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giovedì 27 giugno 2019
 
La casa delle "Apette"
 
Credere

L’alveare di Santa Rita: un monastero divenuto famiglia

08/11/2018  A Cascia (Perugia), l’Alveare di Santa Rita ospita circa 60 ragazze e ragazzi bisognosi di assistenza e aiuto. Una disponibilità ad accogliere che va avanti da 80 anni

Come tutte le idee migliori, anche quella di creare un luogo di accoglienza all’interno del monastero di Santa Rita nacque per caso. Era il 1938 quando una vedova giunse in pellegrinaggio a Cascia con la figlia di appena sette anni per chiedere ospitalità alla superiora, la beata Maria Teresa Fasce.

La bambina si chiamava Edda Petrucci ma le monache la ribattezzarono affettuosamente Mercede, in onore della Madonna della Mercede che si festeggiava proprio in quei giorni, il 24 settembre. Da allora, una parte del monastero venne destinata a ospitare le bambine orfane o con un solo genitore, e solo nell’arco del primo anno ne accolse quindici. All’inizio fu dura. Fuori la guerra imperversava e mancava tutto, dai vestiti al cibo, tanto che qualcuno propose di chiudere l’orfanotrofio a discapito delle quaranta «Apette», così chiamate in ricordo del miracolo di santa Rita neonata. Ma la beata madre Teresa Fasce si oppose con tutte le sue forze e fece ogni sacrificio pur di non abbandonarle a un destino infausto. Un simile gesto di carità non passò inosservato e la comunità locale offrì generosamente il suo aiuto, donando ciò che poteva.

80 ANNI DI STORIA

Oggi la madre superiora Maria Rosa Bernardinis guida l’Alveare e ne persegue gli obiettivi in continuità con i valori e gli scopi del passato: «Per molte delle nostre Apette il futuro potrebbe non avere alcuno sbocco. Qui invece hanno la possibilità di proseguire gli studi e sviluppare le loro abilità attraverso laboratori specifici. Per rispettare la nostra scelta di vita contemplativa, abbiamo deciso di affidare l’Alveare a educatori laici che condividono il nostro stesso spirito e i nostri ideali», spiega la madre superiora, mentre parla dell’équipe di professionisti e volontari che segue le Apette in ogni necessità, materiale e spirituale, garantendo loro tutto l’amore possibile in un ambiente familiare dove vivere serenamente. 

L’attuale edificio dell’Alveare venne costruito nell’immediato dopoguerra e inaugurato nel 1950. In alcuni casi le Apette raggiunsero anche le 120 unità e la loro vita era scandita dall’alternarsi di momenti spirituali e impegni di studio nella scuola d’infanzia e in quella elementare.

L’insegnamento nelle scuole medie iniziò nel 1963, quando si portò a compimento il secondo blocco dell’edificio che comprendeva anche i laboratori didattici, la palestra, la sala giochi e il teatrino. La scuola materna rimase in funzione sino al 1976 mentre le ragazze delle scuole superiori vennero accolte dopo gli anni Settanta e si recavano fuori per studiare, facendo vita separata rispetto alle altre compagne.

DALLE APETTE AI MILLEFIORI

  

«Sono entrata all’Alveare a 8 anni, dopo il terremoto del ’79. La mia scuola venne occupata dagli sfollati e ci fu un totale parapiglia, così mio padre decise di farmi studiare dalle suore», racconta Stefania, 46 anni, ex Apetta ora felicemente sposata. «Mi accolse Marcellina, l’assistente di allora. Anche lei viveva a Cascia e cercò di farmi rompere il ghiaccio. All’inizio piansi moltissimo perché non ci volevo stare, poi conobbi Catia, un’altra ospite dell’Alveare. Ci siamo sostenute a vicenda finché, pian piano, mi sono integrata e quel luogo è diventato per me una seconda famiglia».

Uno dei tanti meriti dell’Alveare consiste nell’aver mantenuto l’orecchio e il cuore in ascolto delle esigenze di una società in rapido mutamento, da cui è anche scaturita la sua trasformazione da orfanotrofio a convitto. A partire dal 1974, infatti, non si ospitano più solo orfane ma anche bambine e bambini, i Millefiori, provenienti da famiglie che vivono difficoltà di vario tipo.

Quest’anno l’Alveare compie 80 anni. Il 22 settembre sono stati in molti a festeggiarlo, a cominciare dalle ex Apette che sono passate di qui, come Olga, che oggi ha gli stessi anni dell’Alveare: «Le suore mi accolsero e mi diedero il numero 28. Ricordo che madre Teresa Fasce ci regalava spesso dei confettini di zucchero con la cannella. E poi c’erano suor Luigia e suor Costanza, che erano molto gentili e disponibili. Una volta alla settimana andavamo in lavanderia per fare il bucato con la cenere e mi divertivo moltissimo. Conservo un bellissimo ricordo di quei momenti», commenta Olga, mentre la sua voce si incrina di commozione. «Con me c’era anche mia sorella che purtroppo è deceduta giovanissima, a causa di un’appendicite curata male».

ACCOGLIENZA DA 80 ANNI

Avere ottant’anni di storia alle spalle significa aver attraversato epoche diverse ma, oggi come allora, qui regna lo spirito della beata madre Fasce, la prima che pronunciò quel sì all’accoglienza che accompagna tuttora tante generazioni di beneficiarie.

L’Alveare è un nido che prodiga amore e protezione, un ambiente domestico che apre le porte e si prende cura degli ospiti di ogni cultura, religione ed etnia, un luogo attento alle esigenze di chi migra e di chi, pur essendo cittadino di questo Paese, vive in povertà.

Qui c’è la possibilità di imparare facendo, acquisire fiducia e scoprire sé stessi, attraverso passioni che spesso le Apette e i Millefiori non sanno di avere. I laboratori didattici crescono e cambiano di anno in anno per rispondere ai bisogni e alle esigenze dei giovani. Ce ne sono alcuni come quello di manualità e quello di cucina, grazie ai quali si imparano a realizzare oggetti molto carini oppure a cucinare piatti squisiti che vengono preparati per raccogliere fondi durante l’evento annuale “Porte aperte all’Alveare”.

Esattamente come 80 anni fa, l’Alveare di Santa Rita è una struttura che vive unicamente grazie alla generosità di persone sensibili ai problemi dei più deboli. Non ricevendo sovvenzioni pubbliche di alcun tipo, l’Alveare è infatti un progetto che fa della solidarietà del prossimo la sua linfa vitale.

Foto di Stefano Dal Pozzolo /Contrasto

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