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Carlo Mocellin: «Mariacristina Cella, mia moglie, santa e innamorata della vita»

08/08/2019  Malata di tumore, optò per le sole terapie che non avrebbero messo a rischio la gravidanza. In attesa della beatificazione, il marito Carlo ne ripercorre la straordinaria testimonianza

La simpatia del sorriso, la vitalità dello sguardo ti colpiscono fin dalla prima fotografia. Sono indizi di quella bellezza della santità della porta accanto che papa Francesco ci sta insegnando a riconoscere. Lei è Mariacristina Cella Mocellin, studentessa universitaria, sposa e mamma di Cinisello Balsamo (Milano) trapiantata a Carpané, nel Vicentino. Il prossimo 18 agosto avrebbe festeggiato 50 anni, ma la sua vita si è compiuta già a 26, nel 1995, a causa di un tumore. All’insorgere della malattia, l’anno precedente, si era sottoposta alle sole terapie che non avrebbero danneggiato la salute del terzo figlio, Riccardo, di cui era incinta. Una vita donata (San Paolo, 2005), come titola il libro più famoso tra i tanti dedicati a questa giovane coraggiosa, è una raccolta di testi scelti dal suo diario e dall’epistolario. Per la Chiesa, mentre è in corso la causa di beatificazione, Cristina è già riconosciuta «serva di Dio». Ma per Carlo, 53 anni, Cristina è prima di tutto sua moglie e la mamma dei loro figli.

Carlo, che tipo era Cristina?

«Era una tosta, concreta. Una donna innamorata di Gesù e della vita. Una persona splendida perché normale, che è andata a cercare l’essenziale. Non si è accontentata di vivacchiare. E questo già da piccolina, come anch’io scopro dai suoi scritti».

Il diario e le lettere sono di una qualità spirituale eccelsa…

«Sì, già a 16 anni scriveva di quelle cose… che si spiegano solo se conosceva direttamente il “Padrone di casa”! Le sue domande, le esperienze di fede, il rapporto con Dio… In certi passaggi lei chiede e Lui risponde. Era un dialogo che viveva nel cuore, non ho mai saputo che l’abbia visto direttamente, ma non per questo è meno intenso».

Lei quando ha letto il diario per la prima volta?

«Avevo 20 anni, Cristina 17. Ci eravamo appena fidanzati e subito mi diede in mano il diario. Ci teneva. Credo lo abbia fatto anche pensando: “Se deve spaventarsi, è meglio che succeda presto e che scappi”. Non mi sono spaventato… ma solo per ignoranza spirituale! Intuivo che era qualcosa di grosso ma ero preoccupato soprattutto che alla fine mi interrogasse!».

E come è andata?

«Mi ha solo chiesto cosa ne pensassi. Ho risposto in maniera diplomatica: “Non pensavo che tu fossi così profonda!”. Lei ha sorriso, non voleva mettermi alla prova. Sapeva che, anche con me, sarebbe stato il Padre eterno a fare la parte più difficile. Non pretendeva di cambiarmi, non mi ha mai forzato, nemmeno a pregare. Apprezzava il Carlo che aveva una sua sensibilità, che la amava… E poi avremmo costruito insieme, noi tre».

Noi tre?

«È stata la prima “condizione” che mi ha posto: “Dobbiamo essere in tre”. Con Dio Padre. Io non l’ho accettato facilmente. Eravamo innamorati, stavamo bene… che c’entrava Dio? Il Carlo di quel tempo aveva il suo bel progettino di 80, 100 anni di gittata, con moglie e figli, casa e lavoro. E Dio… che stesse lì, da chiamare al bisogno. Ero un cristiano da compitino, da amore piccolo… Tristezza assoluta!».

Poi che cosa è cambiato?

«Una tappa fondamentale è stata l’arrivo della prima fatica quando, ancora da fidanzati, a Cristina è stato diagnosticato un sarcoma all’inguine. Tre cicli di chemio, l’operazione, la sofferenza… Quell’esperienza ha segnato il nostro amore. Ho cominciato a respirare aria d’eternità, anche se ancora non capivo».

È stato lo stesso tumore che si è ripresentato poi?

«In realtà secondo i medici era completamente guarita, anche perché nel frattempo erano passati 5 anni, ci eravamo sposati, erano nati Francesco, Lucia e stava arrivando Riccardo. Eravamo la famiglia più felice del mondo! Poi il 22 novembre 1993 Cristina mi dice di sentire di nuovo un nodulo… Mi è caduto addosso tutto».

E lei?

«Subito l’ho vista tirata, ma poi ha preso in mano la situazione e mi ha portato dal parroco che con santa semplicità ci ha detto: “Non mollate. Pregate”. L’ho preso alla lettera. Ho chiesto la guarigione con tutte le mie forze. Anche Cristina pregava ma… in modo diverso. Aveva una fiducia totale nel Padre. Sapeva che Egli avrebbe fatto tutto per il bene della sua famiglia. Si fidava e affidava. Allo stremo, un giorno in ospedale le ho detto: “Cristina, ti vedo sofferente, ma serena. Aiutami a essere come te”. Lei mi ha guardato e mi ha risposto: “Va bene, fidati anche tu di Dio!”. Avevo ancora tante resistenze. Non è stato facile, ma quando al Padre eterno apri uno spiraglio, Lui ne approfitta e arriva, ti conquista il cuore e allora… non sei più quello di prima. Non è questione di meriti o di bravura: basta un po’ di disponibilità».

Come vi siete salutati?

«Ci siamo dati appuntamento per l’eternità. Le ho detto: “A malapena saprò fare il papà, tu fai la mamma da lassù”. E lo sta facendo egregiamente da 24 anni. Il giorno in cui l’ho lasciata andare, a Dio ho chiesto che, quando sarà, possa esserci l’incontro tra me e Cristina, e insieme, in due, andare da Lui. So che il Matrimonio sarà un legame diverso da come lo abbiamo vissuto sulla terra, ma se lo pensa il Padre eterno, sarà senz’altro qualcosa di bello e di grande!».

Il diario spirituale

Una vita donata, pubblicato da San Paolo nel 2005, è il diario spirituale di Mariacristina. «Comincio ad amare questa sofferenza, perché mi sta portando a Te», scrive un mese prima di morire.

Nella foto qui a fianco la copertina del libro nell'edizione del 2015, pubblicata a 10 anni dalla morte dell'autrice.

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