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lunedì 14 ottobre 2019
 
Tra tv e fede
 
Credere

Giacomo Campiotti: «San Francesco mi ha insegnato la felicità»

19/09/2019  Da ragazzo andava ad Assisi in autostop e oggi prega spesso sulla tomba del Poverello. «I santi sono uomini e donne molto più vicini a noi di quanto potremmo immaginare», dice il regista di Braccialetti rossi

Giacomo Campiotti se lo ricorda bene. Quando era adolescente lui e il suo allora compagno di “malefatte” fuggivano, all’insaputa dei genitori, ad Assisi. Facevano l’autostop per strada, da Varese (dove vivevano) fino in Umbria. Era una ragazzata, seppur dai buoni intenti, che la dice lunga sul fascino esercitato dal Santo d’Assisi sul regista di Braccialetti rossi. San Francesco è stato infatti il primo ad accendere in Campiotti la scintilla della fede e a riportarlo poi a casa quando il regista si era un po’ allontanato dal cammino. La fede, in fondo, funziona così: servono guide, che ci chiamano per nome nella notte, e cuori capaci di azzardi pur di seguire quella luce. A costo di fare l’autostop.

Come mai san Francesco è stato così centrale nel suo cammino di fede?

«Andai per la prima volta ad Assisi da bambino, in gita scolastica, e rimasi folgorato da quei luoghi. Mi sentivo come se fossi ritornato a casa. In seguito ci tornai altre volte: in gita con i compagni di liceo e “clandestinamente” nei weekend, insieme a un amico dell’epoca. Dicevamo ai genitori che dormivamo l’uno a casa dell’altro, in realtà partivamo in autostop per Assisi. Finì quando ci beccarono e quando il mondo iniziò a distrarci verso altro. Non mi sono mai allontanato veramente dalla fede ma per molti anni, diciamo dai 25 ai 40, la ricerca di Dio non è stata centrale nella mia vita. Adesso invece ho capito che è l’unica cosa veramente importante: il resto viene dopo, di conseguenza».

Dietro a questa consapevolezza c’è lo zampino di san Francesco?

«Esatto. Dopo il 2000 tornai ad Assisi per seguire uno stage di yoga: era uno yoga molto spirituale, che ti mette in contatto con il tuo io più profondo aprendoti a una dimensione di ascolto. Ebbene, anche se fino a quel momento avevo una vita felice e una carriera di successo, mi resi conto che non avevo mai provato una gioia così profonda come quella che sentivo pregando. Lì ho ritrovato san Francesco e tuttora torno spesso sulla sua tomba a pregare. Mi sento in cammino, anzi all’inizio del cammino: più approfondisci la fede e più capisci quanta strada hai ancora da percorrere».

Da regista, ha spesso raccontato le vite dei santi: che idea si è fatto della santità?

«I santi sono uomini e donne molto più vicini a noi di quello che potremmo immaginare. Spesso ci buttiamo giù dimenticandoci che Dio ha messo dentro ciascuno di noi una scintilla unica. Sarà per questo che ho amato molto la figura di san Giuseppe Moscati (il medico campano morto nel 1927, canonizzato per essersi dedicato ai sofferenti, ad esempio durante l’eruzione del Vesuvio del 1906, ndr): lui non ha fatto altro che tenere la barra dritta, rimanendo fedele al proprio credo. Sono le piccole scelte a dettare il passo e a dare vita ai grandi atti eroici».

Viviamo però in tempi difficili. Non teme mai che la scintilla possa essere soffocata dal mondo esterno?

«È indubbio che stiamo attraversando un periodo complicato ma, come sempre, quando c’è molto buio c’è anche tanta luce. È a questa che cerco di guardare. Abbiamo infatti due scelte: prendercela con il buio, lamentarci, entrare in conflitto, oppure accendere la luce. Solo così il buio scompare immediatamente. Io sono un peccatore come tutti, non ho nulla da insegnare ma nel mio piccolo, con il mio lavoro, cerco di raccontare questa luce: che non è mia, ma Sua. E poi non dimentichiamoci che c’è il Vangelo».

In che senso?

«Saranno anche tempi bui, ma la Parola resta di una chiarezza incredibile. Il Vangelo non ha ambiguità. Anzi, a volte la sua semplicità mi fa quasi paura perché non riesco a seguirlo come vorrei e dovrei».

La fede si esprime, prima di tutto, come uno sguardo diverso sul mondo. Può tradursi anche in uno sguardo inedito della telecamera?

«A inizio carriera ho girato produzioni molto importanti, tra cui Come due coccodrilli e Zivago, che davano molta soddisfazione al mio ego. A un certo punto ho deciso, lucidamente, di mettermi un po’ da parte per dar voce ad altri. C’è chi mi rimprovera di investire troppo sulle agiografie, ma per me ora è importante mettere il mio lavoro e, se ce l’ho, il mio talento al servizio di quella luce che intravedo nel buio».

Quali sono i temi che sente l’urgenza di raccontare?

«Sicuramente l’ecumenismo. Oggi per svariate ragioni il mondo spinge verso le guerre di religione: è importante rimettere a fuoco i punti che abbiamo in comune con gli altri fratelli nella fede. In fondo Dio è uno solo: se tieni gli occhi sulla cima, l’obiettivo è lo stesso per tutti. Semplicemente ci si arriva da percorsi diversi».

Il dialogo tra le fedi è una realtà che lei conosce molto bene, essendo sua moglie musulmana…

«Mia moglie mi è di grande esempio nella fede. Tempo fa c’è stato un momento in cui è stata ricoverata al Gemelli di Roma: sembrava fosse sul punto di morte. Ancora oggi non si è capito cosa avesse avuto. Ricordo perfettamente la sua assoluta serenità: non aveva paura, anche se era a un passo dalla fine. Un dono che può nascere solo dalla fede. Inoltre mi è d’esempio nella preghiera: prega quattro volte al giorno con una costanza incredibile. Io sono più discontinuo».

Quali saranno i suoi prossimi progetti?

«A novembre andrà in onda la fiction Ognuno è perfetto, con Edoardo Leo e Cristiana Capotondi. È una storia che affronta il delicato tema della disabilità. Sto poi sviluppando un film tv su Chiara Lubich, che è stata una figura fondamentale per quanto riguarda l’ecumenismo. Con Mario Ruggeri (sceneggiatore di Don Matteo, ndr) sto scrivendo un progetto su san Giuseppe da Copertino (il francescano vissuto nel Seicento che, secondo le cronache del tempo, in stato di estasi levitava, ndr). Non ultimo mi piacerebbe raccontare Paramahansa Yogananda: un grandissimo santo indiano, che ha anche scritto diversi libri sui Vangeli».

La biografia di Giacomo Campiotti: un regista sulle orme di Olmi e Monicelli

Classe 1957, Giacomo Campiotti nasce a Varese ma è diventato ormai romano d’adozione. Nella capitale lavora come regista e sceneggiatore.Tra i suoi mentori figurano Mario Monicelli ed Ermanno Olmi, con i quali ha lavorato da giovane prima come assistente e poi come aiuto regia. La sua filmografia spazia dai cult Bianca come il latte, rossa come il sangue, versione cinematografica del romanzo di Alessandro D’Avenia, e Braccialetti rossi, la serie tv Rai con protagonisti un gruppo di ragazzi degenti in ospedale, fino a una ricca rosa di agiografie, tra cui Giuseppe Moscati, Bakhita, Maria di Nazaret. Ha anche raccontato gli eroi laici del nostro tempo, come nel recente Liberi di scegliere. Sposato con Aisha, ha cinque figli.

(foto in alto di Assunta Servello)

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