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Non ci sarebbe Francesco senza Benedetto

20/06/2013  Continuità nella diversità. E soprattutto nessuna contrapposizione. Il direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, riflette sui due Papi.

«Quando le mani di Benedetto si sono unite in una stretta a quelle di Francesco, si è avvertita la continuità di una riforma che, sebbene in forme diverse e con stile diverso, muove la Chiesa». Così padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore de La Civiltà Cattolica, conclude il suo diario Da Benedetto a Francesco – Cronaca di una successione al pontificato (Lindau) sugli avvenimenti che hanno scosso e rigenerato la Chiesa negli ultimi mesi.
Ora la distanza anche temporale degli eventi permette di tracciare un primo bilancio di un passaggio che non ha precedenti nella storia moderna del cattolicesimo.

- Quali sono i tratti di maggiore discontinuità, se ci sono, tra Francesco e Benedetto XVI?

«Ogni Pontefice va considerato in se stesso e non sempre nel paragone con altri. Si rischia di non avere le categorie corrette per la comprensione. Nello stesso tempo la differenza di stile, legata alla formazione e alla esperienza non basta per comprendere a fondo la radice comune del pontificato di Benedetto e di quello di Francesco. La verità, a mio avviso, consiste nel fatto che tra i due papi c’è stato non un salto ma un passaggio di testimone. Benedetto ha sentito la necessità di porre una sfida positiva alla Chiesa desiderando un successore capace di esprime vigore di corpo e di anima per affrontare i rapidi cambiamenti del mondo contemporaneo e le sfide di maggior peso per la fede. Francesco ha raccolto questa sfida da pastore e da uomo di governo. E ne stiamo vedendo gli effetti».

Benedetto XVI e papa Francesco insieme.
Benedetto XVI e papa Francesco insieme.

- I media hanno spesso sottolineato che dopo  il “papa teologo”è stato eletto un “papa pastore”. Una distinzione giusta o è stata troppo enfatizzata e forzata?

«Benedetto e Francesco, Ratzinger e Bergoglio sono più vicini di quel che si pensa nella comprensione stessa della teologia. Nel suo volume sull’infanzia di Gesù, Benedetto ha inteso soprattutto ragionare su alcune domande fondamentali riguardo ai testi biblici: È vero ciò che è stato detto?”, Riguarda me? E se mi riguarda, in che modo? Per papa Ratzinger bisogna ben guardarsi dunque da una teologia che si esaurisce nella disputa accademica e puntare a una teologia che mi riguarda, che mi tocca, che mi interroga. Questo è anche lo stile di Bergoglio nel suo dialogo col testo biblico, come si vede nei suoi scritti spirituali, ed è anche lo stile di interlocuzione personale che egli usa nelle sue omelie. In una sua meditazione del 1982, che ho pubblicato su La Civiltà Cattolica, Bergoglio scrive che la nostra teologia dev’essere legata alla vita, all'esistenza. Quando c’è Dio, la prima cosa da fare è mettersi in ginocchio. Poi viene l’intelletto umano ad approfondire e a spiegare come Dio sia lì. La teologia per Bergoglio si studia in ginocchio. Dunque Benedetto e Francesco sono accomunati radicalmente dalla loro visione classica e antica della teologia intesa come “teologia in ginocchio”, che nutre la fede».

-Lei è gesuita come Jorge Mario Bergoglio. Da “confratello” del Papa quali sono le caratteristiche maggiormente “gesuitiche” del suo stile pastorale?

«Papa Francesco è radicalmente gesuita nel senso che si è formato alla spiritualità di sant'Ignazio da giovane. La spiritualità non è solamente un modo di pregare ma un modo di vivere, di vedere il mondo e di agire. Ascoltando il Papa e vedendo i suoi gesti vedo che in lui la spiritualità ignaziana è presente nei temi che affronta, nella passione per la Chiesa, nel modo di parlare e di esporre i suoi argomenti, ma forse soprattutto nel suo modo di agire e di gestire l'autorità. Il superiore gesuita è una persona ben consapevole della sua responsabilità. E proprio per questo prima di decidere ascolta molto. È quello che sta facendo papa Francesco. Parte sempre dall'esperienza e dall'ascolto delle esperienze per poi decidere ed agire. Un altro tratto è l'attenzione insieme alle persone e alle istituzioni. Ignazio è stato un fondatore di istituzioni, intese però sempre come a servizio della vita cristiana. Penso alle istituzioni scolastiche, alle università, alle missioni che i gesuiti hanno fondato nel tempo. Dunque papa Francesco non oppone spirito e istituzioni, e neanche popolo e curia, ma al contrario, sa quanto necessaria sia l'istituzione per la vita e dunque non vive questo genere di opposizione ma semmai, come lo stesso Benedetto XVI ha affermato negli ultimi suoi discorsi, vede le istituzioni a servizio della Chiesa viva. Il rinnovamento non potrà che venire da questo sano realismo contrario a ogni utopismo astratto. Papa Francesco è realista».

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