Un Paese ancora e sempre da evangelizzare. Nel suo intervento di apertura al Consiglio permanente della Cei in corso fino al 23 settembre, il cardinale Matteo Zuppi sottolinea che, cinquant’anni dopo il Convegno di Roma del 1976 su “Evangelizzazione e promozione umana”, la diagnosi firmata da monsignor Enrico Bartoletti resta scomoda e profetica: «L’Italia è un Paese da evangelizzare… occorre rigenerare in molti che sono e che si dicono cristiani una fede ormai divenuta stanca abitudine e senza alcuna rilevanza nella vita». Allora sembrò un’affermazione forte per una nazione di antica cristianizzazione. Oggi, osserva Zuppi, quell’affermazione non è uno slogan: è un’eredità e un impegno.
In mezzo secolo il clima culturale, sociale e politico è cambiato profondamente. La tradizione che ancora riconosce alcuni valori cristiani è «sempre più fragile e meno rilevante»; l’ambiente ecclesiale – parrocchie, associazioni, istituzioni – ha vissuto «un momento di crisi» con un’influenza che «sembra progressivamente ridursi». Eppure il cardinale rifiuta il pessimismo. Non perché le difficoltà non esistano, ma perché il pessimismo «porterebbe a giustificare l’inerzia o la chiusura nei nostri ambienti». La storia spirituale di un popolo, dice, non si fa con le misurazioni di efficacia. Si fa con la Parola accolta nel cuore della comunità e comunicata: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!».
E allora il nesso tra evangelizzazione e attenzione all’uomo non è un ricordo del 1976: è il criterio per leggere l’Italia di oggi, «tempo di guerre e nuove fragilità». Ed è questo nesso – non un’esigenza organizzativa – a rendere non più rinviabile una riflessione sulle strutture. Vale per le funzioni della CEI, per le Conferenze Episcopali Regionali, per lo Statuto. La domanda è una sola: «Se le strutture esistenti siano le più adatte a esprimere l’indole missionaria della Chiesa». Perché, avverte Zuppi, bisogna pendere coscienza che «nessuna forma, per quanto giusta e funzionale, vale più della libertà di annunciare il Vangelo». Lo sguardo va allargato oltre le strutture parrocchiali, senza mai trascurarle.

Come di prassi il cardinale passa in rassegna anche la complessità italiana, con le scuole riaperte in questi giorni e che definisce un «cantiere decisivo del nostro futuro comune». Zuppi indica tre sfide non rinviabili. La prima: le disuguaglianze educative. «Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo». Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace. La seconda è pedagogica: l’intelligenza artificiale può offrire risorse preziose, ma «non sostituisce l’opera educativa». Nessun algoritmo può prendere il posto dello sguardo di un insegnante che incoraggia, corregge, comprende e accompagna. La terza, forse la più profonda: custodire la capacità di pensare. In un mondo saturo di stimoli e connessioni servono luoghi dove imparare a sostare, a distinguere il vero dal falso, l’essenziale dal superficiale. Ai giovani non servono solo buoni risultati: servono adulti che testimonino che la conoscenza è sapienza per la vita.

E ancora, sul tema del fine vita ricorda che la cura della persona impone di rispondere alla sofferenza «con soluzioni concrete – a partire dalle cure palliative – e con politiche di autentica solidarietà, non con forme di «compassione illusoria come l’eutanasia». Non può esistere un «diritto a morire», ma il diritto di essere curati, assistiti e mai lasciati soli. Preoccupa il moltiplicarsi di iniziative regionali su un tema che riguarda la dignità di ogni persona. Serve un confronto parlamentare «ampio, responsabile, attento alle necessità dei cittadini e libero da strumentalizzazioni e ipocrisie». La vera conquista di civiltà non è la soppressione della vita, ma la cura che allevia la sofferenza. Tra accanimento terapeutico e anticipazione della morte c’è uno spazio che le istituzioni hanno il dovere di riempire: cure palliative, terapia del dolore, assistenza domiciliare e negli hospice, sostegno alle famiglie e ai caregiver. È un ritardo, questo sì, che produce sofferenza, ineguaglianza, smarrimento.

Infine, l’Italia come artigiana di pace. San Francesco, patrono insieme a santa Caterina, parla al lupo di Gubbio. Riesce ad avvicinarsi perché è disarmato e proprio perché è disarmato lo disarma. Non lo allontana, lo riporta in città: la pace non è vivere senza l’altro, ma finalmente insieme. Leone XIV ha chiesto ai vescovi italiani di trasformare ogni comunità in «Casa della pace». Abbiamo rilanciato l’impegno con la Nota “Educare a una pace disarmata e disarmante”. Ma la credibilità comincia da noi: «Anche i nostri ambienti soffrono divisioni e conflitti irrisolti che si trascinano nel tempo». Il Patto sulla “via italiana del dialogo interreligioso” e lo «spirito di Assisi», di cui si celebrano i 40 anni, indicano la strada: superare la logica del nemico, riconoscersi nell’unica famiglia umana.