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venerdì 29 agosto 2014
 
 

Usa, alla scoperta degli evangelici

02/05/2012  I protestanti in America sono in costante espansione e aumenta il loro peso politico. Un viaggio per capire i cristiani che potrebbero dare una svolta alle prossime Presidenziali.

(foto e copertina Getty)
(foto e copertina Getty)

E adesso per chi voteranno gli evangelici?
Questa la domanda più ricorrente tra gli analisti politici americani dopo l’uscita di scena di Rick Santorum. In realtà l’ormai ex candidato cattolico alla nomination Repubblicana ritiratosi per motivi sia personali (la malattia della figlioletta) sia soprattutto politici (l’ incolmabile svantaggio in soldi e delegati, e il rischio di vedere anche la sua Pennsylvania andare al rivale Mitt Romney) era già una seconda scelta. Innanzitutto, proprio perchè cattolico. All’inizio delle primarie, questo blocco di votanti, quasi tutti bianchi e conservatori, numeroso e potente come non mai, aveva altri beniamini (Michelle Backmann, Rick Perry, Tim Pawlenty) tutti protestanti e soprattutto dichiaratamente “born again” (rinati) caratteristica che più di ogni altra aiuta politologi, scienziati sociali e (malcapitati) giornalisti nel difficile compito di tracciare una qualche forma di confine tra chi può considerarsi “evangelico” e chi no.

Se definire, o meglio circoscrivere, questa categoria di cristiani - che Il Pew Research Center (una sorta di ISTAT Americana a cui si appoggiano i maggiori media) stima in almeno un quarto della popolazione – e’ utile per la teologia quanto per il marketing, in un anno elettorale, diventa fondamentale per strateghi e sondaggisti, anche perché, al contrario di tutti gli altri gruppi in cui l’elettorato viene suddiviso, (neri, ispanici, donne, giovani, colletti bianchi, ecc….) è più difficile capire quanti sono che come voteranno. I politici e I loro collaboratori sanno benissimo cosa dire per ingraziarseli, la domanda piuttosto (da qui l’importanza di un ‘censimento’) e’ in che misura valga la pena “farli contenti” rischiando di alienare tutti gli altri. Che gli evangelici in America siano numerosi e potenti e’ un fatto assodato: magari non abbastanza da determinare da soli il risultato di un elezione, ma di certo in grado, con un candidato gradito anche ad altre categorie, di fare da ago della bilancia, come dimostrato, nel 2004, dalla seconda elezione di George W. Bush.

In quell’occasione, John Green, autore del best seller Religione e Guerre Culturali e uno dei maggiori studiosi del fenomeno, fornì in un’intervista alla rete pubblica PBS una delle definizioni ad oggi più efficaci di questa branca del Cristianesimo – che sempre secondo il ‘Pew’ non solo è ormai la più numerosa ma che ad ogni anno che passa sottrae adepti sia a cattolici che a protestanti tradizionali.
Green elenca quattro ‘credo’ cardinali, - punti fermi da loro stessi dichiarati ufficialmente: “Il primo è che la Bibbia sia ‘infallibile’ in tutte le sue definizioni [anche le più simboliche e metaforiche NdA] sia dell’umano (natura origini e fine del mondo) che del divino. Il secondo e’ che l’unica via per la salvezza e la redenzione sia credere in Gesù Cristo. Il terzo, il più noto di tutti, è che la fede sia frutto di un atto ragionato e volontario – quella che in molti casi si definisce “rinascita”. Il quarto ed ultimo ‘credo’ riguarda il dovere di fare proseliti, di “evangelizzare”, appunto”.

Per “altri”, Green intende gli altri protestanti, o più esattamente, gli altri cristiani non cattolici; I battisti ad esempio preferiscono essere definiti così, in una sfumatura ideologica di fatto ignorata dalla statistica. Il Pew, come la maggior parte degli osservatori laici, divide I cristiani d’america in tre grandi categorie che chiama ‘tradizioni’: protestanti evangelici (26%) concentrati soprattutto negli stati del sud e del Midwest meridionale, comunemente definiti ‘Bible belt’ (cintura della Bibbia) cattolici (24%) ad alta densità nel NordEst, nelle metropoli, e nel Sud Ovest, dove più forte è l’influenza antica di irlandesi, italiani e polacchi, e più recente dei ‘latinos’ - e “mainline protestant” (protestanti tradizionali), (18%) sparsi un po’ in tutta la nazione ma più numerosi nelle grandi pianure centrali del nord dove si stabilirono I primi nordeuropei arrivati subito dopo gli inglesi. A tutti questi aggiunge un altro 7% che definisce (al limite del politicamente corretto) “historically black protestant” (protestanti storicamente neri), anche loro, viste pratiche e convinzioni, iscrivibili nella casella ‘evangelici’.
“Li abbiamo considerati a parte”, spiega Greg Smith, responsabile dello studio, “non a causa di razza o teologia, quanto per il loro orientamento politico: per motivi storici, sociali ed economici sono democratici, progressisti, non di rado al limite dell’attivismo radicale, attenti ai temi sociali, tutto il contrario dei loro “colleghi” bianchi, generalmente molto conservatori sui temi privati come aborto e famiglia, antistatalisti e ultraliberisti in economia.

Più difficili da decifrare, invece, tendenze politiche, e intenzioni di voto dei ‘mainline protestants’, categoria numerosa anch’essa, frammentata (secondo il Pew) in almeno una dozzina di denominazioni principali e centinaia di chiese minori, ma più moderata e possibilista nell’approccio ai quattro pilastri elencati da Green. In altre parole, fermo restando il rapporto personale con Dio senza ‘intermediari’, questi ultimi, meno zelanti nel fare proseliti, pensano che la Bibbia si possa anche ‘interpretare’, credono che la Grazia si possa raggiungere anche senza “rinascere” o (se si vive in altre culture) attraverso pratiche non necessariamente legate alla figura di Cristo.
“Gli evangelici, o coloro che si definiscono come tali, hanno poca fiducia nelle gerarchie e nella liturgia in generale” afferma Barbara Rossing docente alla facoltà di Teologia dell’Università Luterana di Chicago. “E’ lecito dire che la loro e’ un’interpretazione più individualista del protestantesimo. In questo, tra I cristiani, si distanziano piu’ di tutti dal cattolicesimo”continua la Rossing, membro attivo a sua volta di una congregazione Luterana “Evangelica” di nome ma in realtà, spiega , tradizionale di fatto. “Noi [Protestanti tradizionali] siamo praticamente una via di mezzo”

E ‘via di mezzo’ I protestanti come la Rossing (circa 40 milioni di americani adulti) lo sono anche politicamente. O meglio, nel loro caso, la fede non funge da bussola principale per il voto, a differenza dei 40 - 60 milioni per I quali invece nella maggior parte dei casi e’ esattamente il contrario. Non stupisce dunque la voglia, anzi la necessità dei sondaggisti politici di tirare, anche rischiando grossolane approssimazioni teologiche, una linea più definita possibile, tra gli uni e gli altri.
E Santorum, grazie a toni, atteggiamenti e contenuti molto più diffusi tra gli evangelici che tra I cattolici come lui, al di là di quella linea durante le primarie era riuscito a sfondare. Un po’ per convinzione personale un po’ per opportunità politica (altro confine, questo, difficile da tracciare dall’esterno) l’ex senatore della Pennsylvania, includendo negli attacchi al presidente Obama e al rivale Romney anche aborto, anticoncezionali e separazione fra Stato e Chiesa, era riuscito a fare breccia nell’elettorato di quegli Stati dove le citazioni bibliche impennano I consensi più dei resoconti economici. Evidentemente però non gli è bastato.
Adesso quei milioni (40?, 50? ,60?) di americani si trovano a scegliere tra un democratico intellettuale e statalista e un milionario mormone, entrambi, per giunta, del Nord. Molti secondo I sondaggi recenti dicono di voler rimanere a casa . Eppure, secondo gran parte degli analisti quasi tutti cambieranno idea e faranno a Novembre quello che Indro Montanelli consigliava di fare agli elettori italiani negli anni settanta: si tapperanno il naso e alla fine voteranno per Mitt Romney.

Stefano Salimbeni

(foto Getty)
(foto Getty)

“Credo che non si possa capire fino in fondo l’America senza conoscere, e comprendere, la ‘mente’ evangelica.” Una ‘mente’ che Franco Sacchi, regista triestino da vent’anni residente a Boston ha studiato a fondo, osservato in prima persona e raccontato in “Waiting for Armageddon” (Aspettando la Fine del Mondo) lungometraggio girato in piena epoca Bush e valsogli, all’uscita nel 2009, menzioni e plausi nei principali organi di stampa americani. “Volevo fare un film per capire chi fosse questa gente di cui tanto si parlava e che impatto avesse sulla politica e sulla società. Ho cominciato in Oklahoma e mi sono ritrovato a Gerusalemme.”



In “Armageddon” Sacchi accende la telecamera, ovviamente autorizzato, su un classico gruppo di Cristiani evangelici del Midwest, scoprendo, nel filmarli in azione - a casa, in chiesa, ai convegni – aspetti via via più bizzarri ed inquietanti del loro pensiero, delle loro più intime convinzioni, lasciando poi ad intellettuali cristiani, laici ed ebrei il compito di analizzarne (quasi sempre in maniera preoccupata, e preoccupante) gli effetti pubblici.
“A prima vista è gente normale, praticamente sono I nostri vicini di casa. Parlandoci però viene fuori che basano tutta la loro vita e dunque la loro visione del mondo sull’interpretazione letterale della Bibbia, considerandola alla stregua di un testo scientifico che descrive e spiega tutti gli avvenimenti passati presenti e futuri. In altre parole [un po’ come I seguaci di Nostradamus NdA] si sono costruiti una griglia di riferimento filosofica in cui tutto trova posto e tutto è spiegabile con le Sacre scritture.”

“Ad alimentare queste certezze poi, in America c’e’ una sorta di mondo parallelo fatto di talk show radiofonici, siti internet, letteratura, parchi di divertimento a tema e, quello che più preoccupa, scuole in cui si insegnano nozioni al limite del grottesco.”
Per “scuole” Sacchi intende un sistema educativo che va dall’ “Home Schooling” la pratica – legale negli Stati Uniti fino alle superiori comprese - di istruire I figli in casa ottenendo poi il diploma con esami da privatisti, fino alle università create dagli evangelici per gli evangelici, come la famosa Liberty University fondata in Virginia nel 1971 dal predicatore televisivo Jerry Falwell, e che oggi conta ben 140 corsi di laurea, compresa, operativa dall’anno prossimo, una facoltà di medicina.
A supporto, una galassia di centri di studio, ricerca, e divulgazione, con annesse case editrici, stazioni radio e TV, che fanno capo a istituzioni religiose sempre più grandi e finanziariamente solide. Un esempio su tutti, la Lakewood Church, in Texas, la mega chiesa da 17,000 posti a sedere del pastore Joel Olsteen, campione del vangelo della prosperità (una sorta di giustificazione divina al successo economico e professionale) e, con 7 milioni di telespettatori settimanali, vera e propria superstar del sermone domenicale.

“Molto diffusa, in questo mondo, e’ la diffidenza verso tutto ciò che è intellettuale, il metodo scientifico sperimentale classico, la stessa teoria dell’evoluzione”, continua Sacchi. “Viene da chiedersi come può un paese di 300 milioni di abitanti funzionare con almeno 40 di essi che si fanno beffe di biologia, archeologia e astrofisica, certi che la terra ha 5000 anni e che I dinosauri sono esistiti in contemporanea con gli umani o, visto che la Bibbia non ne parla, che non sono esistiti affatto”.
Paradossale il rapporto degli evangelici con il darwinismo, rifiutato, da molti, come teoria scientifica dell’evoluzione (al punto di proporre di vietarlo nelle scuole) eppure, nella pratica applicato alla società nelle loro convinzioni economiche e sociali liberiste, appoggiate in gran parte dal partito Repubblicano: una sorta di “aiutati che Dio t’aiuta” di chi si sente, vada come vada, predestinato alla salvezza eterna.
Diventati particolarmente attivi e coesi in reazione a due sentenze della Corte Suprema - abolizione della preghiera nelle scuole pubbliche (Lemon vs Kurtzman, 1971) e legalizzazione dell’aborto (Roe vs Wade, 1973) - gli evangelici americani hanno da sempre un forte impatto sulla vita pubblica - il proibizionismo degli anni ’20, tanto per fare un esempio noto, fu in gran parte opera loro. Ma e’ quando guardano al futuro che, almeno secondo Sacchi e gli esperti intervistati nel suo film, le implicazioni del loro ‘credo’ si tingono di riflessi inquietanti – specie in politica estera.

“Nella loro interpretazione letterale della Bibbia, il libro dell’Apocalisse non fa eccezione. In esso, una delle profezie prevede che, prima della seconda venuta del Messia, gli ebrei occupino l’intera Terrasanta “ricostruiscano il tempio”, direbbero loro (cosa che quasi successe nel ’67 con la guerra dei sei giorni). Dunque vedono con favore le istanze territoriali israeliane, anche le più estreme, ma solo come strumento alla profezia... non lo dicono chiaramente, ma io ho l’impressione che, secondo loro, alla fine gli ebrei che non si convertiranno andranno tutti comunque all’inferno”.
Tutto emerge chiaramente dal film di Sacchi. In particolare, nella parte in cui, senza mai spegnere la telecamera, segue il gruppo durante un viaggio in Terrasanta, apparentemente un pellegrinaggio, ma in verità un sopralluogo bello e buono nei luoghi dove secondo loro presto, molto presto, si avvererà la profezia. La stessa profezia su cui, ad esempio, si basa la premessa di ‘The Left Behind’ collana di romanzi con all’attivo oltre 60 milioni di copie vendute, dunque, evidentemente, più diffusa e popolare di quanto si pensi.

“Secondo me questa e’ una delle chiavi per capire tanta politica interna ed estera Americana”, riflette Sacchi, convinto che la strana alleanza – strana perché animata da finalità totalmente diverse - tra ebrei e cristiani evangelici sia uno dei motivi che in America rende politicamente rischioso l’allontanarsi, anche di poco, da Israele”.
 Più in generale il regista triestino e il suo documentario – acclamato nei festival, apprezzato negli ambienti ebraici moderati, e abbastanza gradito anche dai protagonisti (almeno fino all’uscita delle recensioni) - mettono in guardia dai rischi di quella che lui definisce una corrente sottesa, non facilmente identificabile dall’estero, che sta cambiando, da dentro, la società Americana.
E, almeno secondo lui, non certo per il meglio “La corrente evangelica, nata meno di due secoli fa in Inghilterra, e’ una versione ultramoderna del fondamentalismo, una degenerazione, e in ultima analisi, una negazione di quello che il vero pensiero religioso presuppone” conclude Sacchi senza mezzi termini. “Vorrei realizzare una trilogia raccontando lo stesso fanatismo millenarista nel mondo islamico e in quello ebraico. Tutti e tre in realtà più simili tra loro di quanto si pensi.”

Stefano Salimbeni

(foto Getty)
(foto Getty)

Per la scienza sociale Michelle, di cui per sua richiesta non pubblichiamo il cognome, e’ quello che si definisce un classico “caso di studio”. Razza bianca, 43 anni, classe media, reddito medio alto, passata come tanti in America dalla religione cattolica alla versione evangelica del protestantesimo. Dell’unico gruppo di cristiani in crescita (protestanti evangelici) a scapito degli altri due (cattolici e protestanti tradizionali) condivide convinzioni e tesi principali senza mostrare quei toni millenaristici e quell’attivismo militanti che preoccupano tanti osservatori esterni. In realtà Michelle, che si autodefinisce con orgoglio “evangelica” e’ semplicemente una donna gentile e risoluta, divorziata con tre figli, a cui, per sua stessa ammissione, la fede, nel modo in cui ha scelto di professarla, permette di affrontare con gioia e serenità il compito - in fondo non facile per nessuno – di vivere la vita di tutti i giorni.
Per rispetto della protagonista, dei milioni di cristiani evangelici d’America come lei, e dei lettori, a cui lasciamo interamente il compito di trarre le conclusioni, ne pubblichiamo, senza commento, il racconto integrale.

LA CONVERSIONE
“Essendo nata (in America) da genitori italiani e’ stato difficile per molto tempo separare cultura e religione, specie nei confronti della mia famiglia e dei miei amici. All’ inizio la mia conversione fu vista come un mio rifiuto di tutto ciò che mi era stato insegnato, non solo in senso religioso dell’educazione ricevuta e delle tradizioni in cui quell’educazione era radicata. Appena venuti negli Stati Uniti, I miei genitori non erano molto osservanti, ma solo per motivi di differenza culturale (per loro ad esempio la messa in una lingua diversa non era la stessa cosa).
Io sono cresciuta con tutti dettami dell’educazione cattolica, la scuola I sacramenti ecc… spesso però i concetti che mi venivano insegnati li ripetevo a pappagallo senza mai farli miei. Però mancava qualcosa, I rituali per me erano vuoti di significato. Insomma non avevo, anzi non sentivo, una vera relazione con Dio. Poco dopo I vent’anni sono stata esposta alla chiesa battista di cui era membro il mio allora fidanzato. Dopo 3 anni di frequentazione ho avuto il mio momento di conversione: esattamente il 25 marzo 1995 sono “rinata”. (born again)

Ovviamente e’ stato il culmine di un processo graduale e il frutto di una ricerca attiva. La prima cosa per i cristiani evangelici e’ - una volta ‘rinati’ - essere battezzati . Lo si fa da grandi o almeno quando si ha un età adatta per decidere spontaneamente di credere in Gesù Cristo e accettarlo come proprio Signore e Salvatore.
Ebbene il mio secondo battesimo, fu visto da tutti come un’eresia e infatti nessuno della mia famiglia e dei miei amici venne a vederlo. Mi hanno detto cose del tipo “non ti basava quello che ti abbiamo fatto fare noi?” A volte mi sono sentita un po’ come gli omosessuali che a un certo punto rivelano alla propria famiglia di essere tali.
Poi col tempo le cose sono migliorate e quest’anno al battesimo di mio figlio maggiore che a 8 anni mi ha fatto capire, sebbene con parole sue, di essere pronto, c’erano tutti.”

LA TEOLOGIA
Noi [battisti evangelici, NdA] partiamo dal presupposto che Dio non ha nipoti, ma solo figli. Quello che intendo e’ che il convertirsi e il credere deve essere un atto cosciente deliberato e volontario. Tutte le altre religioni organizzate vogliono che tu faccia certe cose, certi atti per guadagnarti il paradiso. Nella nostra basta accettare Gesù come Signore e Salvatore e credere in lui: il resto lo fa il Padreterno. Non sentiamo il bisogno di un uomo di mezzo, di un intermediario. Se sono in grado di peccare e offendere Dio oppure di far piacere a Lui con I miei comportamenti virtuosi che bisogno c’e’ dell’intercessione di un altro essere umano? Perché chiamare un prete Padre? Il prete non e’ mio padre. Ne ho già due, uno Celeste e uno naturale. Non me ne serve un terzo. E non mi serve nemmeno un linguaggio che non capisco e di tutto il misticismo che ne consegue.

Io coltivo un bellissimo rapporto personale con Dio e sento il bisogno di dividerlo con gli altri. Cerco di vivere la mia vita in maniera da riflettere questo rapporto e possibilmente fare proseliti ma senza cercare di convincere nessuno. Basta dare le informazioni, piantare il seme. Poi il resto sta al libero arbitrio di ognuno. Non penso ci siano vie di mezzo o compromessi di sorta. C’e’ il paradiso e c’e’ l’inferno. E l’unico biglietto per il paradiso è Gesù Cristo.

IL DARWINISMO E LE PROFEZIE
Ci sono molti segni che puntano verso una fine dei tempi imminente ma nessuno sa con certezza quando gli eventi descritti nell’Apocalisse avverranno. Ce’ molto simbolismo nelle Scritture, almeno per quanto riguarda I riferimenti temporali.
Di sicuro gli ebrei sono una parte integrante della profezia dunque è importante salvaguardare l’incolumità dei figli di Israele affinché quando verrà il tempo potranno ricostruire il tempio come annunciato nell’apocalisse. Sempre a causa di questo simbolismo temporale della Bibbia è difficile sapere se la terra abbia 5000 o 5 miliardi di anni.
Secondo me il darwinismo e’ una teoria ridicola per la quale non ci sono prove certe. E’ solo una teoria, come il creazionismo, ne più ne meno, e dovrebbero essere studiate tutte e due a scuola come tali. Gli stessi fatti, gli stessi elementi presi a sostegno dell’una possono, interpretati diversamente, diventare prove della teoria opposta.

LA POLITICA
Penso che I cristiani siano sotto attacco in questa nazione
. Ad andare in una scuola con la Bibbia a parlare di Gesù si viene guardati male, schedati, osteggiati o derisi. Lo stesso non capita a musulmani, hindu’ o membri di tutte le atre religioni perché… per carità non sarebbe ‘politicamente corretto’! Gesù, di questi tempi, mi spiace dirlo, viene rispettato meno di Allah. In tempi di elezioni non avverto alcuna pressione da parte della mia chiesa o della mia comunità religiosa a votare per uno per l’altro candidato ma certamente se un candidato dichiara e dimostra di avere I miei stessi valori e i miei stessi ‘credo’ sarò - a prescindere dal partito a cui appartiene – più incline a votare per lui (o lei). La fede e’ centrale nella mia vita e influenza tutte le mie decisioni principali. Non vedo perché la politica debba fare eccezione.

Stefano Salimbeni

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