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domenica 22 luglio 2018
 
 
Credere

Massimo Achini: la mia tattica è dare fiducia

11/01/2018  Fatiche e sogni del mister della squadra del carcere minorile di Milano: «Credo nello sport, palestra di vita. Tanti ragazzi sono disillusi, il calcio aiuta a rimettersi in gioco»

Alza la voce, incita, chiede di più e, soprattutto, non fa sconti: se c’è contropiede bisogna correre, se scappa il fallo la prima cosa da fare è chiedere scusa. Che i giocatori in campo siano i detenuti del carcere minorile Beccaria di Milano, a lui non importa. O meglio, importa moltissimo visto che, pur allenandoli da pochi mesi per solo due ore alla settimana, li conosce uno a uno, doti calcistiche e umane comprese.

Massimo Achini, 50 anni, è un uomo che ama mettersi in gioco e lo fa con grande umiltà. Dopo 8 anni alla direzione del Centro sportivo italiano, dal 2016 è presidente del Csi Milano nonché allenatore della squadra di calcio dell’Istituto penale per minorenni del capoluogo lombardo.

Achini, come è iniziata la sua avventura di mister del Beccaria?

«Dopo gli anni dell’impegno a Roma avevo deciso di “ricominciare da capo” e tornare sul campo, con le mani e i piedi nelle società sportive. Qualcuno potrebbe leggere questo passaggio come un declassamento, per me invece è stata una scelta di “valore”: stare nelle piccole squadre è una delle esperienze più belle. Ho guidato formazioni che militavano nei tornei Csi come in quelli della Federazione, allenare è la mia passione: per questo ho dato la disponibilità al Progetto carcere».

Basta questa motivazione per entrare in un Istituto penale tutte le settimane?

«Effettivamente non è solo una questione di passione... Dal Beccaria mi avevano hanno fatto capire che il mio apporto sarebbe stato importante. Sapevo che non sarebbe stato facile, altri tentativi erano falliti, ma mi sono sentito chiamato, così ho messo assieme passione e competenza e ho raccolto la sfida».

Al Csi lei è approdato 25 anni fa. Ci racconta il suo esordio nel mondo della pastorale dello sport?

«Da ragazzo frequentavo la parrocchia di Santa Marcellina e San Giuseppe a Milano. Facevo l’obiettore di coscienza, allenavo e giocavo con la Fom, la Fondazione oratori milanesi. È così che ho iniziato a collaborare con il Csi. Poi a 28 anni sono diventato il presidente della sezione milanese».

Una carriera fulminante...

«Credo molto nei valori del Csi e nell’idea che lo sport possa essere uno strumento educativo, una palestra di vita. Vale per i bambini dell’oratorio come per i ragazzi detenuti».

Al Beccaria come sceglie la formazione?

«Ho una rosa di 15 giocatori individuati dalla direttrice dell’Istituto fra coloro che, alla presentazione del progetto, si erano detti interessati. Prima di finire in carcere alcuni ragazzi giocavano quasi da professionisti, ma la tecnica non basta, convoco chi si è allenato bene. Devo dire che ho trovato in loro una disponibilità totale: si allenano con cura, ci tengono a essere una squadra. Se uno si comporta male − ad esempio se salta la scuola − riceve un provvedimento disciplinare che gli impedisce di allenarsi. Quando è successo, mi sono arrabbiato. Privare la squadra del proprio apporto è una grave mancanza. Vorrei trasmettere ai ragazzi l’importanza di prendere gli impegni con responsabilità».

Come si svolgono solitamente i vostri allenamenti?

«Esattamente come quelli di qualunque altra squadra, con sedute impegnative. La nostra non è un’iniziativa di solidarietà ma una formazione vera. Mi comporto come con giocatori qualsiasi, riconoscendo ai ragazzi quanto di buono stanno facendo. Sostenere il positivo è essenziale: tanti ragazzi arrivano da situazioni familiari e sociali degradate, in cui gli adulti non sono stati in grado di essere riferimento né sostegno. Questi ragazzi, abbandonati a stessi, costruiscono muri e barriere relazionali per difendersi. Sa cosa c’è scritto in una cella? Ho il berretto davanti agli occhi e non me lo levo perché se me lo tolgo rischio di fidarmi di te. Fiducia e austostima, lavoriamo anche su questo».

Lo sport riesce a superare queste distanze?

«Sì, a volte basta un pallone per far crollare i muri. Guardarsi negli occhi o dare una pacca sulla spalla sono gesti semplici ma significativi, che in carcere assumono un valore ancora più importante. Quando ci siamo conosciuti abbiamo fatto un patto: siamo qui per allenarci e giocare bene. Come mister punto molto sulla relazione; alcuni si sono aperti e anche gli agenti penitenziari si stupiscono dell’alchimia che si è creata. Il bello dell’allenare è anche questo: si costruiscono relazioni di fiducia in poco tempo».

Che cosa significa, per un minore detenuto, poter far parte della squadra?

«È una scommessa, una grande occasione di riscatto».

Che cosa sta imparando da questa esperienza?

«Innanzitutto, parafrasando don Claudio Burgio (cappellano del Beccaria e autore del libro Non esistono ragazzi cattivi, edizioni Paoline, ndr), ho capito che non ci sono “persone sbagliate” ma solo giovani provati dalla vita che si riparano sotto una scorza dura. Mi fa sempre piacere notare come siano capaci anche di attenzione reciproca. C’è chi è venuto ad allenarsi anche se non era in forma e chi, in occasione di un allenanemento indisciplinato, ha avuto il coraggio di dire a tutti “il mister viene qui per noi, dobbiamo impegnarci di più”. Infine mi ha colpito l’umiltà: i ragazzi non hanno chiesto nulla, né maglie né scarpe, solo di giocare».

Quali sono le regole del calcio che possono essere utili anche nella vita?

«Per i miei giocatori non è facilissimo accettare le regole. Io sto provando a spiegarle, a motivare tutte le scelte. Faccio un esempio: il compito di scegliere chi sarà capitano spetta a me in quanto allenatore. Spiego loro che individuo il giocatore a partire da chi si mette più a servizio della squadra, condividendo la decisione con tutta la formazione. Una piccola abitudine che ci siamo dati è poi la valutazione a fine allenamento: terminata la seduta loro stessi verificano l’andamento della preparazione. La squadra è loro, questa regola aiuta a responsabilizzarsi».

Qual è la raccomandazione che fa più spesso ai suoi giocatori?

«Nello sport si dice “vinca il migliore”. Io ai ragazzi dico: migliorate e dimostrate a voi stessi che siete vincenti. Sappiamo bene che nessuno punterebbe su ragazzi che hanno già perso la fiducia della società; invece dalle cadute ci si può sempre rialzare».

E le gioie dell’allenatore?

«Dopo aver passato metà della vita a servizio dello sport e dell’educazione, mi sento un privilegiato. Dal campetto dell’oratorio ai contesti particolari come il Beccaria, Haiti o altri Paesi del mondo, dove organizziamo campus estivi con i volontari italiani che vanno a condividere la gioia dello sport con ragazzi meno fortunati, per me la sfida è dare forza alle potenzialità educative dello sport. Come mister sono felice di quella che chiamo la “dinamica del marciapiede”: sa cosa succede quando incontri per strada un trentenne che hai allenato da ragazzino? Attraversa la strada e ti viene incontro per abbracciare il mister. Slanci di questo genere ti fanno capire che il tempo passa ma tu allenatore hai lasciato nel cuore dei ragazzi qualcosa di grande».

Tornando all’ambito agonistico, qual è il vostro obiettivo stagionale?

«Partecipare al campionato del Csi al via a marzo. Le partite le giocheremo tutte in casa, ospitando gli avversari al Beccaria. Sarà una bella occasione sportiva e di socialità. Una volta al mese inviteremo poi alcuni campioni dello sport a parlare della loro esperienza. Oggi i ragazzi non conoscono il valore della fatica. Incontrare chi vive valori come dedizione, passione e impegno è un grande assist per fare gol».

Foto di Giovanni Panizza

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