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mercoledì 19 settembre 2018
 
Il Nunzio a Damasco
 

La mia Siria è un tragico presepe dove gli innocenti muoiono

21/12/2017  Anche se con minore intensità, la guerra continua. Mancano cibo, medicine, investimenti. «E in primo luogo una pace stabile». Parla il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco

Il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco. In copertina: presepe in Siria.
Il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco. In copertina: presepe in Siria.

La Siria è come il viandante del Vangelo che scendeva da Gerusalemme a Gerico: aggredita da ladroni, derubata, lasciata mezza morta sul ciglio della strada. Solo che qui molti samaritani sono stati uccisi o sono fuggiti e metà delle locande sono state distrutte. È un Natale meno martoriato ma non è un Natale di pace». Il cardinale Mario Zenari, 71 anni, veneto di Villafranca di Verona, è nunzio apostolico a Damasco da nove anni.

 

Ha visto tutte le atrocità di un conflitto che sembra non finire mai: ha visitato i quartieri distrutti di Homs e di Aleppo Est, ha visto le fosse comuni piene di cadaveri, ha incrociato gli sguardi dei bambini orfani che vagano a Damasco senza cibo e senza un tetto, ha raccolto le storie di minorenni arruolati, abusati sessualmente, derubati, venduti a 12 anni. Ha asciugato le lacrime dei genitori che hanno perso i loro figli. Ha incoraggiato i parroci che hanno visto fuggire per sempre tanti fedeli, soprattutto giovani. «Mi viene spontaneo», dice, «pensare a un passo delle Lamentazioni: “Voi tutti che passate per la via, considerate se c’è un dolore simile al mio dolore”».

 

C’è un dolore più grande di quello della Siria?

«Ho appena ricevuto l’ultimo bollettino dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità, ndr). Dice questo: “La Siria oggi è uno dei Paesi più pericolosi al mondo per gli operatori sanitari”».

 

Qual è la situazione attuale?

«Dopo gli accordi di Astana e la sconfitta dell’Isis c’è un po’ meno violenza ma la pace è ancora lontana. A Damasco si sentono ancora colpi di artiglieria, nella regione orientale del Ghouta gli scontri non sono terminati. Ad Aleppo e Damasco la luce e l’acqua ci sono per qualche ora al giorno, l’autostrada Homs-Aleppo è ancora chiusa come pure gli aeroporti. Tredici milioni di siriani necessitano di assistenza umanitaria urgente. Di questi, 5 milioni e mezzo si trovano in una situazione di estrema necessità. Due terzi della popolazione non ha accesso all’acqua potabile, la rete idrica è danneggiata. A Raqqa, Deir al-Zor e Ghouta orientale, 20 chilometri da Damasco, le situazioni più drammatiche».

 

Come intende trascorrere Natale?

«Conto di celebrare Messa nell’ospedale italiano di Damasco con la comunità delle suore di Maria Ausiliatrice. Un po’ dappertutto si respira aria natalizia. Il 25 dicembre è un giorno festivo per tutti e ci si scambia gli auguri, anche i musulmani».

 

Che Natale è questo per la Siria?

«Meno martoriato ma non di pace. L’intera provincia dell’Idlib (nel Nord-Ovest, al confine con la Turchia, ndr) è sotto controllo di gruppi armati terroristi. Ci sono tre parrocchie rette dai frati francescani i quali non possono suonare le campane e fare il presepe. Celebrano la Messa ogni giorno, la comunità dei fedeli si è ridotta a ottocento persone. I giovani sono quasi tutti scappati. La Chiesa siriana rischia di non avere più un futuro».

 

Cibo, acqua, cura dei feriti, sfollati: quali sono le emergenze più drammatiche?

«La gente, per la fame, è ridotta a mangiare rifiuti, foraggio per le bestie o cibo avariato e scaduto. In alcune zone del Paese il pane è ottantacinque volte più caro che a Damasco. Ci sono genitori che sono costretti a dar da mangiare ai propri bambini a giorni alterni. Alcune foto fanno rabbrividire. Mi vengono in mente ancora le Lamentazioni: “La lingua del lattante si è attaccata al palato per la sete, i bambini chiedevano il pane e non c’era chi lo spezzasse loro”. Un bambino su tre non ha la possibilità di andare a scuola, un terzo degli edifici scolastici sono danneggiati o distrutti. I feriti sono un milione ma non ci sono ospedali per curarli: metà sono stati distrutti o agibili solo parzialmente. Due terzi dei medici ha lasciato il Paese. Sono più numerosi coloro che muoiono per mancanza di cure che sotto le bombe o tra i fuochi incrociati. Per questo abbiamo lanciato l’iniziativa “Ospedali aperti”, per rendere pienamente operativi i tre ospedali cattolici in Siria (due a Damasco e uno ad Aleppo). L’Ospedale Bambino Gesù offre dei corsi di formazione per i medici pediatri dell’Ospedale universitario di Damasco. L’aspettativa di vita in Siria è calata di vent’anni».

 

Che contraccolpi ha avuto in Siria la decisione del presidente americano Trump di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele?

«Non c’è stata nessuna manifestazione di protesta violenta come nei Paesi vicini, anche perché la gente è esausta e ha problemi di sopravvivenza. I siriani comunque condividono forti sentimenti anti-israeliani, c’è il contenzioso del Golan ancora aperto. Vivere in questa regione è come stare seduti su una polveriera. Su Gerusalemme condivido l’appello di papa Francesco a rispettare lo status quo della città, come dicono anche le risoluzioni delle Nazioni Unite».

 

I cristiani sfollati o profughi torneranno nelle loro terre? O si tratta di un esodo definitivo?

«La metà dei cristiani è andata via. Ad Aleppo ce n’erano 150 mila e ne sono rimasti 40 mila. In genere tornano gli sfollati interni o dal Libano ma sono molto rari quelli che tornano dai Paesi occidentali. Per la Siria i cristiani sono una finestra sul mondo che ora rischia di chiudersi. Hanno uno spirito aperto, tollerante, non sono fanatici. Hanno dato un contributo notevole durante la Renaissance araba e anche in politica: penso al primo ministro cristiano Fares Al-Khouti o al fondatore del Partito Bass Michel Aflaq. In generale partono i giovani, che sono anche i più qualificati. Si rischia di avere una Chiesa e una società senza giovani, quindi senza futuro. Nei luoghi dove emigrano non hanno la possibilità di aggregarsi alle proprie chiese: siro-cattolica, armeno-cattolica, melkita, caldea. I cristiani hanno bisogno di aiuto economico ma anche spirituale. Prima della guerra la Siria, pur essendo a maggioranza musulmana, era sulla strada della laicità e della separazione Stato-Religione. Non è uno Stato teocratico come tanti altri Paesi vicini».

 

Si va verso una spartizione della Siria per aree di influenza tra Turchia, Iran e Bashar al Assad?

«Fino a prima del conflitto c’era un mosaico che teneva abbastanza bene insieme i vari gruppi etnico-religiosi. Dopo sette anni di guerra civile quel mosaico si è frantumato: i curdi aspirano a una certa autonomia, si sono incrinate le relazioni tra sunniti e alauiti. In Siria si combatte, oltretutto, una guerra per procura. Il Paese è conteso soprattutto da forti interessi ed è terreno di scontro tra Arabia Saudita e Iran, come accade anche in Yemen, in Iraq e in parte del Libano. Poi ci sono anche gli interessi internazionali di Usa e Russia. Un detto africano dice così: “Quando due elefanti si azzuffano, a soffrirne è l’erba del campo”».

 

Tra le tante scene di distruzione e di morte c’è qualcuna che l’ha particolarmente colpita?

«La sofferenza dei bambini. Questa guerra è stata una strage degli innocenti. Ne ho visitati diversi negli ospedali di Damasco, con varie parti del corpo fasciate per schegge ricevute mentre andavano o tornavano da scuola. Non dimentico nel Sabato Santo del 2014 le grida di Laurine, 9 anni, che si rendeva conto disperata che aveva subìto l’amputazione di entrambe le gambe. Il 4 aprile 2017 nell’attacco chimico a Khan Chikhoun, nella provincia di Idleb, morirono asfissiati, tra le tante vittime, una trentina di bambini. Il loro respiro ansimante somigliava a quello di Gesù in croce. Il 15 aprile 2017, una decina di giorni dopo, morirono dilaniati, per lo scoppio di un’auto a Rachidine (Aleppo), una 70 di bambini sfollati, attratti all’auto per ricevere croccanti. Quanti altri esempi potrei citare...».

 

Cosa chiede a Gesù Bambino?

«Che faccia arrivare una carezza ai bimbi siriani, soprattutto agli orfani. Il Signore non è lontano, è presente anche in mezzo a tutto questo dolore. A marzo, con le prime pioggerelline, il deserto siriano si riveste di un manto erboso. La Provvidenza farà germogliare anche questo deserto».

Foto Reuters

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