Un film che parla a tutti, credenti e non, perché tutti, in qualche modo, si “rivolgono al cielo”. Ciò che le nuvole non dicono del regista  feltrino Marco Recalchi (prodotto da The Old Film Farm in collaborazione con iKon, 2016) è un film delicato, ma anche pieno di energia. Sta girando l’Italia fra i cinema e le sale della comunità lasciando agli spettatori l’invito a mettersi in ricerca.

Recalchi, cosa significa Ciò che le nuvole non dicono? 

«Penso che tutti gli uomini e le donne cerchino di percepire qualche indicazione da “chi sta sopra di noi”: le nuvole rappresentano ciò a cui si chiede un segnale quando abbiamo dubbi o ci sentiamo senza direzione». 

Però nel film Antony, il protagonista, non ascolta le nuvole... 

«Proprio lui, che fin da bambino aveva chiesto consigli alle nuvole, questa volta decide di lasciar parlare Qualcun altro. Ha presente il “gioco” di riconoscere nelle nuvole la forma di qualcosa che già conosciamo? Può capitare lo stesso quando ci rivolgiamo a Dio: se non ci mettiamo in ascolto sincero, rischiamo di attribuire a Dio quel che pensiamo noi, assegnandogli  la paternità  di indicazioni che non sono altro che scelte nostre. Pensiamo di essere nel giusto, ma non ci accorgiamo di aver fatto tutto da soli... Solo il silenzio  permette di lasciar parlare Dio. Una volta date le spalle alle nuvole, Antony mette in pratica l’ascolto, che porta alla preghiera profonda, e s’incammina in un’autentica ricerca». 

Cosa l’ha spinta a raccontare la storia di Antony? 

«Tempo addietro mi trovavo in Grecia per organizzare un campo estivo per ragazzi. 17 anni fa, infatti, ho dato vita assieme ad alcuni amici a Campiscuola organizzazione, un’associazione cattolica che propone ai giovani esperienze formative concrete. Così, mentre facevamo un sopralluogo sul Monte Athos, ho incontrato un ragazzo californiano che si era messo sulle tracce del padre e della madre, morti in un incidente stradale: voleva visitare le località raggiunte dai genitori durante una vacanza. Lì per lì non ho dato peso alla vicenda, ma in verità il suo essere in ricerca mi aveva colpito, tant’è che poi ho costruito il film a partire da questa suggestione». 

Quale viaggio compie lo spettatore, insieme ad Antony? 

«Un viaggio alla ricerca del senso. Per me l’idea del viaggio è fondamentale: viaggiando si fanno incontri e si conoscono nuove realtà. Con il film vorrei far viaggiare lo spettatore: per questo, proprio per rendere  bene il movimento, ho usato la telecamera a spalla e il grandangolo». 

Il protagonista si sposta da un Paese all’altro portando con sè solo un’icona. Qual è il significato di quest’immagine?

«Antony non si stacca mai dall’icona perché è l’unico ricordo che ha dei genitori. L’icona rappresenta anche Dio, la guida nel cammino di ricerca. Io stesso sono affezionato a quell’icona; la comprai sul Monte Athos, proprio quando incontrai il ragazzo californiano: è l’immagine del Cristo pantocratore, mi rimanda all’importanza della preghiera». 

Perché ha sentito l’urgenza di parlare di ricerca e preghiera? 

«A volte la società mi sembra disorientata. Viviamo di corsa in cerca di soldi, lavoro e sicurezze, ma in questo affanno trascuriamo le cose più importanti. Attorno a me vedo tanto bisogno di meditazione».

Il film sta girando fra i cinema e le sale della comunità. Quale è il messaggio che vorrebbe passare agli spettatori? 

«Non guardare indietro: possiamo migliorare i giorni che verranno, mentre il passato è andato. Ancora, l’importanza della preghiera: Dio ci dà la forza per vivere la vita. Anche nelle situazioni più difficili non si deve gettare la spugna, ma bisogna ricordare che non sempre la strada più facile è la migliore. Infine vorrei lasciare qualche spunto aperto: non penso di avere risposte per tutto, ma la spinta a interrogarsi, quella sì». 

Qual è il suo prossimo progetto cinematografico? 

«Mi piacerebbe lavorare sul tema della “paura della felicità”. Ho già in mente la trama del film, parlerà dell’affetto fra un uomo cattolico e una donna ortodossa. Sarà una storia d’amore carica e appassionante, ma pulita».


IL FILM NELLE SALE DELLA COMUNITÀ
Prodotto nel 2016 da The Old Film Farm e iKon, Ciò che le nuvole non dicono è stato proiettato nei cinema di Milano, Feltre, Bologna e altre città italiane. Per conoscere la programmazione delle prossime settimane e organizzare una proiezione nella sala parrocchiale: www.lenuvolenondicono.it