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Chi è davvero Satoshi Nakamoto? È il nome – probabilmente falso – della persona (o del gruppo) che ha inventato il bitcoin, la prima criptovaluta digitale: una moneta che non esiste fisicamente, non è emessa da Stati o banche centrali e circola solo online. La domanda torna d’attualità dopo un’inchiesta del New York Times che indica nell’informatico britannico Adam Back un possibile volto dietro quello pseudonimo. Lui nega, come tutti prima di lui. Ma il punto, forse, non è solo l’identità. È il sistema che quella firma ha generato: un universo senza controlli centrali, cresciuto a dismisura negli ultimi anni, capace di produrre guadagni enormi ma anche di inghiottire i risparmi di migliaia di persone. Un mondo affascinante e pericoloso insieme, dove innovazione e truffa spesso si intrecciano. Per capire cosa significa davvero tutto questo, bisogna guardare a cosa è successo negli ultimi anni.
La linea di confine è stata il Covid. I bitcoin esistevano già prima, ma tanta gente li ha scoperti quando, chiusa in casa, ha passato molto più tempo del solito davanti a un computer. Così, tra un video di gattini e uno di ricette, è stata ammaliata dalle pubblicità di queste misteriose monete non coniate da nessuna zecca e non controllate da nessuna Banca centrale, ma che esistono solo sul Web e il cui andamento viene determinato, sempre sulla base della legge della domanda e dell’offerta, da altri computer sparsi chissà dove nel mondo.
Monete che promettono di moltiplicare, in una tecnologica versione del campo dei miracoli di Pinocchio, come l’ha definito il presidente della Consob Paolo Savona, i soldi veri di chi le acquista. La bella favola dura ancora adesso. Dal 2010, quando per la prima volta queste monete sono state usate nel mondo reale (due pizze per 10 mila Btc in un fast food negli Stati Uniti), il loro valore è cresciuto di circa 100 milioni di volte. Un affarone, dunque, per chi ci ha creduto, a cominciare da Donald Trump, che, dopo aver ripetuto in campagna elettorale di voler rendere gli Stati Uniti la capitale mondiale delle criptovalute, una volta eletto presidente ne ha lanciata una, $TRUMP.
In pochi mesi, mentre le Borse del mondo erano sballottate in su e in giù a seconda dei suoi annunci sui dazi, secondo l’agenzia di stampa Bloomberg Trump ha guadagnato oltre 620 milioni di dollari (veri) con i suoi bitcoin. Sì, ma per un Pinocchione americano a cui sta andando benissimo ci sono tantissimi Pinocchietti che hanno trovato sulla loro strada dei Gatti e delle Volpi che i loro soldi li hanno seppelliti per non farli tornare mai più. Di norma, seguendo uno classicissimo schema di frode, il cosiddetto metodo Tom Ponzi, per cui si fa credere agli investitori che i loro guadagni siano frutto dell’investimento del loro capitale, mentre in realtà derivano dal prelevamento di quote di investitori successivi. Esempio: Tizio investe 100. Dopo un mese crede di avere 110. I 10 in più, però, non sono frutto di un investimento, ma sono stati prelevati dai 100 che ha investito Caio dopo di lui. Il sistema così si ingrossa fino a quando il truffatore decide che ne ha abbastanza e a questo punto sparisce. Sandro Cutrignelli, coordinatore del Dipartimento Criminalità informatica della Procura distrettuale di Firenze, dall’ufficio dove lo incontriamo ha gestito le due più importanti inchieste su questo mondo in Italia, quelle sui crac delle piattaforme Bitgrail e The Rock Trading.
Come avviene l’adescamento delle potenziali vittime?
«Su Internet e in particolare sui social network: senza di loro i bitcoin non potrebbero esistere. I gruppi o come si dice le community sulle criptovalute sono innumerevoli. Oppure si prova al telefono. Una voce sconosciuta dice: “Siamo la società tal dei tali di trading online, ti proponiamo questo investimento molto redditizio. Lasciaci la tua mail e noi ti mandiamo le tue credenziali, che diventeranno la porta d’accesso del tuo account per l’acquisto di criptovalute sulla nostra piattaforma”. Ci sono cascate anche persone non proprio sprovvedute, professionisti, imprenditori, convinti di avere fiuto per gli affari e che hanno investito anche 500 mila euro. Perché i truffatori, sotto le spoglie di broker finanziari, sanno essere molto convincenti. E poi ti irretiscono perché sui primi soldi che investi i guadagni te li comunicano per davvero. Il primo investimento di norma rende molto bene, anche il 20% mensile, perché il mercato dei bitcoin ha una volatilità altissima. Su mille euro, te ne metti in tasca 200, ma anche di più. Da qui facilmente dai mille euro si passa ai 10 mila, a 50 mila e anche a 100 mila euro. A questo punto, se l’investitore chiede anche solo in parte i soldi che vede sul suo account sorgono i problemi. Nei casi migliori, l’interlocutore gli dice: “Quanto hai investito, 15 mila euro? Se provi a far causa, chissà quando li rivedi. Io te ne do subito 3 mila”. In tanti accettano».
E dove finiscono i soldi?
«Rintracciarli è molto difficile, perché è un sistema piramidale: il primo broker ha solo il compito di trovare il cliente e poi di passare credenziali e soldi, sempre attraverso criptovalute, ad altri che non conosce, che a loro volta li trasferiscono ad altri ancora. Il tutto avviene sempre e solo online».
È l’unico sistema di truffa?
«No, c’è n’è un altro ancora più insidioso, perché riguarda non persone facoltose, ma famiglie normali. C’è sempre una struttura piramidale, ma su base familiare/amicale. Il primo broker convince familiari e amici a entrare nel gioco. Loro, dopo aver constatato che l’affare sembra redditizio, contattano altri familiari e amici e così via: una classica catena di sant’Antonio. Anche in questo caso alcuni investimenti vengono in parte remunerati. E chi è più bravo a trovare nuovi contatti sale di grado nella piramide dell’organizzazione: da questo momento guadagna di più e quindi è ancora più motivato a trovare altri clienti. Finché, a un certo punto, anche qui i vertici della piramide, nascosti dietro società fittizie, decidono di staccare la spina. Allora c’è chi, nei livelli intermedi, si ritrova al tempo stesso a essere complice e vittima, perché magari all’inizio ha operato in buona fede e poi si è fatto prendere dal gioco. E infine ci sono centinaia di famiglie che hanno perso i risparmi di una vita».
Questa opacità rende le criptovalute perfette per il riciclaggio di denaro sporco da parte della criminalità organizzata...
«È così. La criminalità organizzata ha una montagna di denaro. Non poterlo spendere equivale a non averlo. Attraverso le criptovalute, invece, si riesce a offuscare l’origine del denaro in entrata e a pulire quello in uscita, perché sopra ci pagano pure le tasse. Senza, ovviamente, prendersi i rischi di un normale investitore. Nell’inchiesta Bitgrail abbiamo intercettato la telefonata dell’avvocato di un boss della ’ndrangheta che diceva a un broker: “Il mio cliente è preoccupato per i suoi soldi...”. In questo caso li ha recuperati tutti».
Le leggi per regolamentare il settore ci sono?
«Siamo solo all’inizio. Gli interventi normativi fatti servono almeno a tracciare ai fini fiscali chi entra e chi esce nelle piattaforme. E si sta iniziando a fare qualcosa sul fronte del riciclaggio. Ma mancano tuttora delle fattispecie di reato presenti nella finanza tradizionale come l’aggiotaggio o l’insider trading e soprattutto manca un coordinamento tra le legislazioni dei singoli Stati, anche nel contrasto alla criminalità organizzata. I vari gruppi si appoggiano per la logistica, diciamo così, a centri di controllo che si trovano nell’Europa dell’Est e in Russia. La Russia, in particolare, attraverso le criptovalute si è pagata e sta pagando buona parte della guerra in Ucraina».
A che punto sono le inchieste che ha seguito?
«Per il crac di The Rock Trading la competenza è ora passata ai colleghi di Milano. Per il fallimento di Bitgrail è in corso il processo di primo grado, ma a prescindere da come finirà siamo riusciti a sequestrare 70 milioni di euro e tutti i creditori sono stati soddisfatti».
Questo sistema così liquido potrebbe esplodere come avvenuto in passato, per esempio, nel 2008 con il crac di Lehman Brothers?
«Credo che possa accadere che una criptovaluta che oggi vale 10 mila euro domani ne vale zero. Ma credo che il sistema resterà in piedi, almeno nel breve periodo».
In definitiva, lei sconsiglia di investire in bitcoin?
«Non demonizzo il mondo delle criptovalute. Ci sono molte piattaforme serie. Ne cito una: Young Platform. Sono un gruppo di ragazzi di Torino che si distinguono per la trasparenza della loro offerta. Ma prima di investire, bisogna essere ben consapevoli dei rischi: la volatilità è molto elevata e, dato che non ci sono autorità di controllo centralizzate, il pericolo di speculazioni è molto più alto rispetto alla finanza tradizionale».






