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giovedì 13 dicembre 2018
 
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La strage dei giovani, le indagini in Europa

16/11/2015  I terroristi hanno colpito l'Undicesimo Arrondissement, quartiere di mescolanza etnica e di locali che celebravano la gioia di vivere. Ora la caccia agli assassini superstiti si allarga a tutta l'Europa. I primi risultati in Belgio, nel quartiere degli imam radicali.

Un raid della polizia belga nel quartiere Molenbek di Bruxelles (Reuters).
Un raid della polizia belga nel quartiere Molenbek di Bruxelles (Reuters).

Da Parigi - Fiori e candele si accatastano su quelle che fino a venerdì erano le terrazze festose di bar e ristoranti, sulla vetrina del sushi bar che fiancheggia il caffé La Belle equipe. In uno dei fori causati dalle pallottole sulla vetrina in frantumi, qualcuno ha infilato una rosa, aggiungendo un bigliettino con scritto «In nome di cosa ? » Già. Se lo chiede il mondo intero. Ora é caccia all’uomo: Abdeslam Salah, il terrorista che ha affittato la Polo nera che ha condotto gli assassini del Bataclan all’entrata del teatro su Boulevard Voltarie,è ancora in fuga. François Hollande vuole modificare il decreto che stabilisce la durata dello stato di emergenza e portarlo da un massimo di 12 giorni a tre mesi. Dei 129 corpi ritrovati, ancora una ventina non hanno un nome e i famigliari continuano a lanciare appelli sui social network per rintracciare chi venerdi sera si trovava al concerto e non ha più dato notizie di sé.

Comincia ora il momento dell’analisi. L’inchiesta ha rivelato l’identità dei terroristi, si tratta ora di indagare sul loro percorso, su quel cammino di odio che ha avuto l’epilogo tremendo che tutti conosciamo. Non c’é nemmeno tempo per il raccoglimento: le manifestazioni sono vietate, fino alla settimana prossima non ci sarà nessuna marcia che riproduca la marea umana riversatasi sulle strade l’11 gennaio scorso dopo la tragedia di Charlie Hebdo.  Il rischio di altri attentati é alto, la tensione é palpabile. Domenica sera la folla riunitasi spontaneamente davanti al Carillon, uno dei bar colpiti, si é messa a correre in preda al panico dopo che qualcuno aveva sentito rumori sospetti, travolgendo il tappeto di fiori e candele posati a memoria dei morti.

Perché quel quartiere : L’impressione terribile é che stiamo assistendo a una guerra tra giovanissimi: kamikaze quasi imberbi che falciano le vite a coetanei che si stanno divertendo sulla terrazza di un bar o in discoteca. Il quartiere preso di mira, l’undicesimo arrondisement, é significativo. Non é stato attaccato il settimo, quello dei ministeri e delle ambasciate, né il sedicesimo dei ricchi, esponenti di quell’opulenza occidentale che l’ISIS detesta, o finge di detestare. Non se la sono presa con Saint Germain, sede della Sorbona e del libero pensiero, e neppure col Marais chic dei locali gay e delle antiche sinagoghe. Se la sono presa con l’undicesimo, il quartiere dei giovani, dei caffé-teatro con biglietto a prezzo ridotto, dei concertini rock, degli abitanti che si lamentano per il volume della musica.

Nessuno dei bar diventati bersaglio dell’odio rivestiva un significato particolare o ospitava eventi di qualsivoglia connotazione politica. A la bonne bière, Casa nostra, Le carillon, La belle équipe, Le petit Cambodge : nomi che evocavano gioia e spensieratezza, ora simboli di un terrore senza senso.  Se la sono dunque presa con il quartiere dei giovani e c’é da chiedersi il perché. La prima ragione é banale : la fuga. Una parte del commando doveva immolarsi al Bataclan, l’altra doveva eclissarsi il più in fretta possibile. Per questo sono stati scelti locali che affacciano su incroci con più strade. L’undicesimo é centrale, ma nello stesso tempo, prossimo agli assi stradali che recano velocemente nei sobborghi dell’est, quel famigerato dipartimento 93, fucina di integralisti, imam radicali e moschee sotto sorveglianza, che comprende Montreuil, il comune dove é stata ritrovata la Seat Leon nera usata per gli attacchi, con tanto di kalashnikov a bordo.

Il secondo motivo, da verificare ma plausibile,  é inquietante. L’undicesimo fa parte di quei quartieri parigini dove l’idea di «mescolanza sociale» auspicata dalle istituzioni cittadine ha più successo. I ristorantini alla moda convivono con le drogherie arabe, i kebab con i nuovi uffici adibiti a coworking e restaurati da designer celebri. Se i terroristi hanno colpito in questa zona non é da escludere che eventuali complici si trovino nel quartiere stesso, se hanno attaccato qui é perché, banalmente, l’undicesimo lo conoscevano bene e lo frequentavano pure, magari sedendosi a quelle stesse terrazze di caffé che hanno crivellato di colpi. Se così fosse, si sbriciolerebbe quella meravigliosa idea di città che Parigi rappresenta, con il suo mutliculturalismo, la convivenza civile e quartieri come questo, più belli, più creativi, più allegri di altri proprio perché frutto di questo incredibile mix di culture e di orizzonti. La ferita é già tremenda, in questo caso sarebbe inguaribile.

La filiera belga, ancora una volta. Ma torniamo a loro, ai terroristi identificati : Abdeslam Salah e suo fratello Ibrahim, uno dei kamikaze che hanno premuto sul pulsante rosso della cintura di esplosivo all’interno del Bataclan sono francesi, a quanto si sa vivevano tra Parigi e Bruxelles e facevano parte della filiera integralista belga. Degli integralisti belgi si parla fin dai tempi dell’assassinio di Massud in Afghanistan. Il falso giornalista che ha ucciso il Leone del Panshir aveva un passaporto belga e in Belgio aveva vissuto e studiato. Già allora certi quartieri e sobborghi di Bruxelles si rivelavano come zone sensibili ai processi di indottrinamento da parte di imam radicali.

Quest’estate un lungo e laborioso processo tenutosi nella capitale belga ha spedito in carcere venti jihadisti di origine siriana. Il Belgio é un punto di snodo per il traffico d’armi : le autorità scoprono puntualmente arsenali clandestini provenienti dagli stock degli eserciti dell’ex  blocco dell’Est, in mano a militanti islamisti. E’ in Belgio che Amed Coulibaly si procurò le armi per l’attentato all’Hipercasher a gennaio. Sempre dal Belgio arrivavano le armi in mano al terrorista bloccato dai tre americani sul treno Thalis verso Amsterdam. Il facile accesso alle armi e la deriva integralista delle periferie di Bruxelles e Charleroi creano mostri. E’ lì che dovranno concentrarsi gli sforzi delle polizie internazionali.

Le testimonianze e le vittime. Sono più di venti le vittime che non hanno ancora un nome, 103 sono state identificate. La cifra fa impressione, ma quando si vedono i volti di quei ragazzi e di quelle ragazze, e si legge la loro storia, lo sgomento si fa disperazione. Tra le vittime c’era la nostra Valeria Solesin, c’erano i due italo-francesi Piero Innocenti e Stéphane Albertini, proprietari dello storico ristorante italiano Chez Livio, ritrovo abituale dei giocatori del Paris Saint Germain, c’era Houda Saadi, la giovane e frizzante proprietaria de « La Belle Equipe », il bar di rue Charonne dove venti persone sono cadute sotto le raffiche, c’era la giornalista  Véronique Geoffroy de Bourgies, che aveva fondato una Ong in aiuto ai bambini del Madagascar, c’erano Marie e Mathias, una tenerissima coppia di fidanzatini originari di Metz e venuti a vivere a Parigi da soli due mesi. E decine di altri ancora, giovani talentuosi, sorridenti sulle foto scanzonate dei loro profili Facebook.

Cheng Tao é un giornalista originario di Taiwan ma parigino da trent’anni. Scrive per Condé Nast China e vive nell’immobile dove ha aperto un anno fa le Petit Cambodge, appendice dello storico Le Cambodge situato qualche centinaio di metri più in là, un ristorantino orientale diventato famoso per i suoi lunghi tavoli dove ci si sedeva a cenare vicino a sconosciuti, per fare amicizia e celebrare la gioia dello stare insieme. Cheng era sul balcone venerdì sera.

« Ho sentito gli spari, interminabili » dice, ancora provato. «Dal mio balcone posso vedere una parte della terrazza all’aperto, una decina di giovani sono scappati urlando e piangendo e si sono rifugiati nell’androne del mio palazzo ». Cheng non ha il tempo di capire cosa sta accadendo, gli spari si ripetono, questa volta ancora più intensi : «Le raffiche sembravano non finire mai, solo dopo ho capito che si trattava del bar in rue Fontaine du Roi, poco lontano ». Il bar questa volta era « A la bonne bière », li’ sono morte cinque persone e numerose sono ancora negli ospedali, tra la vita e la morte. La terrazza del piccolo ristorante italiano « Casa nostra », giusto a fianco, é ancora intrisa di sangue, nascosto a malapena da alcune manciate di segatura.

Solène é un’infermiera urgentista, lavora all’ospedale Pompidou, dove sono ricoverate numerose vittime dell’attentato : « E’un orrore, durante le prime ore é stato il caos totale, quel giorno c’era lo sciopero del personale medico, sono tornati tutti spontaneamente, ma abbiamo dovuto organizzarci. C’era gente che stava morendo e non potevamo avvertire nessun famigliare  perché non conoscevamo le loro identità ».

L’atmosfera in questi giorni é ancora di sgomento, ma c’é già chi alza la voce dell’indignazione. « Che cosa é stato fatto da gennaio, per frenare gli integralisti ? » chiede una signora davanti alla saracinesca abbassata del Carillon. « Hanno permesso che gli imam radicali prendessero parola qui e là, senza reagire, in nome della loro « libertà di espressione » che, a quanto pare, é più importante del nostro diritto a restare vivi ». Se il governo di Hollande non prenderà misure serie e ferme contro i predicatori d’odio, altri predicatori d’odio, di altra natura ma di analoga volontà, lo faranno per lui. Tra i fiori, le candele e i pupazzetti spuntava un foglietto sinistro con su scritto « ricordatevi chi votare la prossima volta ». 

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