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lunedì 18 giugno 2018
 
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Il grande inganno delle accuse a Open Arms: non esistono acque SAR libiche

19/03/2018 

C’è voluto un anno e una martellante campagna – istituzionale, politica, mediatica – per raggiungere l’obiettivo. Togliere gli occhi che denunciano dal Mar Mediterraneo, allontanando le organizzazioni non governative impegnate nei salvataggi dei migranti partiti dalla Libia.

Il sequestro della nave Open Arms e l’avvio di indagini sull’operato umanitario, accusando i volontari di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento della migrazione clandestina, sono appena gli eventi visibili di un cambio radicale di strategia sulla frontiera marittima sud dell’Europa. Con una posizione del governo italiano quanto meno azzardata: affidare alla Libia la responsabilità dei salvataggi dei migranti in mare. Azione che vuol dire respingerli, rimandarli nell’inferno gestito dalle milizie e dai trafficanti, riconoscendo una milizia denunciata solo un mese fa dalle Nazioni Unite.

La nave Open Arms durante uno sbarco a Pozzallo e, sopra, operazioni in mare (Foto Reuters)
La nave Open Arms durante uno sbarco a Pozzallo e, sopra, operazioni in mare (Foto Reuters)

LE ACCUSE ALLA ONG OPEN ARMS

La chiave del cambiamento di posizione dell’Italia appare con chiarezza nella richiesta di emissione e convalida di sequestro preventivo firmata dal Pubblico ministero catanese Fabio Regolo - uno dei magistrati della Dda guidata dal Procuratore Carmelo Zuccaro - notificata domenica sera al capitano e alla team leader di Open Arms, la nave minacciata dai libici nel corso di un salvataggio, come raccontato nei giorni scorsi. Un provvedimento notificato subito dopo lo sbarco, con pesantissime accuse, che nei prossimi giorni dovranno essere vagliate dal GIP di Ragusa. Due gli elementi presentati in questa fase dal magistrato: i membri dell’equipaggio della nave responsabili della missione “decidevano arbitrariamente di continuare la ricerca e poi il soccorso degli eventi per i quali la Guardia Costiera Libica (le operazioni sono avvenute tutte in acque SAR libiche) aveva assunto il comando e quindi la responsabilità” e non sbarcavano i profughi salvati a Malta, chiedendo l’indicazione del Porto sicuro solo all’autorità italiana. C’è una terza accusa, quella di associazione per delinquere, che al momento non trova dettagliate fonti di prova, almeno nelle carte sottoposte a discovery in questa fase.

La Dda di Catania mette nero su bianco l’esistenza di “acque SAR libiche”, riprendendo quanto già affermato dalla Guardia costiera italiana nei giorni scorsi. La zona SAR è un’area di responsabilità per i salvataggi in mare ed è responsabilità degli stati dichiararne l’attivazione, come previsto dagli accordi internazionali.

COSA SONO LE ACQUE SAR E LA SITUAZIONE DELLA LIBIA

  

L’Organizzazione IMO – consultata da Famiglia Cristiana dopo il sequestro della Open Arms – spiega nel dettaglio come funziona la procedura che porta all’esistenza di una zona di soccorso: “Si tratta di un accordo concluso con altri Stati – scrive l’ufficio stampa dell’organismo internazionale indipendente che regolamenta la navigazione – e tale accordo dovrebbe essere presentato all’IMO per la disseminazione”. In sostanza, affinché possa esistere di fatto una zona SAR, lo Stato che si dichiara responsabile delle operazioni di salvataggio in una propria area di mare, deve inviare gli accordi che ha concluso all’Organizzazione marittima internazionale; nello specifico, i dati della SAR zone devono essere inseriti in un database, chiamato GISIS, in maniera tale che l’informazione sia pubblica e condivisibile. Questo passaggio fino ad oggi non è avvenuto: “La Libia non ha inviato le sue informazioni”, ha assicurato l’ufficio stampa IMO a Famiglia Cristiana. Per maggiore sicurezza abbiamo verificato direttamente sul database e la Libia non appare negli elenchi delle Autorità nazionali responsabili per le zone SAR e dei centri di coordinamento per i salvataggi. In altre parole una zona SAR libica non risulta negli atti ufficiali delle Organizzazioni internazionali.

Per chiarire questo punto – evidentemente estremamente delicato, trattandosi della base di una delle accuse rivolte alla Ong Open Arms – Famiglia Cristiana ha chiesto sabato scorso un chiarimento rispetto alla presunta esistenza di una SAR zone libica alla Guardia Costiera italiana, senza però ottenere risposta.

LIBIA E MIGRANTI, I DIRITTI UMANI IGNORATI

C’è una seconda questione delicata e importante sul tavolo. Riguarda l’affidabilità della Guardia Costiera libica, delegata dalle nostre autorità di salvataggio per il coordinamento dell’operazione in mare che ha visto la partecipazione della Ong Open Arms.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha firmato un rapporto durissimo sulla violazione dei diritti umani dei migranti in Libia, pubblicato il 12 febbraio 2018. Si legge: “La Missione Onu per la Libia (UNSMIL) ha visitato i centri di detenzione supervisionati dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale e osservato un grave sovraffollamento e condizioni igieniche terrificanti. I detenuti erano malnutriti e non avevano accesso all’assistenza medica”.

Ancora più duro il giudizio sulla Guardia Costiera di Tripoli, la stessa che si vede oggi affidare il coordinamento per i salvataggi in mare dall’Italia: “L'UNSMIL ha continuato a documentare la condotta violenta da parte della Guardia costiera libica nel corso di salvataggi e / o intercettazioni in mare. Per esempio, il 6 novembre 2017, i membri della Guardia Costiera hanno picchiato i migranti con una corda e hanno puntato le armi da fuoco nella loro direzione durante un'operazione in mare. UNSMIL ha documentato l’uso di forza letale eccessiva e illegale da parte dei funzionari del Dipartimento per Lotta alla migrazione illegale”. L’episodio citato del 6 novembre 2017 ha visto il coinvolgimento della motovedetta Ras Jadir 648, ovvero la stessa che ha minacciato con le armi gli operatori di Open Arms nel corso del salvataggio oggi contestato dalla Procura di Catania. Nel caso riportato dal Segretario Generale dell’Onu venne coinvolta la nave della Ong tedesca Sea Watch.

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