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«Signore, dona a loro la gioia eterna e il loro sorriso illumini il Cielo»: è la frase scelta dai familiari per il manifesto funerario di Anna Democrito e dei suoi figli Giuseppe e Nicola, morti tragicamente nella notte fra il 21 e 22 aprile cadendo insieme dal balcone della loro casa, a Catanzaro. Anna avrebbe compiuto 46 anni il prossimo 4 luglio, Giuseppe ne aveva compiuti 4 il 15 marzo e l’ultimo arrivato in famiglia, Nicola, era nato il 5 dicembre dello scorso anno. L’autopsia ha confermato che il volo è stato contestuale e che forse uno dei corpi ha protetto quello della sorellina Maria Luce, neppure 6 anni, ricoverata all’ospedale pediatrico Gaslini di Genova in rianimazione con prognosi riservata.
Il papà Francesco Trombetta è volato dal capezzale della figlia a Catanzaro per la Messa esequiale presieduta dall’arcivescovo Claudio Maniago, nella Basilica dell’Immacolata, mentre il sindaco Nicola Fiorita ha proclamato per il 25 aprile il lutto cittadino con l’esposizione delle bandiere a mezz’asta sugli edifici comunali durante i funerali. Francesco ha voluto portare a spalla il feretro del terzogenito Nicola e si è messo in ginocchio vicino alle bare. Don Vincenzo Zoccoli, parroco del Santissimo Salvatore dove la famiglia Trombetta partecipava alla Messa domenicale e ai sacramenti, e dove Anna aveva prestato servizio per tanti anni come catechista e volontario, ha concelebrato.
«In questa celebrazione vogliamo affidare al cuore del Padre queste vite spezzate, e insieme pregare per chi resta: in particolare per Francesco che in un attimo ha perso la moglie e due figli ed è al capezzale della piccola Maria Luce che lotta fra la vita e la morte. Ci stringiamo a loro due con tutto l’amore di cui siamo capaci, perché ci auguriamo che sentano di non essere soli in questo momento così tragico», ha esordito monsignor Maniago nell’omelia. Esortando ad aggrapparsi alla Parola di Dio e al mistero pasquale, il presule ha sottolineato: «È il silenzio l’atteggiamento che dobbiamo vivere per inchinarci con rispetto di fronte a queste bare e per attendere sempre in silenzio che Dio possa scrivere in queste tenebre, parole di luce che siano consolazione e vita nuova per noi, ma soprattutto per Francesco e per la piccola Maria Luce». E ha proseguito: «Solo un Dio inchiodato sulla croce può dirci parole credibili anche di fronte alla morte, a questa morte e può garantire che la morte non sarà l’ultima parola pronunciata sulla nostra vita». Ricevendo il sacramento del battesimo, ha ricordato, «siamo inseriti nel mistero pasquale di Gesù, siamo affidati al nostro Dio, che è Signore della vita e della morte, perché ci dia quella speranza di immortalità che noi non siamo in grado di assicurarci. Per questo, davanti alla morte, anche davanti a questa morte terribile e prematura che ci lascia sgomenti, vogliamo rinnovare la nostra professione di speranza in Cristo. A Lui, alla sua infinita misericordia, affidiamo la vita di Anna; a Lui e al suo tenero amore affidiamo i piccoli Giuseppe e Nicola. Siamo certi che Cristo non è lontano da loro, lui che ha conosciuto l’angoscia e l’amarezza della morte».
Infine l’arcivescovo ha voluto rivolgersi direttamente al marito e padre delle vittime, «alla piccola Maria Luce e ai loro cari che sentono in modo particolare la sofferenza di questo momento. Vorremmo esservi così vicini – con la preghiera e l’affetto – da lenire almeno un po’ la vostra sofferenza. Vorremmo che non vi sentiste soli nel vostro dolore, ma sapeste che la comunità cristiana vi è vicina, che la città vi è vicina, che tante persone di questo nostro Paese condividono il vostro dolore e vi sono vicine. Il ricordo dei vostri cari defunti vi spinga ad amarvi ancora di più, a rinnovare la fede in Dio e la speranza nella vita». Le tre bare, ha concluso, «ci chiedono un rispettoso silenzio di fronte a una tragedia assoluta, ma al tempo stesso di non lasciar passare invano questo dolore, ma di trasformarlo in un’attenzione più concreta e una maggior cura reciproca, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nella nostra società; ci domandano di fermarci a guardare meglio le nostre fragilità, i nostri figli, i nostri anziani, ma anche i nostri amici, i nostri vicini, cercando di costruire insieme una società più accogliente, dove sia sempre più difficile sentirsi soli».





