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martedì 22 maggio 2018
 
Santi
 

Sant'Agata, la regina di Catania che con la sua festa incanta il mondo

05/02/2018  Venerata da cattolici e ortodossi, è patrona di Catania. La sua festa, con la spettacolare processione delle reliquie, è stata dichiarata patrimonio mondiale dell'umanità Unesco. Vergine e martire, fu sedotta dal proconsole Quinziano ma lei non cedette. E lui la fece torturare fino a farle strapparle i seni con grosse tenaglie

Giovanni Battista Tiepolo, Martirio di Sant'Agata, Berlino, Gemäldegalerie
Giovanni Battista Tiepolo, Martirio di Sant'Agata, Berlino, Gemäldegalerie

La più antica fonte sul martirio della giovane catanese Agata, che in greco significava buona, è la Passio, che risale alla seconda metà del V secolo (di cui si hanno due variazioni greche e una latina che sostanzialmente coincidono). Essendo un testo letterario edificante, essa presenta dati storici che vanno letti con cautela, ma che concordano sul tempo della morte che sarebbe avvenuta il 5 febbraio 251, durante la persecuzione di Decio, data che può essere accettata. Agata, cresciuta in una famiglia illustre e ricca, sentì presto il desiderio di donarsi totalmente a Cristo: il che fece a circa 15 anni.

Nei primi tempi del Cristianesimo le vergini consacrate, con la loro scelta di vita, rappresentavano un esempio diverso dentro un mondo pagano e in disfacimento. Il vescovo della città, nella cerimonia della velatio, le impose il flammeum, velo rosso portato dalle vergini consacrate; secondo alcuni era probabile che Agata avesse già 21 anni, infatti è rappresentata con tunica bianca e il pallio rosso (ad esempio nel mosaico di Sant’Apollinare Nuovo in Ravenna del VI secolo è raffigurata con la tunica lunga, dalmatica e stola a tracolla) segni della diaconessa, cioè di una donna con ruolo attivo nella comunità cristiana, con il compito, fra gli altri, di istruire i nuovi adepti. Nell’anno a cavallo fra il 250 e il 251 il proconsole Quinziano era giunto a Catania – città fiorente posta in ottima posizione geografica, con un grande porto, che costituiva un vivace punto di scambio commerciale e culturale dell’intero Mediterraneo – anche per far rispettare l’editto imperiale che chiedeva a tutti i cristiani l’abiura pubblica della loro fede. Affascinato da Agata che seppe essere una consacrata, le ordinò di adorare gli dei pagani. Al suo secco rifiuto il proconsole la affidò per un mese alla cortigiana Afrodisia (forse sacerdotessa di riti pagani che comprendevano la prostituzione sacra) con lo scopo di corromperla. Fallito ogni tentativo di corruzione, Quinziano avviò un processo contro Agata, di cui sono riferiti i dialoghi tra il proconsole e la santa, che rispecchiano sentimenti e linguaggio dei cristiani, e dai quali si comprende che la giovane era edotta in dialettica e retorica.

Suggestivo è il passaggio dove Agata, alla domanda circa la sua famiglia, risponde di essere libera e nobile di nascita; allora il magistrato le domanda perché conduce una vita da schiava, la giovane risponde: “La nobiltà suprema consiste nell’essere schiavi di Cristo”. Tradotta in carcere fu sottoposta a tortura che culminò con lo strappo di una mammella. Nella stessa notte venne visitata da san Pietro che la rassicurò e le risanò le ferite. Adirato Quinziano, la cui passione per Agata si era tramutata in odio, la fece porre nuda su cocci di vasi e carboni ardenti: improvvisamente vi fu un terremoto e crollò il luogo dove avveniva il supplizio, seppellendo i carnefici. Infine venne sottoposta al supplizio dei carboni ardenti. A questo punto, secondo la tradizione, mentre il fuoco bruciava le sue carni, non bruciava il velo che lei portava; per questa ragione “il velo di sant’Agata” diventò da subito una delle reliquie più preziose. Mentre la città era in preda al panico Agata spirava, alla presenza di molti testimoni, nella sua cella pregando e ringraziando Dio di averle conservato la verginità. I fedeli ne raccolsero le spoglie e con grande onore le deposero in un sepolcro nuovo.

L'intervento di Agata salvò Catania dalla lava dell'Etna

Nel primo anniversario della morte di Agata, una violenta eruzione dell’Etna minacciava di seppellire Catania: in ricordo e ammirazione per la martire i catanesi, compresi i pagani, presero il velo deposto sul sepolcro e lo usarono come scudo contro la lava ardente: immediatamente il fiume di fuoco si arrestò. Da questo episodio si sviluppa lo straordinario culto dedicatole dalla città di Catania, di cui è patrona. L’uso di opporre alla lava il miracoloso velo è continuato nel tempo. Ancora nel 1886 il velo fermò la lava al borgo Nicolosi, posto sulle pendici del vulcano, che venne risparmiato dalla distruzione.

Agata fu dapprima sepolta nel suburbio di Hybla Maior. Nel 1040 il suo corpo fu trafugato e portato a Costantinopoli, ma nel 1126 due soldati della corte imperiale, il provenzale Gilberto ed il pugliese Goselmo, a cui era apparsa la Santa, lo riportarono a Catania con una nave che approdò la notte del 7 agosto in un posto denominato Ognina. Tutti i catanesi, risvegliatisi, accorsero a onorare la loro patrona: il 17 agosto le reliquie rientrarono nel Duomo, dove sono conservate in nove reliquiari.

Il culto di Agata, diffuso anche in Oriente, ricorre più volte nel Martirologio geronimiano e il suo nome fu inserito nel canone della messa romana, forse per volere di Gregorio Magno (per cui è venerata con memoria obbligatoria anche oggi) e in quello ambrosiano e ravennate.

A Napoli il suo culto è significato da un affresco del IV secolo nella catacomba di San Gennaro. A Roma papa Simmaco, agli inizi del VI secolo, le intitolò una basilica sull’Aurelia e Gregorio Magno riferisce nei suoi scritti di aver riaperto al culto cattolico una basilica fatta erigere in Trastevere dal patrizio Ricimero per gli ariani, introducendo le reliquie dei santi Agata e Sebastiano.

Il culto era ampiamente diffuso anche in Italia settentrionale: nel Duecento la diocesi di Milano contava ben 26 chiese a lei intitolate. La venerazione per la martire è sparsa in tutto il mondo. Agata protegge 44 comuni italiani, dei quali 14 ne portano il nome. È compatrona di Malta con san Paolo, così come della Repubblica di San Marino. Molto diffusa è la venerazione di Agata in Spagna, e quindi nell’America latina. A Barcellona è intitolata ad Agata la cappella del palazzo reale dove i re cattolici, Isabella e Ferdinando, ricevettero Cristoforo Colombo al suo primo ritorno dall’America, e presso Segovia esiste la tradizione curiosa secondo cui il 5 febbraio comandano le donne che eleggono addirittura una sindachessa, mentre gli uomini sbrigano le faccende domestiche.

Sant’Agata era invocata contro gli incendi, e poiché quando questi scoppiavano si usava suonare a martello le campane, si prese l’abitudine di incidere il suo nome su queste, assieme a quello della Madonna e di altri santi protettori. Per questo motivo i costruttori di campane si posero sotto la protezione di Agata. In relazione alla tortura che le strappò i seni la santa di Catania era molto invocata dalle madri per  l’allattamento e per conseguenza dalle balie.

Catania riserva alla sua patrona, dal 3 al 5 febbraio, festeggiamenti grandiosi, dove l’elemento devozionale si mischia con quello folclorico. La città viene percorsa da una processione solenne e imponente, in cui si porta il fercolo d'argento chiamato “a vara”, dentro il quale sono custodite le reliquie della Santa, accompagnato da undici enormi candelieri, detti “cannalore”, fantasiose sculture verticali in legno con scomparti dove sono scolpiti gli episodi salienti della vita della santa, appartenenti ciascuna alle corporazioni degli artigiani cittadini. Considerata tra le tre principali feste cattoliche a livello mondiale per affluenza, la festa di sant'Agata è stata inserita nel sistema dei beni della Val di Noto dichiarati patrimonio mondiale dell'umanità dall’UNESCO: tali festeggiamenti, infatti, sono considerati un bene immateriale di tipo etnoantropologico.

La processione delle reliquie di Sant'Agata che si svolge a Catania
La processione delle reliquie di Sant'Agata che si svolge a Catania

La contesa delle reliquie tra Galatina e Gallipoli

  

Fra tutte le città italiane di cui sant'Agata è compatrona, Gallipoli (Diocesi di Nardò-Gallipoli) e Galatina (Arcidiocesi di Otranto), in Puglia, sono coinvolte in una singolare contesa che vede come protagonista una reliquia di Sant'Agata, la mammella. Una leggenda diffusa in Puglia spiegherebbe con un miracolo la presenza della reliquia a Gallipoli. Si dice che l'8 agosto 1126 Sant'Agata apparve in sogno a una donna che si era addormentata dopo aver lavato i panni nella spiaggia della Purità a Gallipoli e l'avvertì che il suo bambino stringeva qualcosa tra le labbra: era la mammella della Santa. La donna si svegliò e ne ebbe conferma, ma non riuscì a convincerlo ad aprire la bocca. Tentò a lungo: poi, in preda alla disperazione, si rivolse al Vescovo, che celermente giunse nella spiaggia insieme ad altri ecclesiastici. Il prelato recitò una litania invocando tutti i santi, e soltanto quando pronunciò il nome di Agata il bimbo aprì la bocca. Da essa venne fuori una mammella, evidentemente quella di Sant'Agata. La reliquia rimase a Gallipoli, nella Basilica Concattedrale di Sant'Agata, dal 1126 al 1389, quando il principe Orsini Del Balzo la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria d'Egitto, nella quale è ancora oggi custodita presso un convento di frati francescani. Secondo il vescovo gallipolino Montoya de Cardona la reliquia fu trafugata furtivamente dagli abitanti di Galatina "ex auctoritate" e fu "rubata furtivamente e all'insaputa dell'Università gallipolitana". Numerosi sono stati i tentativi dei gallipolini di riportare nella Concattedrale di Sant'Agata la reliquia, a partire dal Vescovo Gaetano Muller, il quale scrisse una lettere al Cardinale prefetto dell'epoca, fino ad arrivare ad Achille Starace, segretario del Partito Nazionale Fascista. Sono state scritte delle lettere per sollecitare il vescovo di Otranto (da cui dipende Galatina), Mons. Donato Negro, a restituire la sacra reliquia tenuta a Galatina.

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