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martedì 13 novembre 2018
 
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Sfidare la vita perché non si conosce la morte

14/09/2018  Alberto Pellai consiglia ai genitori degli adolescenti di mostrare loro l'irreversibilità della morte. Di portarli ai funerali e nei cimiteri. Così che possano capire che non è quella irreale e senza conseguenze dei loro videogiochi

E’ pomeriggio e Igor, 14enne, sta davanti al suo computer a cercare online di tutto. Di più. Si imbatte in uno dei tanti video che racconta i molti modi pericolosi in cui si può vivere un’emozione forte, senza uscire da casa. Una sorta di sballo domestico, in cui ci si butta in azioni al limite della sopravvivenza, per provare sensazioni forti. Igor quelle emozioni forti le ha vissute dal vivo in bel altri contesti: è un rocciatore, figlio di un “climber” esperto dell’area milanese. Le emozioni dal vivo, nella sua giovane vita, non sono mancate come dimostra una bellissima – e ora a guardarla dolorosissima – fotografia che lo ritrae impegnato a scalare una roccia con mani e piedi come unico punto di presa sulla parete verticale su cui cerca appoggio.

Quel pomeriggio l’online propone a Igor qualcosa di molto pericoloso: si chiama blackout, o «gioco» del soffocamento”, una sorta di sfida con se stessi che consisterebbe in una specie di strangolamento volontario da spingere fino al limite della totale carenza di ossigeno, con possibile conseguente svenimento. Igor afferra una fune, che è solito usare in montagna, e segue le indicazioni del video stringendola come un cappio. Fino a svenire. Fino a morire.

Quello che in origine è sembrato il suicidio inspiegabile di un 14enne pieno di vita, qualche giorno dopo, analizzando le sue navigazioni online, ha portato a conclusioni ben differenti. La morte di Igor sembrerebbe dovuta al desiderio di imitare qualcosa che aveva dentro una serie di caratteristiche che ai preadolescenti piacciono molto: era trasgressiva, vietata, pericolosa, mostrata in rete come una sfida. Pericolosa e allettante allo stesso tempo.

Ora la Procura ha avviato le indagini. L’ipotesi di reato è “istigazione al suicidio” e si vorrebbe oscurare ogni sito che parla e propone “Blackout” come una delle tante cose che permettono di sballarsi e di sfidare il limite, stando comodamente seduti sulla poltrona di casa propria.

I genitori di Igor, hanno lanciato, via web un messaggio a tutti noi, mamme e papà, esortandoci in questo modo:  «Fate il più possibile per far capire ai vostri figli che possono sempre parlare con voi, qualunque stronzata gli venga in mente di fare devono saper trovare in voi una sponda, una guida che li aiuti a capire se e quali rischi non hanno valutato. Noi pensiamo di averlo sempre fatto con Igor, eppure non è bastato. Quindi cercate di fare ancora di più, perché tutti i ragazzi nella loro adolescenza saranno accompagnati dal senso di onnipotenza che se da una parte gli permette di affrontare il mondo, dall’altra può essere fatale».

Trovo giuste e sacrosante le parole del padre di Igor, ma aggiungerei: Aiutate i vostri figli a stare sempre ben saldi nella vita. Insegnategli ad avere rispetto della vita, la loro e quella degli altri. Ma educateli anche a comprendere profondamente e concretamente cos’è la morte. La morte per i nostri figli è spesso qualcosa di irreale, che può essere sfidata come succede nei videogiochi. L’ho detto e ridetto più volte: i nostri figli vedono morti finte dappertutto, la procurano e la sfidano in modo fittizio dentro a videogiochi nei quali stanno immersi per ore. E magari, non hanno mai partecipato a un funerale, non hanno mai visitato un cimitero.

Nell’illogica ed illusoria volontà di vederli sempre felici, abbiamo cresciuto  figli che magari hanno saputo che un nonno o uno zio non c’erano  più, a settimane di distanza dal funerale. Come a volerli proteggere da un dolore che invece è necessario integrare e mettersi dentro. Perché se non impari che la morte è separazione e dolore, che è irrimediabile e non la puoi “resettare” come succede in un videogame, allora la puoi trasformare in una specie di sfida per vedere fino a dove si può arrivare. In questi anni, abbiamo visto i nostri ragazzi morire per farsi un selfie con un treno ad alta velocità che arrivava alle loro spalle.

Li abbiamo visti morire, buttandosi dall’ultimo piano di un albergo in una microscopica piscina posizionata dieci piani più giù. E ogni volta che leggiamo queste notizie, a noi genitori ci si stringe il cuore e ci domandiamo cosa fare per aiutarli a non cadere più in questi irrimediabili errori. Il papà di Igor ci invita a far loro capire che possiamo parlare di tutto con loro. Io aggiungerei: non è solo una questione di parole. E’ anche una questione di valori, di stili di vita, di aderenza al principio di realtà, di costruzione di un modello di sé e di “sé con gli altri”  in cui vengono contemplate anche visioni interiori e spirituali della vita, che assegnano alle cose fondamentali del nostro essere  il giusto posto. E quindi il giusto valore. E questa cosa, rispetto al valore della vita e della morte, con i nostri figli nativi digitali, noi genitori del terzo millennio non la stiamo facendo bene, anzi a volte non la stiamo facendo per niente.

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15enne morto per un selfie, indaga la Procura di Monza
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