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domenica 22 settembre 2019
 
Il vescovo Austriaco
 

Il Vangelo non tollera una nuova Cortina di ferro

09/05/2016  Ägidius Zsifkovics ha detto no alla barriera che il governo voleva costruire per impedire l'accesso ai profughi dall'Ungheria: «Lo affermo con ogni fibra del mio corpo: è impossibile accettare altri recinti nel ventunesimo secolo»

«Non posso per motivi di coscienza. Con ogni fibra del mio corpo affermo che è impossibile accettare che nel ventunesimo secolo si possano costruire dei recinti». Con queste parole il vescovo di Eisenstadt, Ägidius Zsifkovics, spiega l’obiezione di coscienza di fronte alla decisione del Governo austriaco di erigere nove chilometri di muro a Moschendorf per bloccare i profughi in arrivo dall’Ungheria. La recinzione doveva passare su due terreni di proprietà della Diocesi: il monsignor ha vietato alle ruspe di entrarci, opponendo un “nein” – pacato ma deciso – alla richiesta della direzione della polizia. Zsifkovics, che è il coordinatore in tema di profughi delle Conferenze episcopali accreditate all’Ue, spiega a Famiglia Cristiana perché secondo lui questo è il modo di mettere in pratica i valori cristiani nell’Europa del 2016.

Perché si è opposto?

«Recintare le frontiere contraddice sia il Vangelo, sia l’inequivocabile appello all’Europa di Papa Francesco. Per la nostra Diocesi è particolarmente vero: per decenni abbiamo vissuto nell’oscurità della Cortina di ferro. Negli ultimi mesi abbiamo fatto di tutto per aprire le porte a chi aveva bisogno, ospitando un altissimo numero di profughi nelle nostre parrocchie. Non si tratta solo di un tetto per le loro teste, ma di restituire dignità con cuori aperti. Costruire il muro sarebbe un’inaccettabile negazione della nostra pratica cristiana».

Perché ha parlato di “problema di coscienza”?

«Da un lato per ciò che è chiaramente detto nel Vangelo, in cui Gesù dà l’esempio del Buon Samaritano, capace di essere misericordioso. Dall’altro lato, mi ha profondamente segnato l’incontro personale con uomini, donne e bambini, accolti in diverse case della Diocesi e anche nel Palazzo vescovile. Nove chilometri di muro sul confine austro-ungarico non impedirebbero di fuggire dal terrore, dalla persecuzione e dalla morte a nessuno dei profughi con cui ho parlato mentre erano ospiti in casa mia: né al giovane siriano che ha nuotato per più di sei ore in acque agitate, né alla madre che ha partorito su una carretta del mare. Ecco perché, finché sarò vescovo di Eisenstadt, non permetterò allo Stato di far passare la recinzione sulla proprietà della Chiesa. Muri e barriere sono solo feticci per società timide e deboli, non vere soluzioni».

Che reazioni ci sono state dai fedeli della Diocesi?

«C’è stata un’ampia gamma di risposte, da maledizioni violente a lettere piene di gratitudine e appoggio. I rimandi più astiosi sono arrivati da cattolici che rivendicavano esplicitamente il loro “essere cattolici” nello stesso momento in cui utilizzavano argomentazioni chiaramente non cristiane. Ma ci sono state anche voci molto diverse, come un cittadino austriaco che aveva lasciato la Chiesa da diversi anni: mi ha scritto una lettera ringraziandomi “in nome dell’umanità”. Capisco le preoccupazioni della gente, ma la reazione dei cristiani non può essere un muro, piuttosto proposte più sobrie e oneste che derivino da una seria analisi delle radici della crisi. E che significa: fermare la guerra e la destabilizzazione in Medio Oriente, arrestare il traffico internazionale di esseri umani, smettere di vendere armi europee in Medio Oriente, fermare lo scandaloso sfruttamento dei terreni e delle materie prime commesso dalle aziende europee in Africa. E mettere in discussione il nostro modo di vivere egoista che è corresponsabile – ci piaccia o non ci piaccia – dell’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta».

Che rischi corre l’Europa?

«Sono cresciuto a Güssing, sperimentando le umiliazioni della Cortina di ferro, che ho oltrepassato insieme a mio nonno. L’Unione europea, nata come risposta alla guerra e alla separazione, è oggi in grande pericolo, con Stati che agiscono secondo spinte nazionalistiche anziché di solidarietà. I singoli europei, gli Stati e le istituzioni, sono fortemente interrogati dai valori umanistici e cristiani; la cosiddetta “crisi dei rifugiati” rivela una profonda crisi morale del continente e delle sue società. La domanda è: esiste ancora un fuoco carico di questi valori che brucia nelle nostre viscere, oppure ci limitiamo a crogiolarci nella cenere di un glorioso passato? Con le parole di Francesco: sarà l’Europa, la vecchia “nonna”, capace di essere ancora giovane madre, forte abbastanza per dare vita ai figli e a un futuro rigoglioso? Se dimentichiamo la “xenofilia” classica e la carità biblica, ridurremo l’Europa a un brutale mercato neoliberista e i leader europei a componenti di un club di necrofili in un deserto culturale. Perciò, in questo scenario, la Chiesa non solo ha il dovere di parlare, ma anche di agire. È quello che ha fatto il Papa a Lesbo, divenendo, in un momento di polarizzazione e disorientamento, la vera coscienza dell’Europa».

Si farà il muro a Moschendorf?

«Pare di sì e sarà supportato dalla polizia e dalle guardie di frontiera. Di sicuro però avrà una fessura in corrispondenza dei terreni della Diocesi. Mi auguro che questo buco diventi in Europa uno dei tanti simboli di un cristianesimo reattivo, esemplificando la risposta cristiana in un mondo lacerato dall’egoismo, dall’avidità e dai conflitti. Sarà una fessura di speranza».

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