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C'è qualcosa di malinconico, e insieme di buffo, nell'immagine di Gabriele Gravina che si prepara ad andare in Parlamento a raccontare come sta il calcio italiano. Cappello in mano, valigetta con ventisette pagine di diagnosi, ventisei allegati con tabelle e grafici. Dimissionario dal 2 aprile, ancora in carica fino al 22 giugno, come quei medici di base che aspettano il successore e nel frattempo continuano a firmare ricette. Si era dimesso dopo la terza mancata qualificazione consecutiva ai Mondiali, la seconda durante il suo mandato, con l'ultima apparizione azzurra in una Coppa del Mondo che risale ormai al 2014, dodici anni fa, un'altra era geologica del pallone.


L'appuntamento con la Commissione Cultura della Camera era fissato per l'8 aprile. Il giorno prima, qualcuno ha deciso di cancellarlo. Non c'era urgenza, evidentemente. Il calcio italiano manca da tre edizioni consecutive dai Mondiali, non è andato in Qatar, non è andato in Russia, non andrà in Messico-USA-Canada nel 2026, e il Parlamento ha trovato di meglio da fare. Come ha scritto lo stesso Gravina, con una freddezza che tradisce più amarezza che rassegnazione, la seduta è stata cancellata «come se i problemi del movimento calcistico fossero conseguentemente risolti». Dimesso il presidente, dunque, tutto a posto. Testa il capro espiatorio, via il capro espiatorio, e il problema sparisce. È un meccanismo antico, collaudato, e completamente inutile. Così Gravina ha fatto quello che fanno i pazzi e i testardi: ha pubblicato lo stesso la relazione, sul sito della FIGC, perché circolasse. Un atto di piccola, ostinata dignità.


I capri espiatori e le loro colpe vere
Va detto, prima di tutto, che Gravina le colpe le ha. Non simboliche: reali. Otto anni alla guida della Federcalcio, rieletto nel 2021 con percentuali da regime, poi ancora nel 2025, sì, anche nel 2025, pochi mesi prima di dimettersi, con un sistema che si è perpetuato senza interrogarsi davvero. Le nazionali giovanili vincevano (l'Under 19 campione d'Europa nel 2023, il secondo posto al Mondiale Under 20), e questo serviva a coprire la crepa strutturale che si allargava sotto i piedi. Un po' come tappezzare le pareti mentre le fondamenta cedono.
Poi c'è Luciano Spalletti, che con questa storia c'entra più di quanto si dica, e poi Gattuso chiamato a raccogliere i cocci di un'eliminazione ai playoff contro la Bosnia, e Buffon nella sua funzione di capo delegazione, figura nobile e decorativa come un lampadario di Murano in una baracca. Buffon che parla di valori e di cuore mentre i dati dicono altro. Gattuso, uomo di petto e di corsa, chiamato a gestire un sistema che ha il problema esattamente opposto: troppo petto, troppa corsa, troppa tattica, troppo poco calcio.
Capri espiatori riconoscibili, fotogenici, utili. Si paga, si manda via, ci si sente meglio. Ma i problemi restano lì, identici, pronti per il prossimo giro.
I numeri che fanno male
La relazione di Gravina è un documento insolito. Chi si aspettava l'autodifesa di un funzionario in fuga ha trovato qualcos'altro: un'analisi lucida, a tratti spietata, dei mali strutturali del calcio italiano. Una lucidità che fa quasi più impressione dei dati stessi, perché viene da chi per anni ha gestito, o non gestito, quegli stessi problemi.
Alla trentunesima giornata di Serie A, dei 284 calciatori che hanno giocato in media almeno 30 minuti a partita, solo 89 erano italiani, di cui 10 portieri. Meno di un terzo. E non è un problema di regolamenti, è un problema di sistema: i calciatori stranieri costano meno, sono più facilmente tesserabili e sottostanno a meno vincoli normativi. La Serie A ha smesso di essere un campionato italiano nel senso più elementare del termine.


Il dato più impietoso, però, è un altro: la Serie A è il 49° campionato al mondo su 50 monitorati per percentuale di minuti giocati da calciatori Under 21 selezionabili per la Nazionale, con appena l'1,9%. Quarantanovesimo su cinquanta. Peggio di noi, in tutto il mondo, c'è praticamente solo un campionato. I giovani italiani vincono i tornei europei nelle categorie giovanili e poi tornano in panchina, o in prestito in Serie C, mentre i loro coetanei spagnoli e francesi giocano in prima squadra. I calciatori spagnoli che disputarono l'Europeo Under 19 del 2023, vinto dall'Italia, hanno accumulato minutaggi quasi doppi in prima divisione e quasi sei volte superiori nelle coppe europee rispetto agli azzurrini che alzarono quella coppa.
Il calcio che si vede in campo è, di conseguenza, sempre più lento e sempre più prevedibile. La velocità media della palla in Serie A è di 7,6 metri al secondo, contro i 10,4 della Champions League e i 9,2 della media degli altri grandi campionati europei. I dribbling riusciti per partita sono crollati da 19,02 per partita nel 2019-20 a 12,36 nell'attuale stagione. È un calcio che ha smesso di osare.


La struttura che non si può riformare
Il punto più interessante della relazione, e il più scomodo, è la descrizione di un sistema che nessuno riesce a cambiare non perché manchino le idee, ma perché nessuno ha davvero interesse a farlo. La FIGC deve destreggiarsi tra leggi considerate inadeguate, regolamenti internazionali, l'autonomia delle Leghe e il ridotto supporto economico da parte dello Stato. La Riforma dello sport del 2023 ha abolito il vincolo sportivo nei settori giovanili, aumentando la libertà dei calciatori ma riducendo gli incentivi dei club a investire nei propri vivai. L'emendamento Mulè del 2024 ha rafforzato l'autonomia delle leghe professionistiche, rendendo qualsiasi riforma dei campionati sostanzialmente impossibile senza il loro consenso.
Nella classifica dei primi 50 settori giovanili al mondo per ricavi dalla vendita di calciatori formati in casa, ci sono solo due club italiani: Atalanta e Juventus. L'Inter è 53ª. E non è un caso che siano tre dei quattro club italiani ad avere una seconda squadra. Il sistema non premia chi forma: premia chi compra. E allora perché formare?


La diagnosi di chi non ha più niente da perdere
Gravina chiude la relazione con una frase che suona come un testamento politico: serve «un'unità d'intenti che superi i confini del conveniente e dell'opportuno». Sa già che non arriverà. L'ha scritto lui stesso, con quella frase sulla cancellazione dell'udienza parlamentare che vale più di qualsiasi editoriale. Il Parlamento ha preferito non sentire. I presidenti di Lega hanno preferito non cambiare. I club hanno preferito comprare stranieri. I commissari tecnici si sono avvicendati. E il calcio italiano ha mancato tre Mondiali di fila mentre tutti indicavano il colpevole di turno.
La Serie A è diventata sempre più “esterofila” non tanto per scelta tecnica, quanto per convenienza economico-burocratica: oggi acquistare calciatori dall’estero è più semplice e meno oneroso rispetto al mercato interno, a causa del sistema italiano della “stanza di compensazione”, che impone fideiussioni costose e complesse per le operazioni tra club nazionali, scoraggiando così gli scambi domestici. Questo squilibrio ha portato a un aumento record di stranieri (circa il 69%), con molte più operazioni concluse con club esteri che italiani e miliardi investiti fuori dai confini. Una dinamica che penalizza lo sviluppo dei talenti locali e riflette un sistema normativo farraginoso, su cui la Lega sta studiando correttivi (come garanzie meno onerose o incentivi) per riequilibrare il mercato e sostenere anche la Nazionale. Studando sì, ma senza applicare i rimedi.


C'è qualcosa di quasi brechtiamo in questa storia. Il vero scandalo non è la sconfitta contro la Bosnia ai playoff. Il vero scandalo è che quella partita non abbia sorpreso quasi nessuno. Che fosse, in fondo, attesa. Che il sistema avesse già provveduto, negli anni, a costruire le condizioni perfette per perderla. Gravina ha pubblicato la sua relazione conscio che nessun parlamentare la leggerà con attenzione. Ha snocciolato dati che tutti conoscono e nessuno usa per cambiare davvero qualcosa. Ha fatto il referto di un paziente che non vuole guarire, davanti a medici che preferiscono non visitarlo.
La prossima sconfitta è già in costruzione. Ci vuole tempo, metodo, e una straordinaria coerenza nell'immobilismo.



