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L'infallibilità? Non sempre e non per tutto: ecco cos'è

11/03/2016  Non vale ogni volta che il Papa parla affacciandosi alla finestra o per le udienze del mercoledì. Neppure per le encicliche. Partendo da ciò che afferma il Catechismo della Chiesa cattolica, nel 2008 monsignor Cosmo Ruppi ne spiegava genesi e modalità su Famiglia Cristiana in un intervento che ripubblichiamo integralmente.

La domanda sull’infallibilità del Papa è frequente anche da parte dei cristiani: è infallibile quando parla dalla finestra o nelle udienze del mercoledì? È infallibile quando scrive le encicliche, quando parla alla gente a Roma o nei suoi viaggi apostolici? La risposta è semplice: il Papa è infallibile quando, come pastore universale della Chiesa, con «un atto definitivo proclama una dottrina riguardante la fede o la morale».

Sul problema dell’infallibilità del Papa si era già soffermato il concilio ecumenico Vaticano I, interrotto nel 1870 a seguito dell’occupazione di Roma da parte delle truppe piemontesi. Il vescovo non è infallibile, sbaglia, non gode affatto della dote dell’infallibilità. Anche il Papa non è infallibile quando parla o quando scrive, ma solo quando emette una definizione dogmatica su una verità di fede, come ha fatto Pio XII nel 1950 quando ha definito la verità (il dogma) dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. Dopo di lui, nessun Papa ha fatto definizioni infallibili,perché non hanno avuto alcuna verità da ribadire come verità di fede.

Il Papa,dunque, è infallibile solo quando, come maestro supremo, propone una verità da credere come rivelata da Dio, come insegnamento stabilito da Cristo. È infallibile, perché Cristo ha garantito tale infallibilità attraverso il dono dello Spirito Paraclito, con l’unico scopo di tutelare, proteggere la Chiesa dagli errori e dai pericoli.Tale compito è stato affidato soprattutto a Pietro e ai suoi successori, chiamati a «confermare i fratelli nella fede» (Luca 22,32), ma– come dice il concilio Vaticano II – tale infallibilità«risiede pure nel corpo episcopale,quando esercita il supremo magistero col successore di Pietro» (Lumen gentium, 25).Alla definizione dogmatica pronunciata dal Papa o dal collegio dei vescovi, unito a lui, si deve l’ossequio della fede, perché si tratta di una verità da credere: tocca il deposito divino della fede cristiana. Il Concilio dice che alle definizioni dogmatiche «non può mancare l’assenso della Chiesa, data l’azione dello stesso Spirito Santo, che conserva e fa progredire nell’unità della fede tutto il gregge di Cristo» (Lumen gentium, 25).

Monsignor Cosmo Ruppi

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