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lunedì 22 aprile 2019
 
la storia
 

«Io, ebreo, salvato da don Primo Mazzolari»

26/01/2017  Oskar Tӓnzer e la sua famiglia, tra gli altri, furono nascosti dal sacerdote di Bozzolo dopo che l’Italia varò le leggi razziali. Ora, da anziano, ricorda il suo “angelo” che fece aprire le case di tanti fedeli per accogliere uomini, donne e bambini in fuga dalla furia dei nazisti. «Sono venuto tante volte, da solo, a posare un fiore sulla sua tomba», racconta

Oskar Tanzer davanti alla tomba di don Primo Mazzolari nella chiesa parrocchiale di Bozzolo (Mantova)
Oskar Tanzer davanti alla tomba di don Primo Mazzolari nella chiesa parrocchiale di Bozzolo (Mantova)

Un violino. È ciò che lega, sessant’anni dopo, due storie agli antipodi e la figura di un prete, don Primo Mazzolari, che Giovanni XXIII definì «la tromba dello Spirito Santo in terra mantovana» e l’amico scrittore Luigi Santucci chiamò «cappellano della pace». Milano, carcere di San Vittore, 1943. Tra le migliaia di ebrei ammassati nel quinto raggio c’è il padre di Oskar Tӓnzer. Nelle celle che già odorano di morte riecheggiano le note struggenti del violino di Eva, ebrea torinese, che col fratello Enzo sarà deportata ad Auschwitz. Lei morirà, il suo violino no. Sul fondo, la stella di David intarsiata a losanghe di madreperla e un cartiglio con la scritta “Der musik macht frei”, “La musica rende liberi”. Adesso le note del “violino della Shoah” (custodito al Museo Civico di Cremona) risuonano per il documentario di Rai Storia Una piccola inestimabile memoria (andato in onda di recente) nella chiesa di San Pietro a Bozzolo, in provincia di Mantova, dove don Mazzolari fu parroco per un trentennio e dove morì a 69 anni nel 1959.

Oskar ascolta queste note, prende tra le mani lo strumento, lo scruta. Poi si alza e depone un fiore sulla tomba di don Primo, il prete che gli ha salvato la vita quand’era un bambino. È il 1943 quando la sua piccola storia di famiglia comincia a coincidere con la tragedia collettiva di sei milioni di persone e con il coraggio straordinario di don Mazzolari che diceva che «il cristiano è un uomo di pace, non un uomo in pace». Oskar, insieme ai genitori e ai fratelli Max ed Emile, nel 1936 è costretto a lasciare la città natale di Saarbrücken, in Germania, per l’esplodere dell’odio razziale. «La propaganda delle SS diceva che quando il sangue dell’ebreo schizza dal pugnale è doppiamente bello», ricorda, «noi eravamo come olio nell’acqua, separati da tutti». Arrivano a Milano, prendono un appartamento in zona corso Buenos Aires, s’inventano il mestiere di pellicciai e mettono su una bottega. È la vita che ricomincia, dopo lo strappo doloroso dalla terra natìa. Ma non dura. Nel ’38 l’infamia delle leggi razziali fasciste capovolge tutto. «Si riaprì una ferita che a fatica si era rimarginata», racconta. I poliziotti bussano di notte a casa Tӓnzer e portano a San Vittore il papà di Oskar che ha solo 11 anni. Cominciano i primi raid aerei sulla città, nel ’43 arrivano le truppe tedesche. Per Oskar e la sua famiglia Milano non è più sicura. «Nella nostra bottega», spiega, «c’era un operaio che aveva i genitori originari di Bozzolo».

Don Primo Mazzolari morì il 12 aprile 1959 a Bozzolo. È in corso il processo di canonizzazione
Don Primo Mazzolari morì il 12 aprile 1959 a Bozzolo. È in corso il processo di canonizzazione

Un'asse tra don Primo, il podestà e il maresciallo dei carabinieri

Bozzolo è la città che accoglie profughi e rifugiati e dove già dal tempo dei Gonzaga vive una folta comunità ebraica come testimonia la presenza di un cimitero giudaico. Ma è anche il paese di don Primo, parroco appassionato, spirito libero, che tuona dal pulpito con vibrante dolcezza (indimenticabili le sue omelie) e ripete che «l’uomo ha bisogno di una Casa» dove la maiuscola denota non solo l’edificio materiale del tempio ma quello di pietre vive e amorevoli di una comunità. Oskar e i suoi fratelli una casa non ce l’hanno più, vivono braccati.

Bozzolo, con l’aria paciosa del suo borgo, appare lontana dall’infuriare della guerra e delle persecuzioni razziali, il luogo ideale per ricreare il calore di una famiglia. Qui Oskar appena adolescente si rifugia con la sua. «Ci sentivamo sicuri, quasi dimentichi dell’orrore di prima», racconta.

Ma il ping pong con il destino non è finito. Una sera a casa Tӓnzer bussano l’arciprete, don Primo, il podestà, Giovanni Rosa, e il maresciallo dei Carabinieri Antonio Sartori, poi internato nei campi di concentramento. Da Mantova è arrivato al podestà l’ordine di segnalare tutti gli ebrei che si trovano a Bozzolo. Don Mazzolari ha già chiesto ai fedeli di mettere a disposizione le proprie cascine per nascondere quanti più ebrei possibile e molti aprono le loro case. Il parroco con il suo carisma è la figura di raccordo tra Rosa e Sartori. «C’è un’asse», dice il teologo e biografo di Mazzolari don Bruno Bignami, «tra la parrocchia, il municipio e la caserma dei carabinieri per salvare quante più persone possibile». Don Primo offre un rifugio a Oskar mentre lo stesso podestà disobbedisce alla legge: «Da oggi», avverte, «mi metto in malattia per tre giorni. Avete questo tempo per nascondervi o fuggire. Dopodiché il mio sostituito firmerà l’ordine di segnalazione». E Oskar si nasconde, poi per non mettere a repentaglio la vita del parroco e degli altri bozzolesi convince la famiglia a fuggire, via Milano, in Svizzera dove gli ebrei sono al sicuro. È una corsa contro il tempo, tutto in 72 ore. Oskar parte mentre alla canonica di Mazzolari continuano a bussare per chiedere aiuto e protezione. Come la famiglia Benjacar e la famiglia Zanchi. E don Primo, consapevole di rischiare la vita, non si tira indietro. Annota nel suo Diario: «Il cristiano non deve estraniarsi dal proprio ambiente sotto il pretesto di salvare la propria anima».

A volte la voce di Oskar diventa un sussurro. Si spezza. E deve fare ancora uno sforzo per superare il macigno del silenzio: «Sono venuto tante volte, da solo, a posare un fiore sulla tomba di don Primo, per dirgli grazie», racconta seduto nella sacrestia dove il suo “angelo” si preparava a dire messa. Ha un sogno: vedere annoverato Mazzolari nel Giardino dei “Giusti tra le nazioni” dello Yad Vashem di Gerusalemme per aver salvato la vita a tanti ebrei come lui. «Per ora», confessa con amarezza, «non ci sono riuscito perché secondo il regolamento l’operato di don Primo non è ritenuto sufficiente per l’iscrizione. Sono uno degli ultimi testimoni viventi, non ci resta tanto tempo ancora, spero di farcela».

Oskar dopo altre peripezie (un biglietto in yiddish ostico da decifrare con le istruzioni per superare la frontiera, un soldato della X MAS che a Milano voleva sparare a lui e suo fratello) arriva infine a Chiasso dove le autorità li informano che non c'è più posto e vorrebbero riaccompagnarli alla frontiera. Li salva l'incontro rocambolesco con un amico di famiglia che li riconosce attraverso un vetro. Alla fine sii salvano tutti e dopo la Liberazione il 28 aprile del 1945 tornano di nuovo in Italia. Il resto è la vita che cerca di tornare a scorrere, il Dopoguerra, il lavoro, il matrimonio: «Mio nipote David un giorno mi ha chiesto di raccontargli tutto e di portarlo a Saarbrücken e Bozzolo».

Ma raccontare davvero è difficile, quasi impossibile. «Ho iniziato solo qualche anno fa a farlo in pubblico. Quando ho cercato don Primo l’ho trovato qui», dice indicando la tomba dove campeggia in latino una frase del suo testamento spirituale: “E io non ho timore di seguire te, mio Buon pastore”.  Si alza, abbozza un altro inchino mentre il violino della Shoah suona le ultime note.

Oskar Tänzer depone un fiore sulla tomba di don Primo Mazzolari nella chiesa parrocchiale di Bozzolo
Oskar Tänzer depone un fiore sulla tomba di don Primo Mazzolari nella chiesa parrocchiale di Bozzolo

il documentario su Rai Storia

  

S’intitola Una piccola inestimabile memoria il documentario di Giovanni Paolo Fontana, con la regia di Fedora Sasso, andato in onda su Rai Storia (canale 54 del digitale terrestre e 23 di Tivùsat). Girato a Bozzolo, dove è sepolto don Primo Mazzolari di cui è in corso la causa di beatificazione, racconta l’impegno del sacerdote per salvare la vita di Oskar Tänzer e di numerosi altri ebrei negli anni delle persecuzioni razziali fasciste. Il “violino della Shoah” fa parte attualmente della collezione di Carlo Alberto Carutti del Museo Civico Ala Ponzone di Cremona. Il tema musicale originale “Hésed” è stato composto dal maestro Federico Mantovani mentre a suonare il violino è il maestro Paolo Ghidoni. Il documentario è stato realizzato in collaborazione con la Fondazione don Primo Mazzolari, la parrocchia “San Pietro apostolo” e il Comune di Bozzolo.  

 
 
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