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lunedì 22 aprile 2019
 
POLITICA
 

Se Grillo fa una proposta (seria) per i poveri

05/03/2015  Il reddito minimo garantito (lui lo chiama di cittadinanza) è un provvedimento che mette al centro della politica il problema della povertà nel nostro Paese. Doveva essere la seconda gamba del Jobs Act. Ma il Governo se n'era dimenticato.

Il reddito di cittadinanza è - insieme alla riforma Rai -  il calumet della pace offerto da Grillo a Renzi per aprire il dialogo tra Governo e Cinque Stelle. Per la verità si tratta di un termine improprio. Il reddito di cittadinanza infatti prevede un vitalizio per tutti gli italiani, dalla culla alla tomba e costerebbe allo Stato tra i 90 e 100 miliardi l'anno. Un’ utopia bella e buona (e  infatti non esiste in nessuna parte del mondo). Oltretutto spingerebbe molti italiani a non cercare più lavoro, perchè, come disse una volta la Fornero, "se vi dò il reddito, voi vi sedete a mangiar pastasciutta e non lavorate". Per non parlare della tradizione italica mai sopita, soprattutto al Sud ma non solo, del lavoro nero e del doppio lavoro.

In realtà la proposta di Grillo – contenuta  nel disegno di legge della senatrice del Movimento Nunzia Catalfo in discussione presso la Commissione Lavoro – si dovrebbe chiamare reddito minimo garantito (i sociologi del lavoro lo chiamano basic income guarantee). Un meccanismo del Welfare esistente in tutti Paesi dell’Occidente (con l’eccezione di Grecia e Ungheria). Svista o ambiguità voluta? Chissà, forse la seconda ipotesi, poiché il trucchetto semantico  allude alla possibilità che ne possano fruire tutti i cittadini italiani. Ma così non è. Si tratta infatti di un reddito di base rivolto a chi perde il lavoro e a chi non lo raggiunge. La somma dipende dal numero di figli e da altri fattori: mediamenti si aggira sui 780 euro al mese. Il pericolo "pastasciutta" evocato dalla Fornero non esiste, o quantomeno verrebbe attenuato,  perché chi non accetta i lavori che gli vengono offerti dalle apposite agenzie per l'occupazione, perde il diritto al reddito. Forse molti verrebbero dissuasi dall'andarselo a cercare, il lavoro, ma le norme prevedono che il disoccupato non se ne stia con le mani in mano, ma svolga servizi socialmente utili. Il provvedimento ha una sostenibilità sopportabile che si aggira sui 15, 5 miliardi l’anno. La platea degli aventi diritto è di 9 milioni di persone, non certo di 40 come prevede l’utopia del reddito di cittadinanza.

Come finanziare il reddito minimo garantito? Grillo propone di attingere a 9 miliardi di risparmi sulla spesa pubblica, 1, 2 miliardi di tassazioni sulla società petrolifere e una patrimoniale per chi possiede immobili sopra i due milioni di euro che dovrebbe portare nelle casse pubbliche altri 4 miliardi, più un prelievo progressivo sulle pensioni eccedenti da 6 a 50 volte il minimo (fruttando 740 milioni l’anno). Ma altre risorse arriverebbero da tagli di sgravi all’editoria e alle banche e ai fondi “inoptati” dell’Otto per mille, vale a dire quei fondi che non vengono destinati a Stato o Chiese con la firma e che oggi vengono ripartiti proporzionalmente.

Ma al di là del reperimento delle coperture (nel disegno di legge Catalfo sono state certificate, ma il dibattito è aperto), resta il fatto che Beppe Grillo ha posto al centro della scena politica un provvedimento importante e necessario per mettere un argine a una vera e propria emergenza sociale. Non è un caso che il leader di Libera don Luigi Ciotti abbia voluto incontrare Grillo per prendere in considerazione e conoscere un o' più nel merito la sua proposta. Il reddito minimo garantito doveva essere il secondo pilastro su cui doveva poggiare la riforma del Jobs Act. Così non è stato. Renzi ha chiuso con grande squillo di trombe la parte relativa agli incentivi per assumere e alle tutele ma si è dimenticato di chi ha perso il lavoro, la seconda gamba del Jobs Act. Una mancanza grave da parte del Governo che ha messo in campo una riforma zoppa. Per questo la proposta di Grillo è doppiamente meritoria, da opposizione (finalmente) costruttiva.

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