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Quel milione di cattolici nelle terre della Shari'a

25/10/2018  Paul Hinder è pastore ove i musulmani sono maggioranza assoluta ma guida una grande comunità formata esclusivamente da migranti. E dell’islam dice: «La conoscenza diretta può cancellare i tanti pregiudizi reciproci»

Il vescovo Paul Hinder è nato a Lanterswil (Svizzera) il 22 aprile 1942. Dal 31 maggio 2011 è vicario apostolico dell'Arabia meridionale (foto tratta da <a href="https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bischof_Paul_Hinder_a.JPG" target="_blank">commons.wikimedia.org</a>)
Il vescovo Paul Hinder è nato a Lanterswil (Svizzera) il 22 aprile 1942. Dal 31 maggio 2011 è vicario apostolico dell'Arabia meridionale (foto tratta da commons.wikimedia.org)

«Quando fui nominato ufficialmente nuovo vicario d’Arabia, ormai quindici anni fa, un mio amico vescovo mi inviò una lettera in cui diceva: “Congratulazioni, caro Paul, anche se non so che cosa farai laggiù!”. E io gli risposi: “Grazie carissimo, sappi che nella mia diocesi avrò probabilmente più cattolici di te!”».

Monsignor Paul Hinder ricorda con un sorriso il momento in cui gli venne affidata la responsabilità della più estesa diocesi del mondo, oltre tre milioni di chilometri quadrati nelle roventi lande della penisola arabica: dal Bahrein all’Oman, dal Qatar agli Emirati Arabi, dallo Yemen all’Arabia Saudita, la terra dell’Islam per eccellenza. Per lui, cappuccino di origine svizzera che veniva dalla verde regione della Turgovia, quella nomina fu letteralmente uno shock. «Da qualche tempo era nell’aria, ma io la rifiutavo. Ero convinto che quello non potesse essere il posto per me. Come mi sbagliavo!».

Quando arrivò nella sua nuova casa ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati e sede del vicariato, monsignor Hinder scoprì una Chiesa sorprendente, «vitale, piena di gioia, capace di trasmettere un’energia incredibile anche al suo pastore, che spesso deve affrontare anche problemi e difficoltà». Uno scenario che non è cambiato nel 2011, con la riorganizzazione del vicariato, quando al vescovo Paul, come lo chiamano familiarmente tutti i suoi fedeli, è rimasta la responsabilità “soltanto” di tre Paesi: Emirati, Oman e il martoriato Yemen. Almeno un milione di cattolici, e le stime sono per difetto.

Ma chi sono questi cristiani del Golfo Persico?

«Sono tutti migranti: vengono dall’Asia, in particolare da India e Filippine ma anche Pakistan e Bangladesh, dal Medio Oriente, molti dall’Africa e qualcuno dall’Europa e dall’America. Si tratta di lavoratori attratti in massa dal boom economico dovuto al petrolio: professionisti e imprenditori ma soprattutto operai, impiegati di hotel e ristoranti, domestiche».

Com’è la quotidianità in parrocchia? Sulle porte delle chiese di Abu Dhabi e Dubai gli orari delle Messe festive riportano una decina di celebrazioni, dalla mattina presto alla sera, in tutte le lingue del mondo.

«Sì, per noi le chiese piene e multicolori sono la norma. Nel week end, a cominciare dal venerdì che è il giorno di riposo in queste terre islamiche, a Messa vengono tra le 25 e le 30 mila persone, a Dubai almeno il doppio. Il che signi•fica anche problemi logistici, perché non è facile attribuire spazi e fasce orarie alle diverse comunità… C’è sempre qualcuno che rimane scontento! Contemporaneamente, poi, nel •fine settimana si organizza il catechismo per migliaia di ragazzi, tutto nelle mani di laici volontari».

Come gestite le differenze di riti e di culture?

«È una sfi•da quotidiana. Nel Golfo abbiamo tutti i riti cattolici orientali, una dozzina, tra cui spiccano quelli tradizionali dell’India: siro-malabaresi e siro-malankaresi. È una ricchezza eccezionale, ma le diverse sensibilità possono causare anche incomprensioni, a cominciare da dettagli banali come il dress code: gli indiani, con i loro lunghi abiti colorati, non comprendono la disinvoltura delle donne filippine, mentre gli americani vengono in chiesa in pantaloncini, con grande disappunto degli africani, per i quali l’incontro con il Signore richiede un abbigliamento il più elegante e dignitoso possibile. E a noi sacerdoti tocca mediare e gestire le incomprensioni. Nella Penisola arabica, ancor più che altrove, è fondamentale che noi cristiani restiamo uniti, parlando a una voce sola in mezzo al mare di Islam che ci circonda».

Perché sostiene che, nonostante tutte le difficoltà, questa Chiesa d’Arabia esprime l’essenza del messaggio evangelico per certi versi meglio di quella europea?

«Noi siamo una Chiesa migrante. Tutti, a cominciare dal vescovo, dobbiamo rinnovare regolarmente il permesso di soggiorno, e se per qualche ragione il rinnovo viene negato, per le famiglie sorgono problemi enormi. Questa condizione ci permette di immedesimarci nelle narrazioni bibliche che spesso sono proprio di migrazione: da Abramo all’esilio di Babilonia fino alla costituzione della prima Chiesa intorno al Mediterraneo. Senza entrare qui nelle polemiche che imperversano in Italia, dico solo che oltre l’80% della popolazione degli Emirati è costituita da stranieri, tra cui noi cristiani».

Come vivono questi lavoratori lontani da casa?

«I turisti che vengono a Dubai, Abu Dhabi, o a Doha in Qatar, vedono i grattacieli mozzafiato, le isole artificiali, i souk colorati, e non si rendono conto che dietro le quinte di questo lusso c’è una massa di persone – dagli operai dei cantieri agli impiegati di alberghi e negozi fino alle domestiche – che vivono spesso in condizioni disumane. Molti abitano stipati nel labour camp, città ghetto in periferia, e lavorano duramente dall’alba alla sera. La legislazione è migliorata, ma mancano ancora i controlli».

Negli Emirati potete professare la vostra fede, senza dare troppo nell’occhio. Com’è invece la situazione dell’Arabia Saudita?

«Lì non c’è libertà di culto, ma è permesso radunarsi in piccoli gruppi, discretamente, per pregare e a volte celebrare la Messa. Tuttavia, anche se la polizia religiosa ha meno poteri di qualche anno fa, manca ancora la sicurezza: i cristiani sono in balìa delle autorità, che da un giorno all’altro possono decidere di espellere qualcuno dal Paese. Con l’attuale erede al trono, Mohammad bin Salman, stiamo assistendo a un’apertura mai vista prima, ma non ci facciamo illusioni. Continuiamo a sperare e a pregare».

E che cosa può dirci del dramma dello Yemen?

«La situazione è molto complessa, ma ciò che è certo è che troppi hanno interesse a che questa guerra non finisca. Parlo di chi vende le armi, cioè le nostre compagnie occidentali. Qualche volta vorrei che riunissero i loro consigli di amministrazione nello Yemen, sotto le bombe: forse allora capirebbero che cosa vuol dire».

Che cosa le hanno insegnato questi anni di convivenza con l’Islam?

«Prima di tutto grande rispetto per quei musulmani che vivono la religione con profondità e convinzione, nella quotidianità. Penso che da loro dovremmo imparare a essere orgogliosi della nostra fede cristiana. Non timidi e tiepidi come spesso siamo in Europa. Poi, mi sono reso conto che solo la conoscenza diretta può cancellare i tanti pregiudizi che nutriamo reciprocamente e aprire la strada al dialogo».

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