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In particolare i vescovi hanno pregato, anzi «elevato la nostra supplica» per «le famiglie irachene e siriane, costrette, a causa della fede cristiana che professano o dell’appartenenza ad altre comunità etniche o religiose, ad abbandonare tutto e a fuggire verso un futuro privo di ogni certezza».
Stretta attorno a papa Francesco l'assise ha ricordato che «nessuno può usare il nome di Dio per commettere violenza» e che «uccidere in nome di Dio è un grande sacrilegio!», come il Papa aveva già detto a Tirana lo scorso 21 settembre.
I padri sinodali, infine, ringraziano «le Organizzazioni internazionali e i Paesi per la loro solidarietà» e invitano a non chiudere le porte dell'immigrazione. Anzi, a «offrire la necessaria assistenza e l’aiuto alle vittime innocenti della barbarie in atto». Nello stesso tempo chiedono «alla Comunità internazionale di adoperarsi per ristabilire la convivenza pacifica in Iraq, in Siria e in tutto il Medio Oriente».
Il Sinodo rivolge un pensiero anche alle altre zone in conflitto, «alle famiglie lacerate e sofferenti nelle altre parti del mondo, che subiscono persistenti violenze. A loro vogliamo assicurare la nostra costante preghiera perché il Signore misericordioso converta i cuori e doni pace e stabilità a quanti ora sono nella prova».
La discussione sulla violenza, in particolare a causa dei fondamentalismi, è entrata più volte nel dibattitto. Ed è arrivata chiara anche la denuncia di monsignor Ignatius Kaigama, arcivescovo di Ios in Nigeria: «I nostri seminari sono distrutti, i conventi bruciati, un'intera diocesi abbattuta. Io mi chiedo: "Perché non vengono fermati? Chi li aiuta?". Sono però pieno di speranza perché finora nessuno si è convertito. E se lo faranno le ragazze rapite sarà solo con la forza. Alla fine non riusciranno a mettere in piedi un califfato perché abbiamo uomini e donne fermi nella fede che non glielo permetteranno. Però a voi», dice rivolto ai giornalisti, «chiedo di darci voce. Vi chiedo di ricordare la mia gente. Lei non rinuncerà mai alla sua fede».




