Presidi che scelgono gli insegnanti: perché sì

Presidi che scelgono gli insegnanti: perché no

di Maria Gallellidi Maria Gallelli

«Presidi che scelgono sì, ma chi sbaglia deve pagare». Daniela Boscolo, nella rosa dei cinquanta migliori insegnanti del mondo selezionati dagli esperti della Varkey GEMS Foundation nell’ambito del concorso “The global teacher prize”, ha le idee chiare in merito a uno dei punti più caldi della Buona scuola di Renzi. Insegnante di sostegno all’Istituto di istruzione superiore “C. Colombo” di Porto Viro, in provincia di Rovigo, afferma con forza: «Un preside deve poter scegliere i suoi docenti per organizzare al meglio la scuola della quale è responsabile: se all’interno un professore fa poco o nulla deve poter essere mandato via. Ma nel momento in cui a lui si consente di prendere decisioni, di non rispettare rigorosamente l’ordine delle graduatorie e di stabilire, ad esempio, chi mettere in ruolo e chi no, se si commettono degli errori occorre pagarne le conseguenze: la prima testa a cadere deve essere quella del capo. Avviene così nel settore privato, si risponde in prima persona in termini di stipendio e di carriera».  Un appello all’assunzione di responsabilità, dunque, alla trasparenza: «Il modello potrebbe essere quello delle scuole inglesi, sottoposte a esami molto rigorosi, perché è obbligatorio fare bene se poi si spendono soldi pubblici. Curricoli dei docenti online, così tutti possono verificare il motivo per cui stanno al loro posto. E poi valutazione anche di chi ha messo il preside al vertice». Ma l’Italia è uno dei paesi più corrotti d’Europa: «Se continuiamo a piangerci addosso così non si va mai da nessuna parte. Ci vogliono regole, certe, sulla trasparenza e assunzione di responsabilità. Regole che ancora stiamo aspettando».

«Manca una tradizione, una cultura in questo senso, dà maggior sicurezza il labirinto delle graduatorie». Eugenio Scardaccione, dirigente scolastico da cinque anni dell’Istituto di Istruzione secondaria superiore “Tommaso Fiore” di Modugno, in provincia di Bari, dà una lettura sociologica alla proposta di chiamata diretta dei docenti da parte dei presidi. «Effettivamente potrebbe essere anche una buona idea», precisa, «ma occorre lavorare molto e prepararsi con grande scrupolosità». Non si può prescindere da una visione realistica e disincantata, a suo dire: «Probabilmente si potrebbero avere pressioni, in tutta Italia ci potrebbero essere omaggi reverenziali eccessivi nei confronti dei dirigenti, bisogna essere ben preparati ad affrontare queste cose. Noi presidi siamo già molto dileggiati, derisi, con una chiamata diretta che è estranea alla cultura italiana potremmo essere addirittura crocifissi. E poi i super poteri che dovremmo avere, sarebbero realmente effettivi? Oppure come quelli che abbiamo già dal Duemila, ma solo sulla carta: veniamo descritti come datori di lavoro dal punto di vista della sicurezza, ad esempio, e siamo noi i responsabili se succede qualcosa, ma senza avere alcuna risorsa». Sulla Buona scuola in toto, poi, aggiunge: «Il documento iniziale del 3 settembre è stato scritto da sette persone, tutte molto competenti, ma non interne al mondo scolastico. Il disegno di legge non va imposto in modo autoritario, la buona scuola si costruisce dal basso, senza trovate pubblicitarie. In un momento storico in cui già l’istruzione non naviga in ottime acque sarebbe stato preferibile un approccio diverso a una riforma».