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domenica 25 agosto 2019
 
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Libano, la frontiera del dolore a un passo dalla tragedia siriana

20/06/2019  Reportage dal Paese dove il rapporto tra sfollati dall'estero e popolazione locale è il più alto al mondo: un rifugiato ogni 6 libanesi

Al fine di intensificare gli sforzi per prevenire e risolvere i conflitti e contribuire alla pace e alla sicurezza dei rifugiati, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha scelto di celebrare la Giornata Mondiale del Rifugiato il 20 giugno di ogni anno con la Risoluzione 55/76. Il documento è stato approvato il 4 dicembre 2000 in occasione del 50° anniversario della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati. Per celebrare la Giornata, l’UNHCR ha lanciato la campagna #WithRefugees che durerà fino al 19 settembre. La campagna ha come obiettivo quello di far conoscere i rifugiati attraverso i loro sogni e le loro speranze: prendersi cura della propria famiglia, avere un lavoro, andare a scuola e avere un posto che si possa chiamare “casa”. Molti attori e personaggi pubblici stanno partecipando alla campagna inviando messaggi e foto con lo slogan #WithRefugees. Lo scopo della campagna consiste nel mostrare ai leader mondiali che i cittadini sono dalla parte dei rifugiati e vogliono inviare un messaggio ai governi affinché collaborino per migliorare le loro condizioni. Una delle esperienze più drammatiche e di lungo periodo è senza dubbio quella che vivono i palestinesi in Medioriente e in particolare in Libano.

Vita a El Bared. Una giovane (foto di Andrea Tomasetto)
Vita a El Bared. Una giovane (foto di Andrea Tomasetto)

Storie invisibili: reportage dai campi del libano tra degrado e speranza

La situazione dei campi profughi palestinesi del Libano che abbiamo visitato, per realizzare il reportage Storie Invisibili (grazie al progetto Frame Voice Report!finanziato attraverso il COP – Consorzio delle ONG Piemontesi, con il contributo dell’Unione Europea), è emblematica di ciò che vivono milioni di persone nel mondo.

Da un lato, tanti problemi: contesti urbani degradati, sovraffollamento, fogne a cielo aperto, elettricità poche ore al giorno, immondizia per le strade (il Libano raccoglie solo una volta la settimana), acqua salata nelle tubature domestiche (provate a lavarvi i denti al mattino con acqua salata… o a fare la doccia… o a bagnare le piante). Dall’altro lato, però, persone, famiglie e comunità vivono con tanta dignità : dove ci sono inconvenienti, c’è anche gente che si rimbocca le maniche e trova soluzioni, fa nascere progetti di sviluppo e di cooperazione sociale, crea servizi.

Nei campi vivono migliaia di persone palestinesi e anche siriane che sono state accolte dopo la fuga dalla guerra civile che devasta il loro paese. Certo il Libano è potenzialmente una polveriera 4 milioni e mezzo di abitanti e quasi un milione e mezzo di profughi e rifugiati, tra mille problemi di convivenza tra etnie, religioni, gruppi, tribu, fazioni e il ricordo di una devastante guerra civile vissuta tra il 1975 e il 1990. Ma è esistono storie di riscatto.

È il caso di Beit Aftal Assumoud, un’associazione di palestinesi, che da oltre 40 anni opera nei campi, offrendo ai profughi una sorta di “welfare parallelo”, ovviando a tutti i diritti che il Libano non riesce a dare. In quasi tutti i campi Assumoud ha una suo centro dove ci sono asili, ambulatori medici e dentistici (che offrono visite gratuite a bambini e genitori, anche con il sostegno del COI - Cooperazione Odontoiatrica Onlus, ong di Torino che favorisce la salute dentale delle persone in condizioni di disagio, all’estero e in Italia), scuole di recupero e centri professionali (per dare una prospettiva lavorativa ai giovani), gruppi scout e bande musicali, squadre sportive, centri di aiuto alle famiglie e di “reproductive health”, gruppi di auto aiuto tra donne e anziani, biblioteche, teatro e danza. Se per strada c’è sporco, e degrado, dentro le case le persone portano avanti una vita “normale”. “Facciamo le cose di tutti i giorni – ci dice Mustaf Chihadi, accogliendoci in casa sua al mattino presto, prima del risveglio della figlia Touleen – ci alziamo, facciamo colazione, andiamo a lavorare… mandiamo i figli a scuola, ci preoccupiamo per loro”.In casa di Mustaf, c’è una vaschetta dei pesci, i panni stesi sul balcone, i cereali dentro i vasi di vetro in cucina… Nella sua cameretta, Touleen ha il poster delle principesse Disney (la sua preferita è Belle, ci confessa) e quando la mamma la pettina fa i capircci. “Siamo felici e soddisfatti della nostra vita, di ciò che facciamo – conclude Mustaf – proprio come voi Europei”. 

Alcuni ragazzi del centro di El Beddawi (foto di Andrea Tomasetto)
Alcuni ragazzi del centro di El Beddawi (foto di Andrea Tomasetto)

Nella parte "più brutta" del campo di El Bared: «Nei campi è come l'inferno. Ma ci siamo abituati»

  

“Uno dei problemi dei Campi è l’educazione”, dice Mahmood Jouma, direttore del centro di El Shemali, “ i giovani rischiano di restare senza i mezzi per crescere e migliorarsi, per costruirsi un futuro, e così vivono per strada, preda dei fondamentalisti”. “Molti giovani, dai 14 anni, cominciano a parlare di emigrare…” commenta Hisham Meiari, educatore Assumoud, “Mio fratello è andato in Norvegia! Io non sono andato via perché ho un lavoro qui, che mi piace, ma molti di quelli che provano a andare in Europa, sono quelli che non hanno studiato, non hanno una professione”. 

Leila, un’educatrice Assumoud ci accompagna nella parte “più brutta” del campo di El Bared (l’ultimo a subire un attacco da parte dell’esercito, nel 2007; ancora oggi si vedono i segni di quella distruzione) e quando passiamo vicino ad un topo morto in una piazzetta laterale esclama “è la vita, qua!”. A Samir, uno studente del corso di parrucchiere (“ma faccio anche musica e fotografia” tiene a precisare), chiediamo “com’è essere adolescenti e vivere in un campo profughi?”. Si confronta con i compagni di classe e ridendo risponde “It’s like hell!”. È come l’inferno. E come si sopravvive nell’inferno? “We got used to it… we got used!”. Ci siamo abituati. Riham, operatrice sociale (ha un Master in Economia aziendale) del centro El Beddawi, risponde a nome di tutti gli operatori Assumoud: “io potrei andare via dal Campo, ma resto qua per aiutare la gente, la mia comunità”.

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Libano, in un fazzoletto di terra tutto il Medio Oriente: dolore, speranze e contraddizioni
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