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giovedì 27 giugno 2019
 
 

Mordacci: ci vuole più rispetto

09/10/2012  Parola tanto usata quanto logora, impiegata di recente nelle campagne di grandi eventi sportivi, è l'elemento centrale di qualsiasi etica. Con una forte valenza politica.

La campagna della Uefa per una cultura del rispetto.
La campagna della Uefa per una cultura del rispetto.

L'ALFABETO DELL'ETICA
6. Rispetto
Con l'intervista a Roberto Mordacci, docente di Filosofia morale, sulla nozione di rispetto prosegue la serie "L'alfabeto dell'etica", un'indagine sulle parole e i concetti da riscoprire per orientarsi di fronte alle sfide del nostro tempo. La serie è stata inaugurata dalla conversazione con Laura Boella sull'immaginazione come facoltà morale ed è continuata con l'intervista a Richard Sennett sulla collaborazione quale modalità vincente della convivenza. Poi ha offerto il resoconto della lezione del Dalai Lama sull'"egoismo saggio" e l'intervista a Marc Augé, che identificava nella conoscenza la vocazione più alta dell'uomo. Edgar Morin, infine, indagava il significato di sviluppo.

«La nozione di rispetto ammette una molteplicità
 di piani che, pur restando distinti, sono riconducibili
 a una fondamentale asimmetria: quella di un soggetto agente
 che si trova di fronte a un valore  che eccede
 la semplice disponibilità del suo arbitrio.
 Non possiamo fare ciò che ci pare
 con ciò che merita rispetto» (Roberto Mordacci, Rispetto)



Di che cosa parliamo, quando parliamo di rispetto?
La domanda sorge spontanea di fronte all’insistito utilizzo della parola, adottata in contesti tanto diversi da far sorgere il sospetto dell’abuso. “Respect” ha campeggiato per tutta l’estate, prima durante gli Europei di calcio, poi durante le Olimpiadi. Non meno avaro è l’uso quotidiano della parola: «Ci vuole rispetto», «Merito rispetto», «Non c’è più rispetto per nulla»…

La confusione del linguaggio, lo sappiamo, non è fine a se stessa: è sempre specchio di una confusione concettuale, quindi, ancora più in profondità, di un’insipienza culturale e morale. Riappropriarsi del significato autentico della parola è il primo passo per ridare al rispetto quel che è del rispetto, sostenuti dalla convinzione che, sensa di esso, difficilmente si dà un’etica. Rispetto di Roberto Mordacci (Raffello Cortina) si muove proprio entro questo orizzonte: entra nelle viscere della parola, poi ne ricostruisce la parabola concettuale per tentare, infine, una sintesi teorica. Un’impostazione che contraddistingue la collana “Moralia”, diretta dallo stesso Mordacci con Andrea Tagliapietra.

Di che cosa parliamo, dunque, quando parliamo di rispetto? «È una parola consumata, che nella ripetizione continua ha perso profondità, sulla quale è facile fare ironia: “Lei non sa chi sono io!”», riconosce il professore, che insegna Filosofia morale alla facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute di Milano, fondatore e coordinatore del Centro studi di etica pubblica e del blog www.moraliaontheweb.com. «Di recente la parola è risuonata molto, soprattutto in ambito sportivo. Era il claim degli Europei di calcio, ad esempio. In tale contesto, rispetto significa riconoscere la forza dell’avversario. Un’accezione non buonista della parola, dunque: mi misuro con l’altro perché ha una forza che mi si oppone e che potrebbe arrivare al punto di soverchiarmi. Qui il rispetto non scaturisce dal riconoscere l’altro come uomo, dalla sua dignità, almeno in prima istanza, bensì dal riconoscimento della forza altrui. Sappiamo, io e l’altro, che il confronto delle nostre forze deve tuttavia avvenire dentro una cornice di regole, non come dispiegamento di una forza bruta. Solo così può aver luogo la competizione. Si tratta di una versione delle relazioni interpersonali che non scade nella retorica dell’apertura incondizionata all’altro. Il contesto sportivo ha il merito di mettere in luce che il rispetto, inteso come osservanza di un sistema di regole, è conditio sine qua non per il gioco stesso».

Roberto Mordacci, docente di Filosofia morale.
Roberto Mordacci, docente di Filosofia morale.

Nel suo saggio lei evidenzia come il rispetto, storicamente, sia stato collegato a un’autorità o un potere, qualcosa di esteriore al soggetto, implicando un rapporto asimmetrico fra un superiore e un inferiore.
«Questo è il punto originario dell’idea di rispetto. Il termine greco aidos, ad esempio, indica pudore, ritegno, vergogna di fronte a un’autorità riconosciuta, che può identificarsi tanto con un’istituzione quanto con i genitori. È una forma di rispetto verticale, gerarchico, che vede nell’autorità una fonte di forza che viene riconosciuta. Il cristianesimo ha portato a maturazione un movimento - non assente nella cultura classica antica - in due direzioni: in senso verticale, verso un’autorità somma, assoluta, che possiede il massimo della forza e che tuttavia non è ostile, anzi, originariamente buona e fonte dell’essere; tale verticalizzazione, che coincide con il rispetto dovuto a Dio, si traduce poi nella possibilità di pensare che al cospetto di una tale autorità ogni uomo è uguale, secondo una dimensione orizzontale che mette sullo stesso piano tutti gli uomini, al di là del ruolo, del censo, della qualifica… In questo rispetto orizzontale che gli uomini devono gli uni agli altri, vi è la premessa del cammino moderno, il quale, restando su un piano meramente umano, senza riferimenti a un orizzonte trascendente, giunge a riconoscere che l’uguaglianza degli uomini si fonda su un potere incondizionato che li abita, identificato nella libertà, nella capacità di autodeterminazione. Kant è l’emblema di questa conquista; un Kant che, a mio avviso, qui va avvicinato a sant’Agostino. Per onestà intellettuale Kant si ferma un passo prima di Agostino, ravvisando un simile potere incondizionato non in Dio bensì nella libertà che aderisce al trascendentale. Emerge dunque la sacralità della libertà interiore, che non è arbitrio di fare ciò che si vuole, ma possibilità di allinearsi al sé più profondo. Qui nasce l’idea di tolleranza, il divieto morale di imporre all’altro la propria verità, anche quando fossimo certi che è nell’errore».

A noi contemporanei, abituati a legare l’idea di rispetto a quella della persona, sfugge che essa è l’esito di una lenta conquista della modernità…
«L’interiorità è il marchio dell’Occidente o, meglio, della cultura europea: è ciò che possiamo rivendicare come “nostro”. Atene, Gerusalemme e Roma – possiamo dire anche così – hanno messo le fondamenta di Parigi, ovvero dell’illuminismo, un movimento che oggi non va di moda e che non viene compreso nella sua essenza».

Nel passaggio dalla concezione antica di rispetto, esteriore e asimmetrica, a quella moderna, interiore e simmetrica, resta il riconoscimento di un qualcosa che non è riducibile alla volontà e al potere del soggetto; una dimensione indipendente e superiore, rispetto ad esso.
«Anche nella versione laica del rispetto resta una traccia di trascendenza, che non assume forme religiose, ma resta nell’orizzonte naturale. La sensibilità odierna ha indirizzato il rispetto anche verso la natura e le cose. Allora ci dobbiamo domandare: in virtù di che cosa è possibile? Non lo spiegheremmo, se fossero realtà da lasciare là dove sono, intoccate. Ha senso se, invece, nella natura e nelle cose riconosciamo un potere non controllabile dal soggetto. Ci rendiamo cioè conto che in esse si nasconde quella stessa forza che abita in noi. Kant non compie questo passaggio, restando irretito in una visione dualista, che non ci aiuta a rispondere alle domande del dibattito odierno. Prendiamo ad esempio l’indagine sulla libertà condotta dalle neuroscienze: siamo liberi o no? Chi prende le decisioni? Se restiamo nell’orizzonte concettuale del dualismo fra libertà umana e natura, non riusciamo a spiegare nulla. Se, al contrario, rintracciamo qualche elemento comune, si aprono nuovi scenari. In altre parole, nel momento in cui riconosciamo anche nella natura la presenza di una forza indipendente dall’uomo, capiamo perché sia degna di rispetto. Nella natura e negli animali riconosciamo una forza vitale, una potenza che ci trascende. Solo il delirio dell’idealismo ci ha portato a perdere l’equilibrio fra soggetto e oggetto: la natura è un semplice non-io che si oppone a un io. Qui si apre la strada al totalitarismo. Viceversa, il rispetto ci insegna che ciò che “si oppone” all’io è veramente altro. Esiste un’alterità non riducibile al soggetto, che dunque non è onnipotente. Così si comprende il rispetto che dobbiamo alla natura, alle cose. In un manufatto storico come una colonna è racchiuso e concentrato il potere del tempo, altro elemento che ci trascende…».

Il saggio di Mordacci sul rispetto.
Il saggio di Mordacci sul rispetto.

Il discorso è ancora più immediato se applicato ai prodotti dell’ingegno, come le opere d’arte: sentiamo che meritano rispetto…
«Vale per ogni tipo di produzione umana. Compresa la tecnologia: sono tutte espressioni di un potere, di una forza. Non condivido la critica alla tecnica, demone dell’Occidente che porta al nichilismo, sostenuta da Emanuele Severino sulla scorta dell’eredità di Martin Heidegger. È un modo limitato di pensare, per la ragione che il rapporto che la tecnica instaura con l’essere non è solo di riduzione a cosa, è anche rapporto che fa scaturire forme vitali e nuove, permettendo alla potenza di dispiegarsi. Una potenza che non ci appartiene, non è nostra. L’esplosione di una centrale nucleare non è espressione della natura, bensì della tecnica, che si rivela indipendente rispetto all’uomo. Tale indipendenza è un fatto. Non ha senso ricondurre tutto al soggetto, nemmeno come contemplazione dell’essere che si trattiene dall’uso del potere».

Estendendosi dall’uomo alla natura e alle cose, il rispetto mostra nella sua ricerca di articolarsi in una gradualità: ci sono diversi gradi di rispetto.
«Ho riportatato appositamente alcune pagine di Albert Schweitzer, nelle quali si esprime il bisogno del rispetto per la vita, ma non ci si impegna a dire, ad esempio, se e in quali circostanze è lecito uccidere un animale per cibarsi. Credo che la “distanza” nei confronti della vita non escluda la necessità di “utlizzarla”. Vi è qui un elemento nietzscheano: è inutile fingere di essere innocenti, la vita è sopraffazione dinamica, alternanza di vita e morte. Rispetto agli animali, la pretesa di una purezza assoluta non è sostenibile, anzi, cela il delirio di onnipotenza di poter vivere in totale autonomia, senza dover sacrificare nessun “pezzo” della vita. Nelle religioni e nella tradizione, c’è sempre il riferimento a un sacrificio degli animali, che non esclude affatto il rispetto nei loro confronti: la cucina kasher prevede che la carne vada tagliata e macellata secondo precise modalità, ad esempio. Il punto è che l’uomo è dotato di una forza maggiore, ha la capacità di allevare, cacciare, uccidere l’animale per la propria alimentazione».

Non si rischia, così, di giustificare un atteggiamento predatorio, poco rispettoso, verso la natura?

«No, perché il potere di cui disponiamo conferisce nel contempo una responsabilità. Non dobbiamo sacrificare un animale per il gusto di farlo, gratuitamente, ma nel limite definito dalla nostra necessità. Mi sembra interessante la posizione di Richard Mervyng Hare, un utilitarista semi-vegetariano: limito l’uso della carne – è il suo ragionamento – alle situazioni di necessità, come ad esempio il bisogno di una determinata quantità di proteine per la salute, esprimendo con questo “controllo” la contrarietà agli allevamenti intensivi, eccetera. In tal modo si poneva in polemica con i suoi amici utilitaristi vegetariani puri e duri, come Peter Singer».

Il rispetto, così come è stato definito, può fungere da fondamento dell’etica?
«La mia tesi è che l’etica del rispetto sia quella che meglio risponde alle esigenze di una morale condivisa. Kant ne è stato il padre. Potremmo chiamarla “personalismo critico”, in quanto il rispetto si fonda sul riconoscimento del libero volere della persona, riflesso di un potere più grande. Una simile etica ha il vantaggio di avere una base antropologica universale. Il compito della cultura di ogni tempo, e ancor più di quella odierna, è quello di dire in che cosa consiste praticamente il rispetto. Un accenno, controverso ma pregnante: si ha più rispetto per un degente in condizioni terminali se lo si accompagna verso la morte, quando esprime il desiderio di non essere più trattato, o continuando a trattarlo anche al di là delle sue richieste? Dal mio punto di vista l’eutanasia non è una forma di rispetto: è una contraddizione in cui entra il paziente, determinata dalla pretesa di impadronirsi della vita, nella quale si dovrebbe invece riconoscere una trascendenza, un’indisponibilità. La mia libertà non esiste se non nel corpo in cui sono. Se cancello quell’unico luogo in cui la libertà – ciò che mi rende degno di rispetto, non dimentichiamolo – si incarna, pretendendo che sia un gesto di libertà, cado in contraddizione».

Il rispetto ha anche una valenza politica, è un punto di riferimento per la polis?

«La dimensione politica del rispetto è fondamentale. Definisce la relazione fra poteri individuali, dalla quale nascono poteri sovra-individuali. È dal rispetto reciproco che scaturisce la compagine politico-comunitaria, alla quale è rimesso un potere superiore. Questo, a sua volta, ha senso solo nella misura in cui protegge la convivenza civile degli individui. All’origine sta insomma un patto, come hanno spiegato le teorie contrattualistiche (John Rawls, per fare un nome): le teorie liberali, non libertarie, incarnano bene il rispetto politico. Spesso la cultura liberale è stata accusata di relativismo, come se non accettasse una verità con cui confrontarsi. Se poniamo la verità della persona come fonte del rispetto, questa va tutelata: non possiamo accettare che il rispetto sia condizionato alla razza, al sesso, allo spazio o al tempo, altrimenti perderemmo la fonte originaria del rispetto stesso. La persona, e quindi il rispetto che in essa si radica, non è trattabile».

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