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martedì 19 marzo 2019
 
 

Libertà educativa: l'Italia si piazza al 47mo posto

21/01/2016  Tra Messico e Indonesia. È questa la “fotografia” della situazione scolastica mondiale (e della possibilità, per tutti i bambini e le loro famiglie, di accedere in piena libertà all’istruzione primaria) scattata dalla Fondazione Novae Terrae e da Oidel.

Fondazione Novae Terrae e da Oidel, ong che vantano uno status consultivo nei confronti dell’Unesco e del Consiglio d’Europa, dal 2013 elaborano (sulla base di un’approfondita indagine compiuta in 136 diversi paesi del mondo), l‘Indice mondiale della libertà educativa (http://www.novaeterrae.eu/elenco-di-pubblicazioni/848-freedom-of-education-index-research-2.html). Sulla base di 4 diversi indicatori (l’esistenza di una legislazione nazionale che ammette la creazione di scuole indipendenti o non pubbliche; la percentuale di aiuti finanziari garantiti alle scuole indipendenti per assicurare a tutti i cittadini la libertà di scelta educativa; il tasso di scolarizzazione primaria e la percentuale di questo tasso realizzata dalle scuole indipendenti), l’indice è un valore da 0 a 100 che rappresenta il tasso di libertà educativa raggiunto in ogni paese.

Le sorprese che emergono dal rapporto non sono poche: tra i primi cinque paesi (con un tasso superiore a 80) ci sono Irlanda (al primo posto, con un indice di 98,73), Olanda, Belgio, Malta e Danimarca. Ancora basso l’indice italiano che, come si accennava, si trova al 47mo posto; a pesare sul voto finale elaborato dagli osservatori c’è, in particolare, l’indicatore relativo ai finanziamenti: la spesa pubblica per l’istruzione in generale si trova al 4,1% sul Pil, la percentuale di investimento a sostegno di scuole indipendenti è giudicata “bassa e scarsamente definita”. Oltre al fatto che, come in altri paesi del meridione d’Europa “esiste ancora un dibattito politico sui finanziamenti alle scuole indipendenti a causa della presenza di scuole di area cattolica. Nei paesi del Nord Europa questo dibattito politico/religioso è praticamente inesistente”. Lo scopo del rapporto non è peraltro quello di stabilire una “classifica” tra paesi ma di consentire a ciascuno Stato di effettuare una valutazione sulla propria situazione in rapporto agli standard mondiali. Nel mondo, soltanto tre Paesi vietano esplicitamente la libertà educativa, proibendo per legge la creazione di scuole indipendenti: si tratta di Gambia, Libia e Cuba (che si ritrovano, insieme ad Arabia Saudita e Afghanistan, agli ultimi posti per tasso di libertà d’istruzione). Di 136 Stati mondiali, ben 84 richiamano addirittura nella propria Costituzione il concetto di “libertà educativa”.

Ma tra il dire e il fare, recita il vecchio adagio, c’è ancora molta differenza: su 73 Paesi che dichiarano di sostenere finanziariamente e di rendere effettivo lo statuto di libertà, il 43% non chiarisce in che modo e in che misura. Di fatto, dunque, solo il 30% dei Paesi mondiali sostiene “in modo consistente” la libertà e l’accesso dei bambini alla scuola che preferiscono. Il sostegno economico pubblico alle scuole indipendenti è misurato secondo diversi gradi. Si va dalle spese vive per il funzionamento della struttura (ad es. la copertura delle spese di pulizia dei locali, luce, riscaldamento), al pagamento dei salari degli insegnanti, fino alla messa a disposizione o investimento per gli edifici. Pertanto, conclude il rapporto, molti Paesi nel mondo sono ancora lontani dal rendere effettivo questo diritto.

A parte l’ottimo posizionamento dei Paesi Nord Europei e Anglosassoni, in buone posizioni si trovano anche Cile, Perù e Corea del Sud. Ed è in crescita il fenomeno della home-schooling (è aumentato ovunque salvo in Africa e nei Paesi Arabi), cosa che può essere interpretata, spiega il Rapporto, “come l’emergere di una certa inadeguatezza della scuola pubblica rispetto ai bisogni della popolazione, attraverso un fallimento del modello educativo formale”. Non a caso, l’home-schooling è stato recentemente vietato in modo esplicito in Spagna, in Nicaragua, in Svezia e anche la Germania lo avversa vigorosamente. Ma il fenomeno, dicono gli esperti, potrebbe essere letto anche in modo positivo, come una forma di fiducia dello Stato nei confronti delle famiglie e della società civile. Essendo l’istruzione, prima di tutto, un diritto umano fondamentale, il Rapporto conclude ricordando che è dovere di ciascuno Stato garantire a tutti i bambini, senza discriminazioni, l’accesso gratuito a una scuola di qualità.

Un concetto di istruzione accettabile non può essere realizzato, raccomandano gli esperti, senza l’esistenza di un pluralismo di progetti educativi a cui collaborino le istituzioni pubbliche e le organizzazioni della società civile. In nessun caso, raccomanda l’Unesco, gli Stati dovrebbero avere un atteggiamento ostile o di sfiducia verso i propri partner nel cammino verso la libertà educativa: “La diversità culturale non solo esiste ma tende a espandersi: gli Stati devono trovare il modo di forgiare la propria unità nazionale sulla base di queste diversità”. Il pluralismo dei progetti è indispensabile per recuperare il senso dell’educazione.

 
 
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