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domenica 15 settembre 2019
 
L'arcivescovo di Palermo
 
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Monsignor Corrado Lorefice: «Noi cristiani liberi, alla scuola di don Puglisi e dei migranti»

23/05/2019  L’arcivescovo di Palermo, che da giovane prete ha collaborato con il sacerdote martire ucciso dalla mafia, riflette sul suo lascito spirituale: «Ci ha insegnato che il Vangelo è più forte dei violenti». E aggiunge: «Oggi non si è liberi se non si sente il bisogno di salvare chi annega nel Mediterraneo»

«Pronto! Sono don Corrado». Risponde così al telefono l’arcivescovo di Palermo monsignor Corrado Lorefice. Dice «don Corrado» proprio come quando era parroco di Modica, nel Ragusano, da dove papa Francesco nel 2015 lo ha chiamato a guidare la diocesi del capoluogo siciliano. Monsignor Lorefice ha il tipico profilo dei vescovi nominati da papa Bergoglio: solida esperienza di pastore accanto alla gente, una particolare predilezione per gli ultimi e spontanea ritrosia all’uso di titoli ecclesiastici e accademici nonostante il ricco curriculum di studi alle spalle e i numerosi incarichi ricoperti. Da giovane prete, «don Corrado» ha conosciuto e collaborato con don Pino Puglisi, il sacerdote palermitano ucciso della mafia nel 1993. Poco dopo l’ordinazione, nel 1987, gli fu affidato il Centro vocazioni della diocesi di Noto, proprio quando don Pino era direttore regionale del medesimo servizio pastorale. Con lui ebbe contatti assidui, tanto da riceverne un’impronta indelebile. Un cerchio che si è chiuso quando, lo scorso settembre, da arcivescovo, ha accolto papa Francesco in visita a Palermo per onorare la memoria del prete di Brancaccio a 25 anni dall’assassinio.

E così, anche oggi, don Puglisi continua a ispirare la missione di monsignor Lorefice, che da poche settimane ha pubblicato un libro dedicato proprio al suo “stile” e alla sua “eredità spirituale”. S’intitola Siate figli liberi! Alla maniera di don Puglisi (edizioni San Paolo, 144 pagine, 12 euro): «È un libro scritto a cuore aperto che risente molto della visita del Papa», spiega. «Il vescovo di Roma è venuto a visitare una Chiesa che in don Pino Puglisi esprime il seme fecondo del martirio. Tutto questo significa che nel dono di sé il Vangelo continua a essere vivo».

Monsignor Lorefice, il titolo del libro parla di libertà. Quali sono le schiavitù da cui la figura del beato don Puglisi ci indica una possibile liberazione?

«Innanzitutto penso al contesto culturale in cui viviamo, che ci sta facendo perdere il senso delle parole più vere. Se un figlio d’uomo rischia di annegare in mare, la libertà vera è indignarsi e far sì che quell’uomo non anneghi. La prima libertà è custodire un cuore umano, difendere il cuore e la mente dai messaggi di individualismo, paura, frenesia… A Palermo poi parlare di libertà significa opporsi ai poteri che vogliono imporre un illecito dominio. Oggi in Sicilia non c’è più il fiume di sangue degli anni Ottanta e Novanta, eppure continua a esistere l’organizzazione mafiosa e ancora di più la mentalità mafiosa. Qui libertà significa avere la schiena dritta, non nel senso dell’orgoglio umano ma di non piegarsi a una servitù verso chi s’impone con la violenza e il denaro. Puglisi ci ricorda che siamo figli liberi se possiamo dire “Padre nostro” e non “Cosa nostra”».

Lei scrive che non si rende onore a don Puglisi se lo si definisce solo «prete antimafia». Egli invece era un missionario del Vangelo e per questo dava fastidio alla mafia, perché educava i giovani alla libertà, li sottraeva a un destino di manovalanza della criminalità.

«Ne sono convinto: si ridurrebbe il suo profilo umano oltre che cristiano. La testimonianza di don Pino è tutta radicata nell’aver preso sul serio il Vangelo, non riducendolo a ideologia ma a senso profondo della vita. Io l’ho conosciuto: per lui il Cristo è una presenza, non è una dottrina. L’opera di Pino Puglisi partiva dai giovani perché potessero conoscere uno stile di vita alternativo. E questo è ancora oggi l’impegno per la comunità cristiana di Palermo: annunciare un Vangelo che ci permetta di essere liberi dai poteri ma anche di avere il coraggio di chiedere alla politica di affrontare i problemi veri che rendono possibile la libertà. Dalla Sicilia i nostri figli non devono più scappare: questa terra può produrre lavoro e cultura. Oggi invece vediamo una politica che, anziché risolvere problemi veri, ne inventa di altri, crea paura. Ecco, dobbiamo avere il coraggio di essere una Chiesa che rifulge dello stesso annuncio di Cristo, che non ha altre distrazioni, non ha altro potere umano, non ambisce a occupare spazi. Il Vangelo, quando realmente accolto, fa paura anche ai mafiosi».

Oramai sono passati quasi quattro anni da quando papa Francesco l’ha voluta come arcivescovo di Palermo. Come sta vivendo questo ministero?

«Il compito è molto grave... Ho la consapevolezza che non devo confidare solo sulle mie forze: Palermo è una diocesi grande, complessa… Tuttavia sento che il Vangelo raccoglie simpatia nella comunità cristiana e anche in tutta la comunità degli uomini di buona volontà. Sul fronte dell’istituzione, per rimanere lucidi, tutto deve essere finalizzato all’annuncio del Vangelo: meno la Chiesa si appesantisce, meglio è. Sento che devo guidare la Chiesa a essere semplice e questo compito mi entusiasma».

Come è nata la sua vocazione al sacerdozio?

«Sono entrato presto in seminario: a 14 anni. Ma a 19 anni c’è stata come un’altra adesione al Signore. E poi, direi quasi a ridosso dall’Ordinazione, ho vissuto un altro salto di qualità: mi sono sentito pronto a esprimermi al Signore in modo libero e consapevole. E oggi sono felice di continuare a rispondere a una chiamata non mia ma del Signore. Ho avuto una famiglia che mi ha introdotto alla fede. Ho vissuto i miei anni di formazione lavorando sodo. Sono stato ordinato da un vescovo che aveva partecipato al Concilio. Insomma, ho fatto esperienza di Chiesa con polmoni ampi, con uno sguardo sul mondo non negativo, ma anzi aperto e libero. Ho imparato a guardare al mondo e alla storia come luoghi dove ci sono già seminate parole di Vangelo che dobbiamo incrociare invece di aver paura».

Ricorda figure significative nel suo cammino?

«Certo: noi siamo frutto dei nostri incontri. Ho avuto alcuni significativi modelli sia tra preti che tra laici. E anche molte figure femminili: a casa è stata significativa mia madre; poi nella formazione sono stato vicino al monastero carmelitano di Noto, in particolare la priora, madre Maria Grazia. L’opportunità di conoscere una comunità cristiana al femminile penso mi abbia molto aiutato a non chiudermi in una visione clericale. Mi ispirano poi alcuni grandi preti: don Mazzolari, don Milani. Ho studiato e amo la testimonianza di don Giuseppe Dossetti, tramite il quale ho conosciuto anche madre Agnese Magistretti, della Famiglia dell’Annunziata, la curatrice degli scritti di Dossetti».

Che rapporto ha con il Papa?

«Sento molto forti le sue parole quando mi ha scelto come vescovo: “Rimani quello che sei. Non cambiare mai”. Mi sento molto sostenuto dal Santo Padre, dalla sua capacità di richiamarci all’essenzialità del Vangelo. La visita di Francesco in Sicilia lo scorso settembre è stata un grande dono per la nostra Chiesa. Mi ha molto colpito un episodio…».

Ci racconti!

«Durante il pranzo con i poveri alla Missione Speranza e Carità di Biagio Conte, un commensale, un migrante del Camerun, ha detto a Francesco che gli sarebbe molto piaciuto visitare il Vaticano. Il Papa si è subito rivolto a me e ha detto: “Organizziamo il viaggio per François. Tutto a spese mie!”. Poi la giornata è proseguita tra molti impegni. Quando è stato il momento di salutarci, alla scaletta dell’aereo, Francesco mi ha detto: “Forse non potrai venire, ma chiedi che qualcuno accompagni François”. Lì ho avuto la conferma che per il Papa i poveri non sono una categoria sociologica. Lui è un contemplativo: nei poveri vede Cristo. Per tutta la giornata è stato concentrato sul sogno di François e sul suo volto. Ecco perché il Papa ci ricorda che il Vangelo è il fatto serio dei cristiani».

Lo racconta anche nel libro, ma lì non dice se poi François ci è andato dal Papa...

«Certo, ci mancherebbe! A marzo con i fedeli della diocesi di Palermo siamo andati in Vaticano per restituire la visita di Francesco e sapevo bene che il Papa mi avrebbe chiesto di nuovo di lui. In quell’occasione l’ho portato con me a salutarlo. François, nel frattempo, aveva chiesto di essere battezzato ed è anche diventato sarto. Così ha confezionato un grembiule per il Santo Padre con scritto “Tu lavi i piedi a me” (Giovanni 13). Ha consegnato questo dono al Papa e lui ha detto: “Questo lo userò il Giovedì santo”. E così è stato durante la Lavanda dei piedi al carcere di Velletri. Un povero che riconsegna al Papa la Parola del Vangelo: sono piccoli segni che dicono molto…».

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