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venerdì 24 maggio 2019
 
Il regalo più bello
 
Credere

Gemma Pedrini: «In Dio e nella musica trovo la pace»

21/03/2019  «Ringrazio sempre per le cose belle che mi succedono, a cominciare dall’essere al mondo», dice la violoncellista, ipovedente dalla nascita, che a 24 anni si è già esibita con i maggiori artisti italiani

«Il regalo più bello è quando qualcuno mi dice che la mia musica l’ha sollevato dalla sofferenza. Sono i momenti in cui anche io riesco a ricambiare il bene ricevuto e ciò mi rende felice». Quando suona, Gemma Pedrini s’immerge in un’atmosfera «purificatrice e rilassante» in cui conduce anche chi l’ascolta. Le dita guidano veloce l’archetto sulle corde e la cassa fa risuonare una melodia profonda e allo stesso tempo dinamica, proprio come lei. «Mi concentro, entro in completa sintonia con lo strumento e mi sento in pace. Da adolescente la musica era il mio sfogo, un antidepressivo. Oggi è una buona fetta di felicità». Milanese, 24 anni, la violoncellista Gemma Pedrini è ipovedente dalla nascita. Ciononostante, da quando è venuta al mondo non ha smesso di stupire i genitori e oggi fa lo stesso con chi l’ascolta ai concerti o ha la fortuna di scambiare due chiacchiere con lei.

«Nel 2013, a 18 anni, ho suonato a un concerto per l’85° compleanno di Ennio Morricone, interpretando Mission davanti a lui, al Conservatorio di Milano. Di Finardi, con cui nel 2012 sono andata a Sanremo, ricordo invece un dietro le quinte amichevole e l’emozione di essere sul palco dell’Ariston», racconta mentre accorda lo strumento con grande cura e un’invidiabile familiarità.

UNA PASSIONE VISCERALE

Da Franco Battiato ad Antonella Ruggero passando per Ron, Pedrini ha accompagnato i maggiori artisti contemporanei: la sua è una “passione antica”, che la sta portando lontano. «Quando era incinta mia mamma suonava la chitarra: sostiene che la mia dedizione alla musica sia nata lì, assimilando le vibrazioni. Poi una volta, a 3 anni e mezzo, le feci notare che la chitarra era scordata: fu lei ad accorgersi per prima del mio orecchio assoluto e, da allora, in casa nostra non è più entrato un accordatore», dice sorridendo. Un ricordo tira l’altro: «I giochini dei bambini? Non mi piacevano, avevano suoni stonati che mi irritavano, così mia mamma mi ha fatto ascoltare tanta musica. Sentivo le canzoni e le riproducevo, magari con variazioni e modulazioni ideate da me. Ho suonato la tastiera, il pianoforte, la chitarra e il flauto traverso. Nella mia famiglia però nessuno è musicista e i miei genitori non mi hanno mai forzata: entrare in Conservatorio è stata una mia scelta».

Una scelta che, effettivamente, è arrivata dopo qualche “curva stretta”. Prima di approdare al Conservatorio Gemma si è infatti messa in luce anche nel mondo dello sci. «Sono stata agonista dai 13 ai 16 anni e nel 2011 ho vinto la medaglia di bronzo alla Coppa del mondo di Sestriere», dice ancora carica di passione per l’ebbrezza della discesa. «Da piccola ero spericolata. Oggi invece mi definirei innanzitutto determinata».

I MIRACOLI DELLA TENACIA

  

A 13 anni, infine, ecco il violoncello. «Ero troppo gracile per suonare il flauto traverso, così in Conservatorio mi indirizzarono al violoncello. Mi ha appassionata sin da subito: è uno strumento di notevole versatilità, con una grande estensione di ottave: ha note molto basse ma anche molte acute. Con l’arco poi puoi fare tanti tipi di effetti, come imitare le percussioni». Nello stile brioso di Gemma seguire lo spartito va bene, ma sono l’interpretazione e la creatività a fare la differenza: «Non potendo leggere le note, per anni ho ascoltato i brani per memorizzarli e poi eseguirli, mettendoci sempre del mio».

Gemma si è diplomata al Conservatorio a 20 anni, nel 2015, superando gli esami in 7 anni anziché in 10. «Ce l’ho fatta perché ho studiato tanto», riconosce. Ecco, è tutta in questa consapevolezza che risiede la forza e l’inventiva di una donna che ha deciso di non piangersi mai addosso, anzi, si è sempre data da fare. Per lei il non poter vedere se non delle ombre non è stato un limite, semmai una condizione con cui fare i conti e un punto di partenza per tentare di esprimersi al massimo.

L’APPOGGIO DELLA FAMIGLIA

«Alla forza d’animo va poi aggiunta la presenza della famiglia», aggiunge Gemma. «I miei genitori, Mara e Roberto, mi hanno sempre incoraggiata e nei momenti di difficoltà sono stati fondamentali. A scuola ho avuto una brutta esperienza di bullismo, ma loro mi hanno spinta a non dar retta a chi mi ridicolizzava. Mi dicevano: “tu non sei quello che ti dicono i tuoi compagni”. Mi hanno fatta entrare in contatto con molte persone, facendomi coltivare la fiducia in me stessa. Oggi ai ragazzi dico di non lasciarsi schiacciare da chi li bullizza perché i perdenti, sul lungo termine, sono proprio i prepotenti. In quella fase difficile della mia vita la musica mi è stata compagna e mi ha consentito di sfogare la tristezza e i sentimenti negativi. E poi c’è la fede, che aiuta molto: così ho avuto un supporto terreno e uno ultraterreno».

UNA FEDE GENUINA

  

Da bambina Gemma ha fatto per tre anni la chierichetta. Non potendo leggere da sola, ha conosciuto la storia della salvezza al catechismo e l’ha fatta sua tramite la testimonianza della famiglia, soprattutto dei nonni: «Sono stati loro a farmi conoscere la fede, raccomandando a me e a mia sorella Aurora di andare a Messa e recitare il Rosario», ricorda grata. «Porto nel cuore gli insegnamenti che mi sono stati trasmessi da bambina. Oggi ringrazio sempre per le cose belle che mi succedono, a cominciare dall’essere al mondo. Sono nata a sole 23 settimane: ringrazio Dio e la vita per come è andata».

Diventando adulta, ci sono stati due atteggiamenti in particolare che Gemma ha fatto propri e così li racconta: «Il rispetto e l’ascolto degli altri sono essenziali. E poi ho capito che le giornate vanno affrontate con tenacia e positività: bisogna cogliere tutte le piccole occasioni, prendendo il bello in ogni cosa. Per strada, ad esempio, incontro tante persone che si offrono di aiutarmi ad attraversare gli incroci: spesso ne nascono anche due chiacchiere amichevoli».

«Poi ho imparato», continua Gemma, «che non bisogna prendere tutto sul personale, e che un po’ di ironia aiuta sempre. Infine, aggiungo, serve prudenza: che non vuol dire puntare in basso o accontentarsi delle cose facili, ma mettere sul piatto della bilancia possibilità e obiettivi, così da cercare di raggiungerli con serenità».

Pedrini, verrebbe proprio da dire, costruisce la sua melodia una nota dopo l’altra, senza stancarsi. «Il mio modello di violoncellista è Giovanni Sollima, con cui ho anche suonato. Mi piace la musica classica ma anche il pop e il jazz, e amo eseguire  la Sonata numero 2 di Brahms. Il motivo? Va interpretata con impeto, richiede vigore anche nelle “giornate no”, che capitano a tutti ma, mi dico sempre, sono momenti passeggeri».

FUTURO E DESIDERI

In queste ultime settimane Gemma suona meno e studia di più perché, oltre a lavorare part time in una grande azienda di tecnologia, si sta laureando in Musicologia e Beni culturali all’Università di Pavia, con una tesi sull’accessibilità per utenti non vedenti di alcuni programmi di editing per la musica. «Una volta laureata vorrei rimettermi a girare per concerti e suonare per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e per il Papa. Mi piace molto il modo in cui  Francesco è vicino alle persone e come cerca di entrare in empatia con tutti, facendo lui il primo passo. Avrei già voluto suonare davanti a Giovanni Paolo II... Spero che con Bergoglio il mio desiderio si possa avverare. E poi sogno di dare un contributo nel mondo dell’accessibilità: io ho avuto tanto, ora mi piacerebbe aiutare chi si trova in difficoltà».

Foto Fabrizio Annibali

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