilo politico" dal quale recentemente è stato tratto il film per la tv "Tango per la libertà".


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