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giovedì 22 agosto 2019
 
I perché di una scelta
 

«Diventare mamme? Non se ne parla proprio»

14/06/2017  In Italia il tasso di natalità è uno dei più bassi del mondo e la popolazione sta diminuendo. Abbiamo chiesto a due donne sposate da anni, Daniela e Manuela, perché hanno deciso di non avere bambini. Ecco le loro motivazioni

Cresce il numero delle coppie che decidono di non avere figli, una delle cause della denatalità che sta interessando il nostro Paese, che ha un tasso di natalità di tra i più bassi del mondo (peggio di noi solo il Giappone e Hong Kong). Abbiamo chiesto a due donne, regolarmente sposate da anni, perché hanno deciso di non avere figli. 
Daniela è sposata  da 16 anni e vive in Lunigiana da 10 dopo una vita trascorsa Milano. Il marito fa il programmatore e lei dopo un esperienza negli asili nido e una come impiegata è attualmente disoccupata con il progetto di aprire una libreria.  
«Abbiamo deciso insieme di non avere figli e non siamo assolutamente pentiti. Ne abbiamo parlato tanto dopo il matrimonio, io forse ero più propensa ad averne almeno uno. Prima di sposarci abbiamo vissuto (mio marito in prima persona) una malattia, che ha sicuramente minato la nostra sicurezza di poterne avere, e soprattutto mio marito ha avuto "timore" di poter rivivere la malattia, lasciandomi sola con un bimbo da crescere. Siamo una coppia molto unita e il suo ragionamento mi ha portato a condividere la scelta di non avere figli.
Siamo molto sereni, non abbiamo rimpianti.

Manuela ha 42 anni, vive tra Formia e Londra, è consulente editoriale scrittrice per bambini e studiosa di letteratura per l’infanzia.

«Ci può essere una ragione, nessuna, centomila. Dietro ogni non-madre, c’è una storia diversa, così come ogni donna possiede un’identità diversa che non si basa necessariamente sulla potenziale maternità. Ho 42 anni e ci sono tante cose che non ho fatto e che forse non farò mai. I figli sono una di quelle, una parte delle potenzialità che non esprimerò per mancanza di un percorso di vita adatto, per motivi personali, per mancanza di predisposizione o di desiderio profondo, perché il contesto sociale in cui vivo mi richiede un prezzo troppo alto.
A livello pratico, come molti della mia generazione, non avrò mai la pensione. Se facessi un figlio adesso – figlio unico di genitori maturi – si ritroverebbe due anziani da gestire in un’età in cui dovrebbe invece perdersi per il mondo per trovare la propria strada. Io e suo padre potremmo diventare una zavorra, c’è questa reale possibilità. E anche se l’amore pare giustifichi tutto, secondo le narrazioni correnti, questo quadro familiare mi lascia molto diffidente. 
Perché un figlio poi è una cosa ENORME. Creare un altro essere umano – mi sembra un atto così straordinario da diventare paralizzante. Mi guardo intorno e il “fallo e poi un modo troverai come tutti” mi sembra una strategia che funziona per chi ha la genitorialità scritta nel DNA, per chi ha la vocazione. A tutti gli altri tocca semplicemente adeguarsi tra frustrazione, senso di colpa, senso di inadeguatezza, rassegnazione, a volte persino infelicità. Al numero dei non nati, bisognerebbe affiancare quello più agghiacciante dei frequenti omicidi in famiglia, delle madri ma soprattutto dei padri che trovano nel gesto efferrato e folle la soluzione a un meccanismo che di fatto non è reversibile. Mi chiedo: e se mi sentissi in trappola anche io? 
Potrebbe succedere. Amo il mio lavoro che mi porta a viaggiare molto e a incontrare persone sempre nuove, in ambienti stimolanti. Leggo, scrivo, studio, progetto, sono una persona di grande dinamismo che ama stare in compagnia e ha un senso dell’amicizia incommensurabile. Un figlio, inevitabilmente, ridimensionerebbe tutto questo. Niente più viaggi di lavoro frequenti, niente più “faccio la valigia e arrivo”, niente progetti avviati d’istinto per il gusto dell’avventura. Potrei sentirmi in trappola? Potrei. L’amore per un figlio, le gioie della maternità, sopperirebbero al resto? Forse. O forse no. Assomiglia al gioco d’azzardo, solo che la posta sono le vite di persone vere.
    Ho letto che le depressioni post-parto sono in aumento e non mi stupisce affatto. Essere mamme significa anche, in un certo senso, anche se hai il compagno o il marito più attento del mondo, essere sole. Questo lo capisco anche se non sono mamma – lo vedo, lo percepisco, lo sento a pelle. Un figlio ti cambia, mi dicono le mie amiche, e io la conosco la fatica enorme del rinnovare me stessa a ogni passaggio obbligato che la vita mi mette davanti. Solo che il figlio non passa, non lo puoi dare indietro, non gli puoi dire: aspetta che devo riprendere fiato, che così non ce la faccio. Affrontare un grande cambiamento, una rivoluzione della mia identità e del mio modo di vivere, chi mi assicura che ce la farei? Nessuno, e quindi anche da non-madre sono, in un certo senso, sola. 
La lista potrebbe continuare all’infinito. Le ragioni per fare un figlio si riducono di solito a una (perché lo voglio), ma dietro un non-figlio ci sono milioni di domande senza risposta. E se nasce disabile? E se perdo il lavoro? E se il parto mi lascia qualche danno permanente, come la donna di cui ho letto con la vescica distrutta? E se mi pento? E se mi deprimo al punto da non riuscire a riprendermi? E se il bel legame di coppia che ho si spegne a causa dei figli? E se… e se… e se…. Mio marito me lo dice, certo: non puoi ragionare con tutti questi “se”. So che di base ha ragione, ma io sono una scrittrice, abituata a creare infiniti percorsi narrativi partendo da un unico punto di svolta nel percorso dei personaggi. E sono per giunta scrittrice per bambini, cioè abituata a maneggiare tutte le sfumature dell’infanzia, della famiglia, della crescita. È un paradosso? Affatto. Conosco le luci, e anche le ombre. E penso che una nuova vita sia troppo preziosa per accoglierla senza essersi prima posti alcune domande su se stessi e su cosa davvero ci aspettiamo dalla famiglia di cui abbiamo scelto di fare parte. Sia essa grande come due persone o come il mondo intero».

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