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martedì 21 agosto 2018
 
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Credere

Mario Gianani. Essere cristiano è la cosa più bella al mondo

19/07/2018  «Sono la persona peggiore al mondo ma Dio è più fedele delle nostre debolezze». Il segreto spirituale del produttore di Se Dio vuole e The Young Pope? «Non perdo mai una Messa»

C’è chi ascolta, contemplando nel profondo la parola di Dio, e chi cammina, zaino in spalla e cuore tra le mani. Mario Gianani, produttore della casa cinematografica Wildside, è indubbiamente un camminatore. E di quelli instancabili. Fin da bambino si è sempre spinto alla ricerca dei confini del proprio cuore, per poi scoprire, ogni volta, che il limitare era un passo oltre. È solito toccare palmo a palmo la superficie della propria anima, studiandone le ferite: ora le rivendica, ora se ne duole, altre volte chiede con forza spiegazione al Cielo.

Eppure, da lì, lui non si sposta mai. La sua è una di quelle fedi veraci e d’altri tempi: un credo che domanda, fino a perdere la voce; che ogni tanto svia, senza però perdere di fatto la direzione. Di sé parla come del peccatore più incallito della storia. L’impressione però è di avere davanti un credente instancabile, che ha percorso chilometri di anima, inciampando spesso ma senza mai perdere la speranza di dialogare con il mondo. Non a caso tra le sue produzioni ci sono film provocatori e interessanti come Se Dio vuole e le serie tv di successo Il miracolo e The Young Pope, che approcciano la religione in modo nuovo e mai banale.

Quando è iniziato il suo cammino interiore?

«Sono sempre stato contorto e riflessivo, pieno di domande. Per dire: io ero il bambino, anzi probabilmente l’unico bimbo della mia parrocchia che ascoltava, con sguardo ebete, la catechista sforzandosi di capire quello che diceva. Rimuginavo, chiedevo, non capivo… La mia fortuna è aver avuto un parroco straordinario, che mi ha preso a cuore: don Gianni Todescaro. Un uomo strepitoso e di larghe vedute, molto colto, amato anche dai non credenti, che ha rifiutato ogni forma di carriera all’interno della Chiesa. La prima cosa che ha fatto è stato propormi un percorso di lettura: avevo 14 anni e il primo libro è stato Dostoevskij».

Non è andato sul leggero…

«Abbiamo spaziato dalla psicanalisi del profondo ai testi di Lutero e Sergio Quinzio, solo per citarne alcuni. Credo che la mia esperienza di fede sia ben riassunta da un passaggio del libro Il regno di Emmanuel Carrère: è Pasqua e il protagonista decide di andare, per l’ultima volta, a Messa. Sa che è l’ultima celebrazione alla quale assisterà e, prima di uscire dalla chiesa, recita la seguente preghiera: “Gesù ti sto per lasciare. Tu non farlo mai”. Ecco, così è stato per me: avevo spesso dubbi, andavo da don Gianni e dicevo di non credere più, poi ritornavo, vivevo grandi afflati di fede. Don Gianni mi ha lasciato libero e, nel contempo, mi ha mostrato che Dio è fedele. Ogni volta che pensavo di essere uscito dalla Chiesa, mi accorgevo che avevo invece un sacco di strada davanti».

In che senso?

«Fintanto che ti poni domande e non cadi nella logica della routine esistenziale, è come se fossi dentro un recinto, immenso, nel quale puoi spostarti a destra e a manca, in piena libertà, perché il confine di questo recinto è sempre più grande di quello che ti immaginavi. Come se si spostasse, insieme a te. Il che mi infonde un senso di libertà pazzesco: non siamo noi che ci sforziamo di essere fedeli a Dio, non siamo noi i protagonisti del rapporto con lui. C’è Qualcosa, sopra di te, che ti protegge. Quindi ti puoi spostare a destra, a sinistra, a lato, ma tanto qui sei».

Nel mare magnum delle riflessioni, quali sono stati i suoi punti fermi?

«Don Gianni, che mi ha seguito fino a quando non è morto nel 2016, e la Messa. Non ne ho mai persa una, nemmeno nei periodi più neri, perché la Parola è la Parola: so di essere la persona peggiore al mondo e mi riconosco in tutto ciò che esiste di brutto, però grazie al cielo Dio è fedele a me e, ogni volta che lascio che la Parola mi parli, mi dice sempre quello di cui il mio cuore ha bisogno».

Tra le tante domande esistenziali, una sembra essere più pressante e universale di altre: l’esistenza di qualcosa dopo la morte. Quale riflessione ha maturato a riguardo?

«Il grande dibattito sul “dopo” mi appartiene come fedele, ma intimamente non metterebbe mai in discussione il fatto che Gesù mi ha regalato la cosa più bella sulla Terra: essere cristiano. Non c’è infatti modo migliore di vivere se non quello che mi ha indicato lui. Non penso mai, per esempio, che mi abbia tolto qualcosa sulla Terra per darmela dopo. La fede è una partita che ti giochi prima di tutto qui e ora, nel bene e nel male».

A differenza di altri colleghi lei non ha mai voluto sposare una linea produttiva cattolico-militante: come mai?

«Nei film e nelle serie tv mi piace sollevare domande, più che dare risposte, e provare a trovare Cristo là dove sembra che non ci sia. Sono convinto che in ogni avventura umana, anche se nascosto, qualcosa invece ci sia. Sono queste le storie che cerco e che mi appassiona produrre. Semmai mi sbilancio nei rapporti personali con autori e registi: lì, sì, dico il mio punto di vista, facendo però attenzione a non impormi mai».

Che idea si è fatto del buio dell’anima?

«Talvolta, se penso al futuro che ci attende, sono terrorizzato perché il vero buio dell’anima è quello verso il quale stiamo andando: la negazione dell’esistenza dell’anima, il procrastinare la morte. A confronto di questo le mie crisi di giovinetto sono una robetta da nulla, perché un conto è essere peccatore, un altro è essere perso: se non esiste un’anima, per quanto avvolta nelle tenebre, allora mi sento perso. In passato la morte era il termine di paragone che ci accomunava e rispetto al quale ci si confrontava. Oggi invece, con le ricerche eugenetiche e le sperimentazioni, si continua a procrastinare la fine della vita. Non è solo un problema di paura: se non si accetta di morire, si sta anche negando l’esistenza dell’anima».

LA BIOGRAFIA. PRODUTTORE, MARITO E PAPÀ

48 anni, romano doc, Mario Gianani è produttore della società cinematografica e televisiva Wildside, appartenente al colosso Fremantle Media. Dal 2013 è sposato con l’ex ministra Marianna  Madia. La coppia ha due figli: Francesco, 6 anni, e Margherita, 4 anni. Tra i titoli che ha realizzato come produttore figurano le serie tv  Il miracolo, The Young Pope, La mafia uccide solo d’estate, In Treatment e i film Come un gatto in tangenziale, Mamma o papà?, Se Dio vuole.

Foto di  Carlo Gianferro

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