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“Cento preti contro il genocidio”. Forse pochi, secondo qualcuno. Più che sufficienti per chi ricorda che, attorno a Gesù, erano in 12 e uno


Sfilano per le strade di Roma, dalla parrocchia di Santo Spirito in Sassia, a due passi da San Pietro, fino a piazza sede della Leonardo s.p.a. che ha siglato accordi commerciali in armamenti con Israele. Cantano in italiano, francese, inglese, pregano per il popolo libanese e per i palestinesi.


Volano gli aquiloni, quelli che i bambini di Gaza non possono più dirigere verso il cielo, pena essere bombardati dai droni israeliani. «In realtà, anche se nel nome resta il “Cento preti” siamo oltre 2.600 da 57 Paesi diversi, con tre cardinali e 27 vescovi», spiega don Rito Maresca, iniziatore della rete.


Parroco di Santa Maria di Galatea, PIano di Sorrento, Napoli, racconta che «tutto nasce da un appello di una suora italiana che vive in Giordania, a Manheim. Suor Giovanna aveva scritto un post su Facebook, un anno fa dicendo “Perché la Chiesa non dice niente? Perché i preti non dicono niente? Perché non si organizza un momento di preghiera al Quirinale?”. L’ho incontrata e un gruppo di noi sacerdoti si è detto che dovevamo ascoltare questa donna. Ci siamo chiesti se potevamo fare qualcosa e abbiamo pensato che ciascuno di noi può fare la differenza. Noi sacerdoti, ma anche voi giornalisti, tutte le persone. Ci siamo autoconvocati e abbiamo stilato un documento. Non ci aspettavamo che ci fosse una adesione così immediata».
Tra i sacerdoti che, dice dal microfono don Rito, sperano di «non ritrovarci qui l’anno prossimo perché significherebbe che non ce n’è più bisogno e le popolazioni vivono in pace», ci sono anche suore e gente comune.


Sfila Suor Geneviève, la piccola sorella di Gesù, che tutti ricordiamo in piedi, accanto al feretro di papa Francesco. «Questa manifestazione è molto importante» dice. Precisando che «non siamo contro Israele, ma contro chi comanda, in Israele e non solo».


Alex Zanotelli aggiunge che «è fondamentale di essere qui come preti contro il genocidio. Perché questo significa anche riportare ciascuno nelle proprie comunità quello che avviene e svegliarle. Questo è un primo passo fondamentale: che le comunità cristiane prendano coscienza di ciò che sta avvenendo e si muovano. Seconda cosa è importante tradurre questa consapevolezza in prassi non violenta. Terzo boicottare le banche che danno soldi a Israele per acquistare armi. Se tutte le parrocchie decidessero di boicottarle metteremmo in crisi un sistema, come abbiamo fatto con il Sudafrica. Così si fanno passi in avanti».


Questo stesso movimento, aggiunge un altro comboniano, padre Dario Bossi, per anni impegnato in Amazzonia, «si sta replicando in Brasile, in Irlanda, negli UK, negli Stati Uniti. Sono iniziative molto libere che hanno l’intento di scuotere dal di dentro la Chiesa perché una parola di pace coraggiosa sia assunta non solo dai preti, ma da tutto il popolo di Dio. Noi siamo qui non per rappresentare noi stessi, ma come pastori di comunità intere. Abbiamo una responsabilità grande che è quella di smontare una narrativa che ancora oggi giustifica la guerra e, al contrario, mantenere viva la narrativa della non violenza evangelica». Oltre alla marcia e alla preghiera i sacerdoti hanno dedicato una intera giornata di studio «per cercare di condividere elementi profondi che ci permettano di avere delle posizioni non ideologiche, non superficiali, ma profondamente evangeliche e allo stesso tempo profondamente attente alla storia». Un po’ di speranza viene anche dalla risposta della società civile e «delle nostre
comunità cristiane. C’è una sensibilità che cresce e uno sgomento di fronte in generale al clima di guerra. I pezzi di questa terza guerra mondiale si stanno pericolosamente avvicinando, il mosaico si sta componendo in maniera spettrale. Ma credo che noi cristiani abbiamo una parola nuova, rivoluzionaria e pacifica, che è appunto la parola della nonviolenza, della diplomazia, dell’obiezione di coscienza. E vedere, per esempio, che siamo riusciti ad arrivare alle 50mila firme per il disegno di legge sulla difesa civile non armata e non violenta è una delle risposte di speranza anche al conflitto israeliano-palestinese».


Non solo marce e parole, ma solidarietà concreta. Come quella che ha portato don Davide Ferrini, della diocesi di Faenza, in Romagna, a visitare la Cisgiordania. «Siamo qui», spiega, perché non possiamo tenerci dentro quello che abbiamo nel cuore. Dobbiamo portare parole di pace, di riconciliazione e possiamo farlo nelle piccole cose anche quotidiane di ogni giorno. Dal viaggio in Palestina mi sono portato dietro le parole che ci ha affidato un capo villaggio assediato dai coloni. Ci ha detto che possiamo fare tanto nel nostro Paese e di non dimenticare quello che abbiamo visto. A Taybeh, villaggio interamente cristiano, sono rimasti 1.068 abitanti, altre quattro famiglie numerose sono andate via proprio qualche giorno prima il nostro arrivo. E abbiamo visto una situazione davvero brutta. Eravamo circondati, con uno spazio sempre più ristretto. Non siamo andati a Gaza, ma vedevamo gli aerei militari che andavano verso la Striscia. E poi nei villaggi della Cisgiordania abbiamo vissuto questo strangolamento. La terra attorno alle case si restringe sempre di più circondati da forze che stringono, stringono, stringono. Noi abbiamo cercato di portare la nostra solidarietà, la nostra amicizia, la nostra disponibilità a essere la loro voce». Don Davide parla di una situazione diventata insostenibile negli ultimi anni e della grande resistenza interiore, spirituale, umana. Del loro grande coraggio» Hanno incontrato anche il cardinale Pizzaballa, «veramente sofferente. Era di ritorno da un mancato colloquio con un rabbino che ha dichiarato che bisogna sterminare tutti i palestinesi. Per il cardinale, che ha dedicato la vita al dialogo con gli ebrei e con la cultura ebraica è stato un grande dolore. Anche se lui non demorde e continua a cercare legami con una società diversa, continua a gettare semi che speriamo portino frutti per una società migliore. Intanto noi, qui in Italia, portiamo il battito del nostro cuore in sintonia con il loro».


E mentre si agitano i cartelli e si leggono i nomi delle centinaia di bambini uccisi a Gaza e in Libano dopo la dichiarata tregua, don Nandino Capovilla sottolinea che «siamo un segno per dire che il tempo del silenzio è finito e non si può concedere a Israele questa impunità».


Perché, conclude padre Moreno Versolato, cappellano di Rebibbia, «crediamo nell’umanità e desideriamo che possa vivere e non morire». In Palestina è stato di recente, accompagnato proprio dalla benedizione dei suoi detenuti. «Uno per uno mi hanno segnato la fronte con la croce prima di partire». Da una sofferenza all’altra. «Ho visto in particolare il dramma delle donne e dei bambini. Gli uomini sono in carcere o uccisi o hanno perso il lavoro perché gli hanno sospeso i permessi e così sono le donne a far andare avanti l’economia con tanti sacrifici. Noi abbiamo portato la nostra solidarietà. È importante non farli sentire soli. E poi abbiamo visto la “tenda delle nazioni” dove abbiamo trovato dei giovani italiani che fanno da sentinelle nei villaggi assediati dai coloni. Un gesto molto concreto, quello di andare di notte nelle case dei palestinesi perché loro possano dormire, mentre gli italiani vegliano. Perché è di notte che i coloni, che prima impiantano tutto attorno le loro città, scendono per appropriarsi delle case dei palestinesi. E così, per difendere le proprie abitazioni le famiglie sono costrette a stare sveglie di notte. I volontari fanno sì che possano riposare. Nel deserto di Giuda abbiamo visto il lavoro cresciuto attorno a due suore comboniane che fanno alfabetizzazione digitale e scuola di ricamo. Sembrano gocce nel deserto, ma sono anche semi di un mondo nuovo possibile».






