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La voce di Rajendra Neupane arriva dentro un file audio di quaranta minuti, registrato a Kathmandu dal mio corrispondente Roshan Gurung. Non suona come un'intervista: è un flusso continuo. La voce si incrina, si interrompe, riparte. A tratti smette di rispondere alle domande, racconta e basta.
A inizio agosto ero in quelle valli con Roshan, per un reportage sul traffico di esseri umani. Tre settimane dopo, diversi dei luoghi che avevamo attraversato non esistevano più. Rajendra è cresciuto in una famiglia di contadini, ha fatto il maestro per dieci anni prima di passare alle vendite. «Quella mattina, per fortuna, ero a casa».


La telefonata
Agosto, a Nuwakot, è il mese dei pellegrini diretti al lago sacro di Gosaikunda, e la strada passa davanti alle case di Bhaise. «Quando ho guardato fuori, la strada era piena di veicoli». Alle otto e mezza sua moglie prepara il pranzo, i figli dei fratelli si vestono per la scuola.
Poi squilla il telefono: è la sorella di sua moglie, insegnante a Rasuwa, il distretto a monte. Grida di uscire subito, che sta arrivando una piena enorme. «All'inizio non l'ho presa sul serio». L'anno prima, nel luglio 2025, un'altra piena eccezionale era scesa dallo stesso fiume senza fare vittime. «Nessuno avrebbe potuto immaginare, nemmeno nei suoi incubi peggiori, quello che sarebbe successo».
Arrivano altre chiamate da Rasuwa. Gente che piange nel telefono: «Qui è stato spazzato via tutto. Uscite di casa». Sono le nove. Sua moglie insiste perché mangi qualcosa prima di andare. Lui le dice di stare calma. Poi le auto sulla strada cominciano a suonare il clacson tutte insieme e a invertire la marcia.


«Come una montagna che esplode»
La sua casa era a cento metri dal fiume, una distanza che per generazioni era bastata. «Non avevo mai visto niente del genere. Era come l'esplosione di una montagna enorme davanti ai miei occhi. Non riesco a spiegare quello che ho visto, non esistono parole.
L'acqua non scorreva normalmente: sembrava che volasse». Corrono tutti su per una collina ripidissima dietro le case. «Quella collina ci ha salvato la vita. Se il terreno fosse stato pianeggiante, credo che saremmo morti tutti». Suo padre cela fa per mezzo secondo. Mentre salgono, l'acqua continua a montare, e lui vede passare le persone. «Ho visto dei parenti, tra cui mio zio, portati via dalla corrente proprio davanti a me. Ho provato ad allungare la mano, non ci sono riuscito». Con loro c'è la moglie del fratello più giovane, che ha partorito da un mese, con la neonata che piange senza fermarsi.


Quando arrivano in cima, Rajendra si volta. Delle sessantacinque case di Bhaise ne è rimasta in piedi una, sepolta nel fango. Restano nella giungla quattro o cinque ore, senza acqua né cibo, mentre circolano voci di una seconda ondata. Del fratello minore, quel giorno a Rasuwa per lavoro, non si sa nulla: i ripetitori telefonici sono stati distrutti. La notizia che è vivo arriverà a mezzanotte.
Poi, senza che nessuno glielo abbia chiesto, aggiunge una cosa. «Ho quarantacinque anni e non avevo mai vissuto niente di simile. Ancora adesso mi sento traumatizzato, a volte faccio fatica a parlare con la gente. Credo che questo trauma mi resterà per sempre».


Trentotto minuti
Il blocco di ghiaccio e roccia si era staccato alle 8.37 dal Langtang Lirung, a cinquemila metri di quota. Il Nepal ha un sistema di allerta precoce, ma tarato sulle piene monsoniche: le stazioni a monte sono state distrutte prima di trasmettere qualsiasi segnale, e il primo sms è partito trentotto minuti dopo, quando l'onda era già passata. A salvare le vite, quel giorno, sono state le telefonate. Quella della cognata di Rajendra. E, poco più a valle, i quattro avvisi informali che hanno convinto un preside a evacuare novecento bambini dieci minuti prima dell'acqua.
Il bilancio provvisorio conta oltre 1.300 morti e quasi 4.900 dispersi, tra cui più di novecento operai degli impianti idroelettrici. Un milione e seicentomila persone colpite, 8.317 case distrutte.
Rajendra ha una spiegazione più semplice di quei numeri. Gli anziani e le persone con disabilità non riuscivano a correre. E altri, convinti che non fosse pericoloso, erano rimasti sul ponte a riprendere l'onda con il telefono. Poco dopo il ponte è stato portato via.


I morti senza nome
Nel suo villaggio mancano all'appello diciotto persone. «Non ne abbiamo ancora trovata nessuna. Temo che alcuni non riusciremo mai a identificarli». Alcuni corpi sono stati recuperati a pezzi. Altri sono stati ritrovati senza testa. All'inizio di settembre solo il quattro per cento delle salme aveva un nome.
Per questo, a Bhaise, diverse famiglie hanno cominciato a celebrare i funerali senza il morto: al posto del corpo, sulla pira, una sagoma di erba intrecciata. Più a valle la corrente ha portato i cadaveri per centinaia di chilometri, alcuni oltre il confine indiano, e senza celle frigorifere un centinaio di salme senza nome è finito in fosse scavate in fretta. L'unica notizia buona è arrivata da un chilometro di distanza: una donna estratta viva dal fango dopo dodici giorni. «Sentire cose così ci dà speranza. Ma quando penso al mio villaggio faccio fatica a crederci».


Dodici persone in una stanza
Il giorno dopo lo zio materno li ha portati a Kathmandu per una strada secondaria: le principali non esistevano più. Da allora sono lì: dodici persone, due anziani, quattro bambini, una neonata. «Sappiamo di essere diventati un peso per lui». I bambini non vanno a scuola. «Parlano in continuazione dello zaino, dei quaderni, della casa portata via. Continuano a chiederci: dove andremo a scuola, adesso che la nostra scuola non c'è più? Noi abbiamo le lacrime agli occhi e nessuna risposta».
Due mesi prima dell'alluvione Rajendra aveva lasciato il lavoro di direttore commerciale per assistere la madre durante un'operazione: non gli avevano concesso un'aspettativa abbastanza lunga. Era già senza stipendio, e indebitato per pagare gli studi del figlio maggiore all'estero, l'unico modo che aveva trovato per dargli un futuro. «Ora ho perso quasi tutto. Indosso vestiti che mi hanno dato dei parenti. E non sono l'unico».
Aiuti sono arrivati dal governo e da alcune ONG. Ma quando gli si chiede cosa spera dal nuovo esecutivo nato dopo il movimento Gen-Z, non chiede indietro la sua casa. «Non mi aspetto che ce ne diano una come quella che avevamo. Spero almeno in una piccola abitazione sicura, con un tetto, che ci ripari dal sole e dalla pioggia». Quella di prima l'avevano tirata su con le loro mani dopo il terremoto del 2015. È durata dieci anni.


Una sentinella climatica
Gli scienziati sono cauti nell'attribuire questo singolo crollo al riscaldamento globale, ma su un punto concordano: il permafrost che per millenni ha tenuto insieme roccia e ghiaccio si sta indebolendo. Il Nepal ne paga alcune delle conseguenze più dure pur essendo fra i Paesi che meno hanno contribuito a causarlo, e per questo il suo ministro degli Esteri ha chiesto una risposta internazionale. Rajendra ne ricava una lezione più semplice: «Non dovremmo costruire case e villaggi così vicino alle rive dei fiumi». A Bhaise vivevano insieme brahmini, chhetri, gurung, rai, limbu, tamang, dalit. «Eravamo come una sola famiglia. Adesso quel posto sembra un cimitero».
La ciabatta
Verso la fine della registrazione Roshan gli chiede di quella persona a cui aveva provato a tendere la mano. Era un pellegrino diretto a Gosaikunda. «Ho allungato la mano per salvarlo, ma mi è scivolato via. È riuscito ad afferrarmi una gamba, poi la corrente se l'è portato via. E si è portato via anche la mia ciabatta. È un ricordo che non dimenticherò mai».A chi lo leggerà in Italia chiede una cosa sola: «Quelli che sono morti non possiamo riportarli in vita. Ma chi è sopravvissuto ha bisogno urgente di una mano».
Dopo l'ultima risposta, Roshan ha annotato una riga sul file audio: l'intervistato si è commosso e ha pianto al termine della registrazione.
COME AIUTARE
L'alluvione del 26 agosto ha distrutto 8.317 abitazioni. Migliaia di famiglie come quella di Rajendra Neupane vivono oggi ospiti di parenti o nei centri di raccolta, senza lavoro, senza una stanza propria e con i bambini fuori dalle aule.
Give a Drop – ODV, l'associazione di Torino fondata e presieduta dall'autore di questo articolo, ha aperto una raccolta fondi per i distretti di Nuwakot e Rasuwa. Quanto verrà raccolto andrà interamente alla famiglia di Rajendra e ad altre famiglie come la sua, per ricostruire una casa nelle aree dichiarate sicure.
Per donare: bonifico intestato a Give a Drop – ODV
IBAN IT47 J 05034 31110 000000010398
Causale «Nepal – emergenza alluvione»
Informazioni: www.giveadrop.it – giveadrop@gmail.com – WhatsApp +39 320 0352519
Foto e testo di Dan Romeo








