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sabato 24 agosto 2019
 
Chiesa
 

Il prete americano che traduce il papa in latino

30/03/2015  E’ un sacerdote americano, Daniel Gallagher, 45 anni, l’uomo che confeziona i tweet del Pontefice nella lingua di Cicerone. E ha 335mila followers. Perché il latino, dice, è tutt’altro che lingua morta. Ecco perchè.

Sono sette e sono gli unici al mondo. E anche il loro ufficio è altrettanto eccezionale, anzi esclusivo. In nessuna altra Cancelleria, in nessun altra sede della Repubblica o dimora di sovrani c’è un “Ufficio di lettere latine”, dove gli impiegati parlano tra loro in latino. Accade solo nella Segreteria di Stato in Vaticano. I sette magnifici sono sacerdoti: tre polacchi, due italiani, uno spagnolo e un americano. Li dirige padre Daniel Gallagher, 45 anni, americano del Michigan, che parla e soprattutto pensa in latino, come i suoi colleghi. Fa un certo effetto sentirlo mentre ragiona del disastro aereo della Germanwings: “Casus aeronavis factus est in franco Gallia, dictum est discesum gradatim fuisse et ianua capsae erat clausa cum clave”. Ma è così tutti i giorni su nella Terza Loggia del palazzo Apostolico dove una manciata di sacerdoti tiene viva una lingua che tutti dicono morta.

Padre Daniel e i suoi scrivono e traducono i documenti in latino e poi i tweet di papa Francesco, ma lui adesso ha anche tradotto “Diario di una schiappa”, il libro per ragazzi di Jeff Kinney, che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, la cui edizion in latino verrà presentata a Bologna la prossima settimana. Il titolo è “Commentarii de inepto puero”. Eppure non sono solo eccellenti traduttori e quando si definisce il latino una lingua morta Gallagher un poco s’adombra: “Sarebbe morta se noi non ci fossimo e se non ci fosse la Chiesa cattolica”. Non si può dire che non abbia ragione e quando lo spiega diventa irresistibile. Il suo maestro padre Reginals Foster, un carmelitano del Wisconsin che per 40 anni è stato il principe dei latinisti in Vaticano, quando gli lasciò il posto nel 2009 raccomandava sempre di far rivivere il latino ogni giorno: “Ci ha abituati a parlare e a pensare in latino traendo dall’ampio tesoro dei testi classici e cristiani parole, regole, strutture e quando non le trovavamo allora si poteva inventare”. Dice che una lingua deve acquisire “humanitas” e che non è vero che il latino è una “lingua sacra”, cioè “immutabile”: “E’ sacra perché la parlava la gente e non perché Dio l’ha fatta cadere dal cielo in una scatola. Piuttosto siamo noi ad averla sacralizzata nei secoli”.

Gallagher disinnesca polemiche e sbaraglia scontri tra progressisti e tradizionalisti: “Era solo una lingua franca e averla sacralizzata è stata un grande errore”. Eppure è la lingua ufficiale della Chiesa. Qui il latinista del Michigan s’illumina: “E sa perché? Perché la Chiesa non è di nessuno, non è di Barnaba, non è di Pietro, e il latino rappresenta l’essenza dell’universalità, il latino non è la madre lingua di alcuno”. La sua preoccupazione è tenerla viva, anche se oggi nella Chiesa la pratica del latino si assottiglia sempre di più. In tutto il mondo sono cinque mila le persone che lo parlano correntemente. Tutti preti? Gallagher scoppia a ridere: “Vuole scherzare? I preti non sono più di duecento, i vescovi e i cardinali pochissimi. Il più bravo? Papa Benedetto, conversatore amabile e perfetto”. E Papa Francesco? “E’ una leggenda che non gli piaccia, anzi lo conosce benissimo e corregge anche, ma lo parla poco”. Benedetto XVI in latino fece la rinuncia al ministero petrino e commise un errore sul quale ancora oggi c’è chi s’accapiglia, giustificando con quell’errore l’invalidità della sua decisione e quindi la successiva elezione di Bergoglio. Gallangher sorride e spiega: “Ha sbagliato una concordanza del dativo “declaro me ministerio…commissum rinuntiare”, mentre doveva dire commisso, errore da matita rossa e non blu, capita anche ai grandi”.

E il profilo twitter di papa Francesco in latino è più seguito di quello dell’arabo, del polacco e del tedesco con quasi 335 mila followers e sta insidiando il francese. Gallagher ammette che per molti può essere una scelta un po’ snob, ma poi diventa serio: “Abbiamo riscontri da tutto il mondo che molti docenti di latino delle scuole li utilizzano per ragioni didattiche. Costruire una frase di 140 caratteri è un bel esercizio. Anche per noi”. In realtà più che un esercizio è una sfida, perché prima bisogna scegliere quale sintassi e struttura linguistica utilizzare. Padre Gallagher adesso s’appassiona: “Il latino non è tutto uguale e noi possiamo utilizzare il latino di Cicerone o quello di Virgilio, oppure il latino di Plauto o Terenzio, più popolare e più adatto alle frasi brevi, oppure quello più legalistico. Per i tweet ci ispiriamo a Terenzio, qualche volta rubiamo da Marziale i cui epigrammi erano al suo tempo tweet efficacissimi”.

Se devono inventare perifrasi, e con papa Francesco il cimento è quotidiano, non si sottraggono: “Un mattino ci arriva la frase ‘non esiste un cristianesimo low cost’, cioè a basso prezzo. Impegnativa. Ce la siamo cavata con ‘nulla pretii parvi cristiana reperitur religio’, dove reperitur sta per immaginarsi e quindi la religione cristiana non si può immaginare per nulla a poco prezzo”. E prima o poi toccherà anche a “mafiarsi”, a “giocattolizzare la religione” e alla corruzione che “spuzza”. Tutto sta a decidere, osserva Gallangher, “se intendiamo inventare una parola oppure se scegliere una frase più ampia, per, mi lasci dire, farci intendere anche da Cicerone”. Non scherza Gallagher: “Per esempio se dobbiamo tradurre in latino telefono possiamo inventare ‘telephonum’ oppure, per farci capire da Cicerone possiamo dire instrumentum cum aliis colloquiendis a longinque, cioè strumento per parlare con quelli che non stanno di fronte a te”. E’la passione che governa i magnifici sette dell’ “Ufficio lettere latine” e Gallagher ammette che “ci divertiamo molto anche a sperimentare”. Papa Francesco con la sua lingua ricca di neologismi aiuta, ma la partita con il latino non si chiude mai, anche se in Vaticano si tende ad attenuare l’impatto

Padre Gallagher racconta che anni fa il primo bancomat aperto allo Ior aveva la schermata iniziale solo in latino, poi sono arrivate le traduzioni nelle altre lingue: “Quasi nessuno capiva, ma tutti ugualmente inserivano la tessera. Era scritto ‘Inserito’, che è imperativo legale e non ‘insere’ che sarebbe stato più normale e poi scidulam, quaeso (per favore), ut faciundam conosca rationem’, cioè inserisci la scheda affinché possa conoscere quello che vuoi fare e poi si poteva digitare prelievo o altre operazioni. Ci furono contestazioni, perché, orrore orrore, avevamo preso in prestito da Plauto il ‘faciundam’, linguaggio parlato popolare, rispetto al più latinically correct dunque ciceroniano ‘faciendam’”. Eccome si divertono.

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