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«Il mio tesoro più prezioso? Uno zainetto nero e blu»

23/10/2014  Un modello di integrazione, oggi. Ieri, un passato di povertà e di tenacia. Anche quando le ruspe e gli insulti facevano tremare i suoi bambini

«Arrivata a Milano, ho scoperto che qui ci chiamavano nomadi». Corabia, rom romena di 46 anni, rivela subito un nostro paradosso linguistico: tra i rom e sinti che vivono in Italia, solo il 2-3% pratica il nomadismo, soprattutto famiglie di circensi e giostrai italiani. Con lei non c’entra niente: è cresciuta a Balcesti in Oltenia, la stessa regione rurale e povera della Romania meridionale dove sono nati anche i suoi genitori e gli undici tra fratelli e sorelle. Anche i suoi nonni sono di Balcesti, ma quello paterno Corabia non l’ha mai conosciuto. Nel 1944, i soldati vennero a prenderlo a casa, lo deportarono in un campo di concentramento e nessuno sa più dove è sepolto: è una delle vittime (tra 500mila e 1 milione) del Porrajmos, il genocidio di rom e sinti durante la Seconda guerra mondiale.

#migliorisipuò | Anche le parole possono uccidere


Corabia racconta la sua infanzia sotto il regime di Ceausescu: «Mio padre mungeva le mucche per la cooperativa del villaggio, mentre la mamma puliva i bidoni dove veniva raccolto il latte. Avevamo anche un maiale e delle galline; io sono andata a scuola solo due anni, poi ho dovuto badare ai fratelli più piccoli». Sembrano i racconti di tanti anziani cresciuti nelle cascine italiane: infatti, ancora oggi, il cibo tipico dei rom dell’Oltenia, insieme al sarmale di verze e carne, è la mamaliga, la polenta.

Quando Corabia sposò Sebastian, le cooperative erano fallite, le pensioni per i genitori non esistevano e la coppia provava a mantenersi coltivando peperoni e pomodori in un pezzo di terra vicino a casa. Fino al 2003, quando decisero di andare a cercare lavoro in Italia. Intanto era nato Valeriu, il loro primo figlio, e nel 2005 Fernando. A Milano, Corabia non ricorda in quante baraccopoli ha abitato, ma non dimentica la fatica di vivere in un posto in cui manca l’acqua, la corrente elettrica, tutto. Quando faceva freddo, i piccoli calzini appesi ad asciugare ghiacciavano. «E ne servivano due paia – spiega – uno dentro le scarpe, l’altro sopra, per non scivolare nel fango». In una tenda sotto il cavalcavia di Bacula, una sera Valeriu aveva nascosto un biscotto sotto il cuscino: «Voleva essere sicuro di avere qualcosa per la colazione, ma di notte arrivò un topo enorme per prenderlo. Morse tre dita di Fernando, che stava dormendo in braccio a me, mi ricordo il bambino sporco di sangue». Per comprare quel biscotto, Corabia di giorno chiedeva l’elemosina: «Non è bello, senti dire cose brutte, a volte parolacce: vai a lavorare! Perché non pulisci il bambino? Avevano ragione, ma dove lo potevo lavare? Io avrei voluto un lavoro, ma dove? Spesso piangevo di nascosto, senza farmi vedere dai miei figli». C’era anche chi aveva una parola buona. Corabia si ricorda le loro facce: «C’era un macellaio che mi portava sempre della carne avanzata e quei giorni diventavano di festa. Poi una signora della parrocchia vicina, mi accompagnò in ospedale per l’operazione di appendicite». Proprio allora suo marito firmò finalmente un contratto, accompagnato da un pratica diffusa nelle cooperative edili milanesi: nello stesso momento, si è obbligati a firmare anche un foglio in bianco senza data. È la lettera di dimissioni. Dopo 7 mesi, finito il cantiere, il capo rispolvera dal cassetto il foglio firmato aggiungendo la data: Sebastian perde il lavoro.

Nel 2008, Valeriu spense le sei candeline: all’asilo non era potuto andare perché all’epoca il Comune lo vietava ai non residenti, ma a scuola sì, ora poteva andare. «Lo iscrisse un amico della Comunità di Sant’Egidio, che veniva al campo a trovarci». Corabia si ricorda il primo giorno di scuola: «Era tutto fiero del suo zainetto blu e nero; io tremavo impaurita che non si trovasse bene con i compagni, ma sapevo che la strada era giusta». Due mesi dopo, iniziò la stagione in cui Milano divenne una Sgomberopoli: dal 2008 al 2011, l’amministrazione si vantò di aver raggiunto il traguardo dei 500 sgomberi. Milioni di euro spesi per costringere alcune centinaia di rom a un assurdo “gioco dell’oca” tra le aree abbandonate della città. Per questo, Valeriu ha cambiato quattro scuole in due anni. Hanno provato a cacciare la sua famiglia per 18 volte, mandandoli a dormire sotto un ponte, su una panca, in un bosco. «Quando vedeva un vigile avvicinarsi – racconta la mamma – si faceva la pipì addosso. Di notte si svegliava urlando, aveva paura dei denti grossi dei cani della polizia visti durante gli sgomberi». Oggi, a distanza di anni, Valeriu ha l’insegnante di sostegno a scuola perché un neuropsichiatrica dell’Asl ha accertato un «disturbo dell’apprendimento e delle emozioni, dovuto alla storia di emigrazione».

Corabia non si è mai arresa: ha insistito a mandar sempre il figlio a scuola. Anche quando le ruspe distruggevano tutto, lei salvava sempre lo zaino blu e nero. Nel 2010, arriva la svolta: «La Comunità di Sant’Egidio – racconta – ha trovato una casa per la mia famiglia in un paese fuori Milano. Era tutto una novità: non avevo mai usato i fornelli a gas, non sapevo come accendere lo scaldabagno. I bambini volevano farsi la doccia due volte al giorno, vedere la tv, che non avevano mai visto, fino a tardi». Con alcuni vicini, soprattutto i bambini, fecero subito amicizia, mentre altri mostrarono un po’ di diffidenza. La signora che abitava al piano di sotto scrisse addirittura al sindaco: «Ci disturbano perché tengono sempre i rubinetti aperti», accusò. Fu interessata anche l’assistente sociale, ma poi si scoprì che il rumore era causato da una perdita condominiale e Corabia non aveva nessuna colpa.

Un’altra volta Valeriu tornò a casa e raccontò che non voleva più andare a scuola. Il suo compagno Emilio gli aveva detto che era uno «zingaro ladro». Due parole urlate in faccia stavano riuscendo dove avevano fallito le ruspe. Anche questa volta Corabia non si è arresa: è andata a parlare con la mamma di Emilio, inizialmente il bambino ha negato, ma poi ha ammesso scusandosi con Valeriu. Ora la vita di Corabia è un modello di integrazione: i due figli, dopo la scuola, vanno a calcio e a catechismo con gli amici; il marito lavora nei cantieri e lei, due volte alla settimana, va a stirare nelle case di due signore del paese. Il lunedì mattina fa da volontaria le pulizie in parrocchia, mentre il mercoledì e il giovedì frequenta il corso di italiano. Da alcuni mesi, viene con lei anche la signora Anna, un’anziana ottantenne del paese: l’assistente sociale le ha chiesto aiuto per farla uscire di casa ogni tanto. «Lo faccio – racconta Corabia – gratuitamente e molto volentieri. È come una catena: quando io avevo bisogno, la Comunità di Sant’Egidio mi ha aiutato, ora tocca a me». Del resto, aggiunge, «Sant’Egidio è la mia famiglia, ci hanno dato la casa salvando i nostri bambini e restituendoci la possibilità di sognare». Infine, Corabia ci tiene a farmi vedere una scatola dove conserva i ricordi più importanti. La apro e ne vedo il contenuto: una foto del padre, una gonna della madre, la bandana indossata al suo matrimonio, il primo quaderno di Valeriu, uno zainetto blu e nero.

 
 
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