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L’arte di arrangiarsi premia i volonterosi ma non il Paese. Lo scrive sul proprio blog Luciano Monti, professore di politica economica europea alla Luiss, ragionando sul digital divide italiano, quel divario, che è anche un ritardo (nei confronti di altri Paesi), tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell'informazione (in particolare personal computer e Internet) e chi ne è escluso. Il professor Monti (che abbiamo anche intervistato sul No. 1 di Famiglia Cristiana edizione cartacea), parla di "arrangiarsi" e non a caso: perché nonostante in Italia esistano ancora tante, troppe, "aree bianche", cioè zone dove il web non è ancora arrivato e neppure esistono programmi di sviluppo del territorio per portarcelo, gli italiani di queste zone si danno da fare - si "arrangiano", appunto - per superare il gap tecnologico che altri, istituzioni e amministratori politici di quei territori dovrebbero colmare. E dunque si attrezzano con ponti radio, satelliti e quant'altro per avere, nonostante tutto, Internet in casa. E questo permette loro di essere assolutamente "digitalizzati", di acquistare online, di navigare, di studiare, di informarsi. E che non si dica, dunque, che siamo un popolo di "analfabeti" digitali: la Rete la raggiungiamo in qualche modo, sappiamo usarla, sapremmo anche farla fruttare. Non abbiamo bisogno di andare a "scuola digitale": che ci portino le "autostrade", la connessione, dappertutto, anche nei posti più sperduti e e lontani.
Allora perché l'arte di arrangiarsi premia i volenterosi e non il Paese? Perché l’Unione Europea ha stanziato contributi per la digitalizzazione del territorio italiano nel periodo 2014-2020 pari a oltre 2,1 miliardi di euro, ai quali sono da aggiungere altrettanti miliardi di finanziamento nazionale e fondi nazionali per lo sviluppo. La somma complessiva supera dunque i 4 miliardi di euro. «Tali somme», spiega il professor Luciano Monti, «sono però tutte destinate alla introduzione della banda ultra larga e non invece a colmare il digital divide tra le aree del Paese, cioè tra le aree dove la maggioranza della popolazione può contare su una efficiente rete di comunicazione e quelle invece dove oltre il 20% della popolazione non può accedere a nessun servizio. La Commissione europea stigmatizza queste aree come “quei territori in cui non è presente la banda larga e non è nemmeno prevista la sua introduzione da parte di investitori privati”. Aree nelle quali, generalmente, la correlazione tra maggiori tassi di disoccupazione e digital divide è evidente, in particolare al nord e al centro».
Tuttavia, in queste aree il tasso di alfabetizzazione digitale è molto elevato, generalmente superiore alla media non solo della regione di appartenenza, ma addirittura della media nazionale. E questo la dice lunga, per esempio, sulle enormi potenzialità che noi, "noi" inteso come sistema Paese, potremmo avere se invece di portare 100 megabite di Internet a Milano o a Torino, per fare solo due esempi di grandi città, si pensasse anche a raggiungere le "aree bianche", le più dimenticate dal web, con una connessione diciamo "normale", che colmi il reale digital divide che queste zone hanno rispetto alle aree più tecnologiche italiane ed europee, e che consentirebbe, per esempio, ai ragazzi di queste parti d'Italia di sfruttare moderni sistemi di collocamento professionale, di recruting, che sono "visibili" solo online, come alcune nuove opportunità imprenditoriali pensate in particolare per i giovani. Sganciando quindi il pieno utilizzo di Internet da un'arte di arrangiarsi tipicamente italiana, ma inserendo il web in un discorso di sviluppo economico complessivo. E' questo, crediamo, che dovrebbe fare subito l'Agenda digitale e anche il dicastero dello Sviluppo economico del quale è responsabili il ministro Federica Guidi.
Un altro studio al quale ha collaborato il docente della Luiss, infatti, ha dimostrato che i Paesi che hanno una Pubblica Amministrazione maggiormente digitalizzata e in connessione diretta con i cittadini hanno registrato nel 2013 un PIL migliore di quelli in fondo alla graduatoria. Tra i primi Regno Unito (PIL +1,7), Svezia (+1,6), Germania (+0,4). Tra gli ultimi Spagna (-1,2), Portogallo (-1,4) e Italia (-1,9). L’utilizzo delle piattaforme di e-government da parte dei cittadini italiani è passato dal 20% nel 2008 al 21% nel 2013, mentre in Svezia dal 59% nel 2008 al 78% nel 2013. La media europea dal 35% nel 2008 al 41% nel 2013 (i dati sono di Eurostat). «In conclusione», osserva ancora Luciano Monti, «arrangiarsi è buona cosa, ma purtroppo non basta e se lo Stato non fa la sua parte il ritardo digitale sarà l’ennesima zavorra a frenare la crescita, o meglio, la ricrescita del nostro Paese secondo i nuovi paradigmi dell’economia di Rete».
Allora perché l'arte di arrangiarsi premia i volenterosi e non il Paese? Perché l’Unione Europea ha stanziato contributi per la digitalizzazione del territorio italiano nel periodo 2014-2020 pari a oltre 2,1 miliardi di euro, ai quali sono da aggiungere altrettanti miliardi di finanziamento nazionale e fondi nazionali per lo sviluppo. La somma complessiva supera dunque i 4 miliardi di euro. «Tali somme», spiega il professor Luciano Monti, «sono però tutte destinate alla introduzione della banda ultra larga e non invece a colmare il digital divide tra le aree del Paese, cioè tra le aree dove la maggioranza della popolazione può contare su una efficiente rete di comunicazione e quelle invece dove oltre il 20% della popolazione non può accedere a nessun servizio. La Commissione europea stigmatizza queste aree come “quei territori in cui non è presente la banda larga e non è nemmeno prevista la sua introduzione da parte di investitori privati”. Aree nelle quali, generalmente, la correlazione tra maggiori tassi di disoccupazione e digital divide è evidente, in particolare al nord e al centro».
Tuttavia, in queste aree il tasso di alfabetizzazione digitale è molto elevato, generalmente superiore alla media non solo della regione di appartenenza, ma addirittura della media nazionale. E questo la dice lunga, per esempio, sulle enormi potenzialità che noi, "noi" inteso come sistema Paese, potremmo avere se invece di portare 100 megabite di Internet a Milano o a Torino, per fare solo due esempi di grandi città, si pensasse anche a raggiungere le "aree bianche", le più dimenticate dal web, con una connessione diciamo "normale", che colmi il reale digital divide che queste zone hanno rispetto alle aree più tecnologiche italiane ed europee, e che consentirebbe, per esempio, ai ragazzi di queste parti d'Italia di sfruttare moderni sistemi di collocamento professionale, di recruting, che sono "visibili" solo online, come alcune nuove opportunità imprenditoriali pensate in particolare per i giovani. Sganciando quindi il pieno utilizzo di Internet da un'arte di arrangiarsi tipicamente italiana, ma inserendo il web in un discorso di sviluppo economico complessivo. E' questo, crediamo, che dovrebbe fare subito l'Agenda digitale e anche il dicastero dello Sviluppo economico del quale è responsabili il ministro Federica Guidi.
Un altro studio al quale ha collaborato il docente della Luiss, infatti, ha dimostrato che i Paesi che hanno una Pubblica Amministrazione maggiormente digitalizzata e in connessione diretta con i cittadini hanno registrato nel 2013 un PIL migliore di quelli in fondo alla graduatoria. Tra i primi Regno Unito (PIL +1,7), Svezia (+1,6), Germania (+0,4). Tra gli ultimi Spagna (-1,2), Portogallo (-1,4) e Italia (-1,9). L’utilizzo delle piattaforme di e-government da parte dei cittadini italiani è passato dal 20% nel 2008 al 21% nel 2013, mentre in Svezia dal 59% nel 2008 al 78% nel 2013. La media europea dal 35% nel 2008 al 41% nel 2013 (i dati sono di Eurostat). «In conclusione», osserva ancora Luciano Monti, «arrangiarsi è buona cosa, ma purtroppo non basta e se lo Stato non fa la sua parte il ritardo digitale sarà l’ennesima zavorra a frenare la crescita, o meglio, la ricrescita del nostro Paese secondo i nuovi paradigmi dell’economia di Rete».




