Nel 2017 hanno rappresentato il 2,2 per cento del Prodotto interno lordo dell'intero pianeta, qualcosa come 230 dollari a testa. Dopo aver segnato per un certo tempo il passo (così, almeno, tra il 2012 e il 2016, periodo in cui sono state sostanzialmente costanti), l'anno scorso le spese militari hanno registrato una nuova impennata: 1.739 miliardi di dollari, l'1,1 per cento in più rispetto al 2016. I dati sono stati forniti dall'Istituto onternazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace (Sipri) che mercoledì 2 maggio ha presentato il suo ultimo rapporto.

Il risultato complessivo è frutto in particolar modo dell'aumento delle spese militari dell’area Mediorientale, al netto di Siria, Yemen, Qatar e Emirati Arabi, che non forniscono dati ufficiali.(l'area ha compiuto un balzo in avanti del 6,2 per cento in tutto, l'Arabia Saudita - da sola - ha stanziato 69,4 miliardi di dollari) e del continuo incremento del budget per la difesa deciso da Cina e India. Un aumento che avviene nonostante il drastico taglio delle spese militari della Russia (- 20%) e una stasi in quelle degli Stati Uniti che, comunque, con una spesa complessiva pari a 610 miliardi di dollari, guidano la classifica di chi rifornisce i propri arsenali seguiti da Cina (228 miliardi di dollari), Arabia Saudita (69,4) Russia (66,3), India (63,9) , Francia (57,8), Regno Unito (47,2), Giappone (45,4), Germania (44,3) e Corea del Sud (39,2). L'Italia figura al dodicesimo posto, con uhna spesa pari a 29,2 miliardi di dollari), dopo il Brasile (29,3 miliardi) e prima dell'Australia (27,5 miliardi di dollari). 

Il Sipri è un Centro di ricerca nato nel 1966, in parte finanziato dal Governo svedese, che si occupa di sicurezza globale, controllo delle armi e disarmo.