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lunedì 14 ottobre 2019
 
 

"Riprendiamoci il maltolto"

09/03/2014  I beni confiscati alle mafie sono presenti in circa il 10% dei comuni italiani. Ma perché il tesoro dei boss possa venire finalmente riutilizzato per scopi sociali, occorrono in media cinque anni, a volte anche dieci.

“Riprendiamoci il maltolto”: recitava così la campagna di Libera che nel 1996 portò, con oltre un milione di firme raccolte, all’approvazione della legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie. È in questa direzione che il bene più grande confiscato alle mafie a Milano diventerà un pensionato per famiglie senza casa e un luogo per iniziative socio-culturali di promozione della legalità. Il 25 gennaio, le chiavi della Cascina di Chiaravalle, vicino alla famosa abbazia cistercense alla periferia sud-est, sono state consegnate dal vicesindaco di Milano De Cesaris a Claudio Bossi, rappresentante della cordata (Sistema Imprese Sociali, Arci, Chico Mendes e La Strada) che ha vinto il bando per la gestione della più vasta e lussuosa tra le 130 proprietà sequestrate e assegnate finora dallo Stato al Comune. 2.000 metri quadrati di superficie, 15 ettari di terreno agricolo, un valore di mercato di svariati milioni di euro.

Beni confiscati alle mafie sono presenti in circa il 10% dei comuni italiani; anche al nord, dove - spiega un rapporto del Cnel - prosegue “la conquista silenziosa di pezzi dell’economia legale, la sostituzione di vecchi proprietari - imprenditori o commercianti - attraverso il prestito usuraio che, insieme all’edilizia, è diventato il vero cavallo di Troia per conquistare le cittadelle economiche”. Alla faccia di chi crede che la criminalità organizzata sia solo al sud, secondo i dati della Anbsc (Associazione nazionale beni sequestrati e confiscati) sono quasi mille i beni sequestrati in Lombardia (quarta in Italia dopo Sicilia, Campania e Calabria e prima della Puglia). Un patrimonio immenso: secondo la presidente del Tribunale Livia Pomodoro, solo a Milano il “tesoro” sequestrato nel 2013 è stimato intorno ai 30 milioni di euro, in calo rispetto all’anno precedente.

Ma, perché il tesoro dei boss possa venire finalmente riutilizzato per scopi sociali, occorrono in media cinque anni, a volte anche dieci, prima dell’assegnazione alle associazioni. In tutto questo tempo, i beni rischiano di rovinarsi e perdere valore. Nel caso, virtuoso, della Cascina Chiaravalle non è stato così: le chiavi sono passate in tutta fretta dall’Agenzia nazionale al Comune, che ne ha stabilito velocemente la destinazione. Ora saranno necessari un anno di lavori di riorganizzazione e poi questi spazi potranno ospitare una cinquantina di persone, mentre il terreno, prima in parte destinato a frutteto, tornerà ad essere coltivato con l’inserimento lavorativo di persone con disabilità e adulti in difficoltà (cooperative B).

Chi ci viveva nel 2009 (la confisca definitiva è del 2012) aveva un tenore di vita da milionario, come si capisce dalle due colonne neoclassiche scenograficamente collocate all’ingresso del salone principale, dalle palme, dal forno per le pizze e dal progetto di una piscina. O dai marmi di varie tonalità, che coprivano le due grandi case dipinte di giallo e una dependance dove giocavano i bambini. Proprio questo lusso ha insospettito il Tribunale di Milano: non c’era proporzione con il reddito dichiarato dal proprietario, che, quando è arrivato in Lombardia dalla Calabria, aveva iniziato a collezionare condanne per i reati più vari e, negli anni Ottanta, ad investire parte dei propri guadagni in questa reggia tra i campi di grano e papaveri. Ora, però, si cambia musica: Cascina Chiaravalle diventa da luogo per uno a luogo per tutti.

 
 
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