PHOTO
Papa Leone XIV nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico con il presidente dell'Inps Gabriele Fava (foto Cristian Manieri).
Non è un discorso tecnico, né un richiamo burocratico. È qualcosa di più diretto, di più profondo, di urgente. Leone XIV incontra nella Sala Clementina circa 400 tra dirigenti e dipendenti dell’INPS e va subito al punto: il Welfare non è una concessione, ma un diritto umano. Lo aveva già detto nella Rerum Novarum Leone XIII. Lui lo ribadisce. Con forza.
Parole nette, senza giri. E, soprattutto, radicate in una tradizione lunga più di un secolo. Il Papa richiama la linea che parte da papa Pecci e attraversa tutto il Novecento fino alla Fratelli tutti di Francesco. Un filo rosso: mettere al centro i bisogni concreti delle persone.
La ricchezza c’è, ma non arriva a tutti
Il Pontefice allarga lo sguardo oltre i confini italiani. Il mondo, dice, è ricco. Ma è una ricchezza che non circola, che non cviene redistribuita. Si accumula nelle mani di pochi.
Centinaia di milioni di persone vivono ancora senza cibo, senza casa, senza cure mediche, senza servizi essenziali. Non perché manchino le risorse, ma perché manca la volontà di distribuirle in modo equo. È qui il nodo: “uno scenario ingiusto”, davanti al quale non si può restare neutrali.
Non è una denuncia astratta. È un’accusa precisa: la disparità non nasce dalla povertà, ma da una cattiva gestione della ricchezza. In questo papa Leone si ricollega al discorso tenuto a Montecarlo la settimana scorsa, proprio su una più equa distribuzione delle risorse.
Il ruolo dell’INPS: non solo numeri, ma persone
In questo contesto, il Papa assegna all’INPS una responsabilità che va ben oltre la gestione previdenziale. L’Istituto è chiamato a essere un attore sociale, capace di tenere insieme sviluppo economico e coesione.
Tradotto: sostenibilità sì, ma senza sacrificare solidarietà ed equità.
L’obiettivo resta uno, sempre lo stesso: garantire a tutti una vita dignitosa attraverso il lavoro. Un principio che attraversa tutta la Dottrina sociale della Chiesa, dalle encicliche Rerum novarum, come detto, e Mater et Magistra di Giovannoi XXII, fino alla più recente riflessione sul welfare come diritto universale.
Il lavoro che cambia, e spiazza
Ma oggi il terreno è cambiato. E Papa Prevost lo riconosce senza nostalgia, ma con realismo.
Il lavoro non è più quello di una volta. Non esiste più la linearità di una carriera stabile per tutta la vita. Al suo posto, precarietà, contratti brevi, part-time, lavori ibridi.
Dietro ci sono trasformazioni profonde: la finanziarizzazione delle imprese, la delocalizzazione, i costi del lavoro, e soprattutto l’avanzata tecnologica. Su tutte, l’incognita dell’intelligenza artificiale, ancora difficile da decifrare ma già capace di incidere sulla vita concreta delle persone.
“Non dimenticare l’uomo”
Alla fine, il Papa torna all’essenziale. Riprende le parole di Papa Francesco e le rilancia: “non dimenticare l’uomo”. Perchè il lavoro non è una merce.
È un invito che suona come un monito. Il rischio è chiaro: trasformare il sistema in una macchina fredda, dove contano solo i conti e non le persone.
L’indicazione è semplice, ma impegnativa: lavorare per chi lavora, sostenere i più deboli, difendere la dignità. Non è retorica. È la condizione minima per non perdere il senso di tutto il sistema.
In un tempo in cui il lavoro cambia pelle e le disuguaglianze crescono, la sfida è tutta qui: tenere insieme efficienza e umanità. E, soprattutto, non smarrire ciò che conta davvero.




