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martedì 16 ottobre 2018
 
l'esperto
 

«Ecco come difendersi dal lato oscuro dei social networks»

16/05/2018  Nel volume "L’informazione che vorrei" il professore Ruben Razzante analizza le sfide della Rete anche alla luce degli scandali recenti: «Il caso Cambridge Analytica insegna che i social presentano tante zone d’ombra difficili da esplorare, ed è la riprova della facilità con la quale i dati degli utenti possono diventare oggetto di massicce azioni di profilazione manipolando il consenso popolare»

Il professore Ruben Razzante insegna Diritto dell'informazione all'Università Cattolica di Milano
Il professore Ruben Razzante insegna Diritto dell'informazione all'Università Cattolica di Milano

La salute di una società democratica passa anche attraverso una corretta informazione. Il proliferare delle fake news in Rete e il recente caso di Cambridge Analytica che ha finito per coinvolgere pesantemente Facebook sono solo due sintomi, inquietanti, dei problemi che il mondo dei media è costretto ad affrontare per assicurare un’informazione di qualità ai cittadini in un contesto completamente mutato. Per questo sarà utile leggere l’ultimo volume del professore Ruben Razzante, docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ha curato la pubblicazione del saggio L’informazione che vorrei. La Rete, le sfide attuali, le priorità future (Franco Angeli) e che include scritti di Marcello Cardani, Elio Catania, Maurizio Costa, Carlo D’Asaro Biondo, Pasquale D’Innella Capano, Luciano Fontana, Giovanni Pitruzzella, Lorenzo Sassoli de Bianchi, Franco Siddi, Antonello Soro e Carlo Verna. Nonostante la complessità dei temi affrontati, il libro non è soltanto per gli addetti ai lavori ma si rivolge a un pubblico generalista.

Professore, di cosa ha bisogno l’informazione del futuro per essere credibile e contribuire alla salute della democrazia?

«Nuove leggi, nuovi codici di autoregolamentazione, educazione digitale fin dalle scuole dell’obbligo e tanta tantissima consapevolezza delle potenzialità distruttive che notizie false e tendenziose possono sprigionare nel circuito democratico. La democrazia dell’informazione deve nutrirsi di regole certe e condivise, professionalità consolidate, opportunità di discernimento da parte degli utenti, per poter scansare pericoli e insidie, soprattutto in Rete».

Cosa insegna il caso Cambridge Analytica e il coinvolgimento di Facebook? Il social di Mark Zuckerberg era in buona fede o c’è dolo nella sua incapacità di garantire che non si faccia un uso non autorizzato dei nostri dati?

«Insegna che i social presentano tante zone d’ombra, difficili da esplorare. Il caso Cambridge Analytica è la riprova della facilità con la quale i dati degli utenti possono diventare la materia prima di massicce azioni di profilazione e possono manipolare il consenso popolare. Non ci sono elementi per poter affermare con certezza la malafede di Facebook in quella vicenda. Di certo c’è stata, da parte del colosso di Mark Zuckerberg, tanta superficialità e leggerezza nella gestione della privacy delle app, il che ha prodotto gli effetti devastanti che sappiamo. E forse non ci hanno ancora detto tutto».

I social network possono essere alleati preziosi per combattere il diffondersi delle fake news?

«Se i social si danno codici di autoregolamentazione vincolanti e puntuali e se, come stanno facendo in altre parti del mondo, si dotano di squadre di giornalisti in grado di verificare l’attendibilità di certe notizie dubbie, forse potranno anch’essi contribuire alla ripulitura della Rete da marchiane bufale. I social possono diventare una ricchezza dal punto di vista della moltiplicazione delle opportunità informative, ma possono anche alimentare una dinamica perversa di progressiva disinformazione, soprattutto se non viene data agli utenti la possibilità di discernere le notizie false da quelle vere, attraverso evoluti strumenti di segnalazione e verifica».

La copertina del volume "L'informazione che vorrei" (Franco Angeli Editore)
La copertina del volume "L'informazione che vorrei" (Franco Angeli Editore)

Dal punto di vista legislativo, come si deve giocare e vincere la sfida dell’integrazione giornali – web?

«Bisogna individuare meccanismi meritocratici in grado di premiare start up che investono nell’integrazione multimediale e di sostenere le aziende editoriali tradizionali laddove dimostrino trasparenza e obiettività nella selezione delle notizie, valorizzazione delle professionalità giornalistiche e crescente interattività con gli utenti, al fine di migliorare sempre la qualità dell’informazione. Poi ci sono i temi della web tax e del diritto d’autore, che andranno affrontati, in sede europea, nella direzione di un riequilibrio della filiera di produzione e distribuzione delle notizie, per non continuare ad avvantaggiare i colossi della Rete, a scapito di giornalisti ed editori».

Il mercato della carta stampata negli ultimi anni ha visto diminuire le vendite dei giornali del 40 per cento. È tutta colpa della “cannibalizzazione” dei colossi della Rete? E come fare per allentare questa morsa?

«Non tutte le colpe sono dei colossi della Rete, che comunque hanno dimostrato genialità industriale e hanno costruito un business vincente fondato su idee altamente innovative. Non bisogna demonizzare l’economia digitale, che ci consente di fruire di molteplici opportunità anche nella vita di tutti i giorni. Gli esempi di intese tra Google e la Fieg sono importanti e significativi e dimostrano che solo con un coro polifonico di attori e addetti ai lavori, in una logica di corresponsabilità e condivisione dei costi di produzione dei contenuti informativi, è possibile riequilibrare la catena. Poi, però, ci sono anche le colpe dei giornali tradizionali e delle principali reti radiotelevisive, che non sempre riescono a interpretare le aspettative della collettività e a fare una informazione corretta, imparziale e al servizio del cittadino».

Cos’è quella che lei definisce “algocrazia” e come è possibile sfuggire?

«L’algocrazia è il dominio di un imperscrutabile algoritmo che indicizza e ordina in Rete i nostri dati, le nostre vite. È un’espressione forte che utilizzo proprio per lanciare un grido d’allarme: non possiamo consegnare ai giganti del web il controllo delle nostre esistenze digitali, e quindi occorre un’autotutela nella diffusione dei dati che ci riguardano, usando prudenza nel diffondere e pubblicare informazioni personali che poi sfuggono al nostro controllo, una volta finite nel mare magnum della Rete. All’algocrazia dobbiamo contrapporre, nel tempo, un nuovo umanesimo digitale, che consacri uno spazio web al servizio della crescita dell’uomo e non contro l’uomo».

È d’accordo con la proposta di Elio Catania di istituire un ministero ad hoc per la digitalizzazione? E cosa dovrebbe fare?

«Può essere un’idea, che peraltro ha in parte funzionato all’epoca del secondo governo Berlusconi, con l’allora ministro dell’Innovazione tecnologica, Lucio Stanca. Tanti provvedimenti furono varati, ma era un’epoca diversa. Oggi non so se sia lo strumento migliore per far crescere la cultura digitale e sostenere gli sforzi di potenziamento infrastrutturale. Rimango dell’idea che un tavolo concertativo e permanente, tra tutti gli attori impegnati nell’implementazione di internet e delle sue potenzialità, possa varare progetti costruttivi e stimolanti, in grado di assicurare uno sviluppo equilibrato della Rete e una efficace tutela dei diritti degli utenti».

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